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La scrittrice inesistente: fenomenologia di Elena Ferrante

Autore: Matteo Moca
Testata: Dude magazine
Data: 19 dicembre 2014
URL: http://www.dudemag.it/letteratura/la-scrittrice-inesistente-fenomenologia-di-elena-ferrante

La rivista Foreign Policy stende ogni anno la lista “Top 100 Global Thinkers”. I protagonisti di questa lista sono divisi per ambito in cui risaltano; nell’elenco dei 100 più importanti pensatori del mondo del 2014 troviamo due soli italiani. Si tratta di Matteo Renzi, inserito nella categoria decision-makers e di Elena Ferrante, nella categoria chroniclers, ovvero tra i Global Thinkers “masters of storytelling forms, modern-day raconteurs”. Si dice delle sue opere: «Ferrante’s intimate portraits of friendship and family show that literature’s power comes from recesses deeper and more personal than the gloss of fame». Una bella soddisfazione per la scrittrice italiana, una decisione che però sorprende fino a un certo punto, soprattutto se si conosce l’ammirazione che riscuote oltreoceano. La misteriosa Elena Ferrante ha un importante seguito negli Stati Uniti, dove i suoi romanzi sono tutti tradotti (dalla costola americana della casa editrice e/o, Europa) e si attestano su importanti numeri di vendite. Il suo inserimento in questa importante lista e l’uscita in Italia dell’ultimo capitolo della tetralogia de L’amica geniale iniziata nel 2012, Storia della bambina perduta (e/o, 452 pagine, 18 euro), ci ha spinto a proporvi un ritratto (spezzettato e incompleto) della Ferrante.

Prologo

Circa un centinaio di anni fa, il più grande scrittore del Novecento ebbe alcune cose da dire contro Sainte-Beuve, celebre critico letterario e aforista scomparso qualche decennio prima. Tra i diversi luoghi della discordia, ce n’era uno in particolare che qui ci interessa. Questo critico letterario era convinto che la vita (intesa nel senso più ampio che potete immaginare) dell’artista fosse completamente slegata e non necessaria alla comprensione della sua opera. Il grande scrittore lo liquidò con poche righe: «Per me la letteratura non è distinta o, per lo meno, separabile dal resto dell’uomo e della sua organizzazione». Parafrasando il significato di queste parole, non si capisce l’arte senza capire, o quantomeno tentare di conoscere, quello che c’è dietro; e non tanto, aggiungo io, i dati biografici, quanto la vita intellettuale dell’autore.

Indagini

A chi interessa veramente chi è la Ferrante? Mi spiego meglio: a chi interessa sapere che faccia ha, dove abita, quanti figli ha, qual è il suo libro preferito e il suo piatto prediletto? La risposta dovrebbe essere: a nessuno. Per leggere un libro non abbiamo bisogno di sapere tutte queste cose, per leggere un libro ci bastano le parole che ci sono scritte. È chiaro che l’approfondimento riguardo la vita intellettuale dell’autore ha una certa importanza, per far sì che tutto ciò che si pensa su quell’opera non sia arbitraria immaginazione ma possa avere una conferma o una smentita. La Frantumaglia è uno dei libri fondamentali della Ferrante perché è proprio grazie ad esso che si riesce a penetrare nel laboratorio della sua scrittura, assaporare l’amore assoluto per la narrazione, scoprire i suoi rapporti con la psicoanalisi, con l’amore e con le città (non solo Napoli) e, cosa di cui certo non nego nonostante tutto l’importanza, indagare i motivi dell’anonimato. È con questi frammenti che si crea un gioco divertente, il gioco di contrappunti tra i romanzi (al tempo dell’uscita diFrantumaglia la Ferrante aveva pubblicato solo L’amore molesto e I giorni dell’abbandono) e il lavoro di bottega, alla ricerca delle impressioni che la lettura dei primi aveva generato.

