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Il sapore perduto sa di sberleffo

Autore: Barbara Caffi
Testata: PIU' - La Provincia di Cremona
Data: 1 novembre 2008

Sulla scia del successo de L’eleganza del riccio, per i tipi e/o, è uscito anche in Italia il primo romanzo di Muriel Barbery, Estasi culinarie, ben tradotto da Emanuelle Caillat e Cinzia Poli. E’ qui che per la prima volta i lettori francesi hanno conosciuto l’austero palazzo di rue de Grenelle reso famoso da Renée, ormai celeberrima portinaia. In Estasi culinarie, il protagonista è però un critico gastronomico, anzi il più grande critico gastronomico del mondo: potente, collerico, egocentrico, despota in famiglia e in grado, senza neppure sprecare aggettivi, di determinare la sorte di chef e ristoranti. Ma ora è in punto di morte e vorrebbe, prima del trapasso, riassaggiare per l’ultima volta il sapore dei sapori, il gusto sublime, il più ineffabile godimento del palato. Se una ‘madeleine’ scatenava in Proust il ricordo, per Monsieur Arthens avviene il contrario: ripercorrendo la sua vita sul filo della memoria, il critico va alla ricerca del sapore perduto. In lui riaffiora il ricordo di passate prelibatezze, di cibi che hanno saputo esaltare i sensi, che sanno portare a uno stordimento quasi orgasmico. Alle rievocazioni (letteralmente) gustose di Arthens fanno da contraltare in un affresco corale i ricordi di quanti hanno condiviso la vita con il critico: mogie, figli, amanti, allievi, il gatto, l’abat-jour... Vittime, per lo più, che raccontano dalla loro prospettiva la crudeltà di un uomo tanto temuto quanto odiato, e in fondo miserabile. Ma è sufficiente il colpo di scena finale—il sapore infine recuperato alla memoria—per trasformare la vita di Arhens in una sorta di sberleffo, ironicamente geniale.