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Il labirinto nero di Elena Ferrante. A Napoli la vita è un rione infetto

Autore: Raffaele La Capria
Testata: Corriere della Sera
Data: 30 dicembre 2014

Devo confessare, vergognandomi un po', che non avevo letto finora nessun libro di Elena Ferrante, e che sono stato spinto a farlo soltanto ora vedendo le frasi elogiative a lei dedicate dai maggio1i giornali americani. Ho dunque comprato il suo ultimo libro, Storia della bambina perduta (Edizioni e/o), ho cominciato a leggerlo e non ho potuto lasciarlo fino all'ulti1na pagina.
E' un bel libro? Io lo dirci un libro sorprendente, che rivela certamente il talento di una scrittrice dal piglio aggressivo e spesso violento, con grandi mnbizioni, visto che il ronianzo riguarda, sfiorandola, anche la storia di circa dieci famiglie napoletane. Per la sua complessità e i suoi intrecci non è facile raccontarne la traina, perché una tran1a nel senso tradizionale non c'è: ci sono j personaggi, quelli spiegati da rapporti molto contorti e molto ben analizzati, che tessono tra loro non una ma più traine intrecciate che li tarmo appmiJ·e e scomparire nel tran1busto delleloroviteedeireciprocirisentimenti. La ricchezza con cui sono desclitti questi rapporti a volte dis01ienta il lettore e gli fa sentire la mancanza di una struttura più asciutta, di una struttura simbolica che emani significati e dia senso, e non si faccia soffocm'Cdall'abbondanza dci fatti che accadono. Ma visto che gran parte di questa storia si svolge a Napoli, prop1io su questo si è appuntata la nlia attenzione, e devo dire che ho avuto un'idea più precisa di quel che Napoli è diventata e s ta diventando. lo ormai sono lontano dalla nlia città, da Napoli, da più di 1nezzo secolo, ma co1ne dice una poesia di Kafavis, tu credi cli aver abban donatolatuacittàmalacittàtisegue. Utono del libro, la sua ambiguità e il suo tragico-quotidiano, sono dati dal fatto che il libro è an1bientato a Napoli; che i personaggi, la lingua e il terribile dialetto che ogni tanto esplode in una frase, in una battuta, vengono da lì, dallo spirito ancestrale della città. Il viene da fi ogni accadi1nento e il n1odo subdolo in cui questo accadimento si presenta, la brutalità selvaggia che cova sotto la sofisticazione. Tutto questo genera in chi legge un senso di paura, sì di paura.
Napoli non era mai stata descritta in modo da far paura, perché le appai"Cnzc se1n brano dire il contrario e la bellezza del luogo e l'a1nabilità delle persone ci confondono. In questo libro c'è una parola che spesso ricorre, la parola «rione», e si sente subito che è pronunciata con disprezzo e anche con timore. Se la cerchi sul vocabolario vuol dire w1a «porzione di città>>, ovvero un quartiere, ma quelli nel libro della Ferrante vuol dire molto di più: vuol dire qualcosa di malefico, qualcosa che ha a che fare con un destino sciagurato, il luogo dove si concentra la vera essenza della città nel bene e nel male.
E' lì, nel rione, il degrado della periferia, lì il degrado della città, il il peggio del familismo amorale, il luogo dove si organizzano azioni criminali e perfino assassinii, ma è anche il luogo di morbosi affetti, amori, intrighi, insomma direbbe Stendhal, è il luogo della cristallizzazione d.i tutto quello che Napoli veramente è. Nel rione vivono i personaggi di questo libro della Ferrante, il rione li modella, e anche se uno di loro è, come Elena (l'io narrante), una fan1osa scrittrice che pa1tecipa a incontri internazionali ed è tradotta in più lingue, è uguale agli altri, non ha l'aura, perché il rione è così, non riconosce, riduce e abbassa, e all'occasione ferisce.
Basta sentire come tutti parlano, ed ceco che la ferocia arriva inaspettata, come una zaffata, col dialetto, con una sola frase in dialetto, una frase di una volgarità tremenda, perché cade normalmente e fa crollare il contesto della lingua, ricorda soltanto col suono cupo delle parole che siamo nel rione, anche se ce ne stavamo dimenticando. Le due protagoniste, Lia ed Elena, sono due begli esempi del mondo femminile descritto dalla Ferrante, e sono dure e toste, sottili intellettualmente anche se in loro agisce e vien fuori la brutalità del rione; sono sensuali, appassionate, si rubano gli amanti, fanno figlie e le accudiscono amorevolmente. Le figlie sono anch'esse infette dal rione, e sono scorbutiche e a volte cattivelle, e si capisce che da grandi diverranno dure e toste come e le madri.
Lila ed Elena a volte fanno pensare alle Liaisons dangereuses di Choderlos de Laclos per la cattiveria, e a volte invece sono tenere e vulnerabili. Il libro è pieno di questi capovolgimenti dal bene al male, dal male al bene, perché una delle caratteristiche del rione è che niente è come appare, l'amante gentile è un traditore che se la fa perfino con la serva, l'amico o l'amica sono infidi e tramano perfidie, e Lia ed Elena non sono mai sicure l'una dell'altra anche se non possono mai staccarsi. Elena è la scrittrice famosa ma nel libro la trovi sempre occupata in altre faccende. Accudisce le sue tre figlie, va e viene da una città all'altra, insegue ogni mossa di Rino, il bello cd elegante e intelligente Rino che la tradisce volgarmente, ma Elena non parla mai di quello che scrive, del suo mondo fantastico, come se questa parte di sé così importante non meritasse di essere menzionata. Parla sì dei suoi incontri internazionali, a Boston, ad Harvard, ma poi è sempre il rione a prevalere, da lì non si scappa. Insomma il personaggio di Elena, così come Lia, è sconcertante.
Anche Storia della bambina perduta è sconcertante, con il finale di morti ammazzati e della bambina di Lila rapita non si sa da chi e come. Un finale dove il dolore di Lila per la bambina perduta diventa un altro libro, perché è incommensurabile, ed è descritto in tutta l'insostenibile durata, distruttiva potenza. Il rapimento è uno dei tanti colpi di scena, il più drammatico. Sempre nel finale assistiamo all'evolversi della vita delle bimbe che, divenute grandi, si portano appresso difetti e virtù della madre, e sono non meno avventurose.
Forse ci sono troppi parenti e parentele, troppi nomi, troppi personaggi secondari ma attivi. A volte il lettore perde il filo, forse così è la vita, specie quella del rione, ma un libro vuole una struttura più abbordabile. Ferrante potrebbe replicare: questo avviene perché io sono una scrittrice implicita, non sono una scrittrice esplicita, io le cose le faccio accadere, non mi basta soltanto dirle.