All’inizio della raccolta (che è composta fondamentalmente da carteggi con i suoi editori e critici) si trova subito, in posizione emblematica, una dichiarazione a favore dell’anonimato: i libri non hanno bisogno dei loro autori per vivere. Nella lettera a Sandra Ozzola, fondatrice della casa editrice e/o, scrive che la sua è una decisione ferrea e lontana da ogni dubbio; non c’è bisogno di sue foto in copertina né necessità di tour promozionali, i libri devono essere concepiti come «organismi autosufficienti» a cui, la presenza dell’autrice, non aggiungerebbe nulla di importante. Una decisione abbastanza anacronistica e controcorrente, in un tempo in cui «metterci la faccia» è diventato uno dei mezzi più importanti per arrivare al successo. Ma se si considera che chi ci «mette la faccia» spesso ha meno contenuti e chi invece la faccia la tiene nascosta come la Ferrante, è stracolma di contenuti, le due situazioni si trovano sullo stesso piano; la differenza, come al solito, la fanno i lettori. E non è un caso neanche che tutte le donne che figurano nelle copertine dei libri della Ferrante, siano raffigurate di spalle o con il volto coperto, mai visibili nei loro lineamenti; è come nella vita reale, quei visi non ci interessano, quello che ci importa sono le storie che li attraversano.

Le madri

Questo gioco dei riferimenti, questa indagine senza mezzi, vi avrà portato ancor prima di aver letto, o senza aver mai letto, La Frantumaglia, ad affiancare al nome della Ferrante quello di due scrittrici del Novecento, capisaldi del romanzo italiano non solo di genere femminile. Si tratta ovviamente di Elsa Morante e di Anna Maria Ortese. Personalmente ho sempre amato tanto la scrittura femminile; non so bene perché ma, se mi date un libro scritto da una donna lo riconoscerei all’istante (o almeno così mi è successo con la Morante, la Ortese, la Morrison e certo, anche la Ferrante) ma davvero non saprei capire consciamente cosa mi porta a quel riconoscimento inconscio. L’influenza delle due autrici è diversa per modi e per misure. Una riguarda il modo di vedere il mondo, il modo di costruire la storia di un mondo partendo dal particolare, dalle piccolezze; l’altra invece è quella che ha descritto la città di Napoli, presente in tutti i romanzi della Ferrante, nel modo più suggestivo e vero, creando un legame netto tra sociologia dei costumi e narrativa.

Con il ciclo de L’amica geniale, un monstrum conclusosi al quarto volume, opera titanica di  quasi 2000 pagine, la Ferrante traccia una storia che non è solo romanzesca ma è la storia di una società che, attraversando i decenni, si (de)compone per arrivare a quello che è oggi. Basti pensare a quello che succede nel terzo volume, Storia di chi fugge e di chi resta,  al salto di classe sociale, quasi da romanzo francese ottocentesco, che compie Elena. Tra le rivolte studentesche degli anni ’70, Elena abbandona il rione, studia alla Normale di Pisa e pubblica un romanzo di successo che le schiude le porte del mondo colto e benestante. Il salto di qualità ma anche l’abbandono della propria terra (sul tema è imprescindibile Il posto di Annie Ernaux), una storia che ha accomunato un’intera generazione, non solo in Italia, e che qui vediamo attraverso la vita della protagonista. Ecco perché, come per la Morante de La storia, le vicende piccole e quotidiane dei protagonisti, all’ombra dello scorrere della Storia con la S maiuscola, disegnano comunque un quadro che è l’epopea, in questo caso, di tutto il Sud Italia. Per quanto riguarda lo scrivere di Napoli, adesso, al fianco della Ortese, spicca il nome della Ferrante. Anche lei è riuscita a creare dei quadri partenopei che trasudano verità e realismo. Sempre ne La Frantumaglia, rispondendo ad alcune domande di Goffredo Fofi, la Ferrante parla del suo rapporto con la città di Napoli che, al momento dell’intervista, come Elena, lei ha lasciato: «Oggi mi sento attratta soprattutto dalla Ortese di La città involontaria. Se riuscissi a scrivere ancora di quella città, proverei a fabbricare un testo capace di esplorare la direzione indicata in quelle pagine, una storia di piccole violenze miserabili, un precipizio di voci e vicende, gesti minimi e terribili». Essendo parole precedenti all’uscita de L’amica geniale, possiamo dire che la Ferrante è stata di parola: nelle pagine in cui si narra dell’adolescenze e giovinezza di Lenuccia e Lila, ritroviamo l’insondabile misteriosità di Napoli, tocchiamo le barriere che dividono i rioni, assaporiamo la instancabile attesa di cambiamento, attesa beckettiana, mai soddisfatta.

Quanto è molesto l’amore

La traduzione inglese de L’amore molesto, esordio della Ferrante risalente al 1992, porta un titolo che forse ancor di più contiene il senso del romanzo: Troubling Love. L’amore che crea problemi, non solo l’amore coniugale ma anche, ed è quello tratteggiato nel romanzo, quello filiale. L’eroina di questo romanzo è una quarantenne, Delia, che cerca di risolvere il mistero della scomparsa della madre (concedetemi un altro spunto morantiano: come la mamma di Ninuzza, anche la mamma di Delia muore in riva al mare in circostanze sospette). I giorni dell’abbandono racconta invece la storia di Olga, abbandonata dal marito per un’amante più giovane di lei. L’amore più variamente inteso occupa ognuno dei volumi del ciclo de L’amica geniale. C’è stato qualcuno che ha parlato di una new wave del romanzo d’amore grazie alla Ferrante. Sembrava impossibile riuscire a scrivere ancora, nella contemporaneità, romanzi d’amore che non uscissero fuori dalle penne di giornaliste non-scrittrici o scrittrici non-scrittrici, e invece lei ci è riuscita perfettamente.

In una delle rare interviste, questa volta rilasciata via e-mail a la Repubblica, è la stessa Ferrante a sottolineare una continuità tra tutta la sua produzione «Nei libri che ho scritto, l’amore o è molesto o non è» e ancora «In genere noi pensiamo che lo squilibrio intervenga quando l’amore finisce. In realtà sia le gioie, sia le pene dell’amore (intendo qualsiasi tipo d’amore, da quello materno a quello per il genere umano o per un dio) muovono da uno stato d’eccezione in cui l’essere umano dà il meglio e il peggio di sé proprio perché la norma è sospesa, il punto d’equilibrio è rotto»; come a dire che è questa forma dell’amore che porta a farsi domande sulle identità personali e a scrivere di esso cercando di esorcizzare la sua potenza. E qui sta anche la peculiarità di questi romanzi d’amore, nell’eros inteso come forza destabilizzatrice incontrollabile. Nei primi due romanzi risalta la riflessione sull’amore inteso come perdita nella sua inaccettabile realtà, testimone di una riflessione su un vissuto drammatico da cui scaturisce la necessità della scrittura del romanzo. In particolare ne L’amore molesto, il viaggio di ricerca di Delia della madre scomparsa si capovolge e dal dolore della perdita si creano i presupposti per una ricerca che diventa la ricerca della stessa Delia scomparsa, della sua identità perduta, cercando di ricongiungere i fili di un’esistenza quanto mai precaria. Si tratta di un legame indissolubile tra amore e dolore perché è proprio quest’ultimo a consentire il raggiungimento di una conoscenza arcaica di se stessi. È quello che accade anche ne I giorni dell’abbandono dove si ritrova ancora l’eros ferito, qui quello della madre abbandonata, deprezzata nella sua carne per una donna più giovane che potrebbe essere una figlia. Qua sta il sacrilegio, nel non riconoscimento dei corpi, sottolineato ancor di più dal tentativo del marito di ricostruire una nuova famiglia che cancelli, nella sua linea continua, la vecchia moglie. Ma, nonostante tutto, Olga ce la farà, si riprenderà tutto ciò che le spetta, grazie anche all’appoggio intellettuale datole da Virginia Woolf e Simone De Beauvoir, in una parabola universale che non può non far risaltare la forza archetipica della donna.