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In debito con il femminismo

Autore: Maria Serena Palieri
Testata: Leggendaria
Data: 14 gennaio 2015

La saga di Lila e Lenù innesta un gioco del doppio che si riverbera sull’autrice e il suo avatar. Le due amiche sono reciprocamente “l’altra necessaria”: è in questa relazione che si svela quel pensiero prodotto dalle donne senza il quale questa storia non avrebbe potuto essere raccontata.

«Ho amato molto Freud, che ho letto abbastanza: mi pare sapesse più dei suoi seguaci che la psicoanalisi è il lessico del precipizio. Conosco poco Jung. Ho letto con molta passione Melanie Klein. Non so quasi niente di Lacan, so parecchio di Luce Irigaray, seguo il confronto e le guerriglie in Italia tra linee diverse di pensiero femminile. Quanto queste letture e altre ancora e gli interventi e le discussioni abbiano influito sui miei libri per me è un mistero, sono una lettrice che dimentica velocemente quello che legge. Mi auguro però che i debiti che ho contratto siano di scarsa entità, non mi piacciono i racconti che sono la messinscena programmatica della teoria del gruppo d’appartenenza». Così Elena Ferrante scrive a giugno 2003 nella lunga risposta alle domande per un’intervista mandatele dalle redattrici dell’Indice, testo che costituirà il nucleo della Frantumaglia, raccolta di scritti autobiografici ed epistolari pubblicata da e/o dopo il successo deiGiorni dell’abbandono. È l’avatar con cui si muove sulla scena letteraria la vera autrice. E dunque per ogni affermazione di Ferrante vale la domanda: essa è veritiera anche per la scrittrice “reale”? Quando ci si inoltra nell’officina di Elena Ferrante ci si trova di fronte a un minuetto come questo – tra l’autrice e il suo avatar – che spiazza. E che diventa doppio in questa tetralogia L’amica genialedove Ferrante, avatar, si dà un alter ego,  Elena come lei, figlia dell’usciere Greco, come lei scrittrice. E quindi se, come abbiamo intenzione di fare, ci inoltriamo nell’officina di Ferrante cercando di valutare il suo rapporto col femminismo, dobbiamo sapere che è in questo gioco di specchi che andiamo a muoverci. Elena Greco, uscita dal gorgo dialettale del rione partenopeo in cui è nata e approdata con volontà indefessa a Pisa, alla Scuola Normale, in questa sua nuova vita alfabetizzata incrocia molti ismi. Perché sposatasi con Pietro Airota, schiatta di borghesi intellettuali, ha fatto il suo ingresso in un mondo dove le idee, e in quell’epoca le ideologie, hanno un posto assodato. E perché è fresca sposa e giovane madre negli anni Settanta del Novecento. E quindi se alla sua porta possono bussare una sera, furtivi e invadenti, due “compagni” napoletani – Nadia e Pasquale – che hanno scelto la clandestinità, lei stessa, uscendo di casa, magari andando a Milano da sua cognata Mariarosa, può incontrare gruppi di donne impegnate nell’autocoscienza. Elena Greco vive con fastidio il piccolo gruppo. «Mi pareva di sapere abbastanza bene cosa significava essere nata femmina, non mi appassionavo alle fatiche della coscienza di sé. E non avevo nessuna intenzione di parlare in pubblico del mio rapporto con Pietro, con gli uomini in generale, per dar testimonianza di ciò che sono i maschi d’ogni ceto e d’ogni età», spiega. Cosa la spinge a lesinarsi? Di certo una specie di orgogliosa aristocrazia della povertà, che la fa sentire fuori posto tra le altre.  Però Elena comincia a leggere Carla Lonzi e ne rimane folgorata: «Com’è possibile, mi dissi, che una donna sappia pensare così? Ho faticato tanto sui libri, ma li ho subìti, non li ho mai veramente usati, non li ho mai rovesciati contro se stessi. Ecco come si pensa contro» annota chiuse le pagine di Sputiamo su Hegel.  Lonzi ha qualcosa in sé di definitivo, proprio come ai suoi occhi lo ha la sua amica Lila. Ed è lì, non a un contesto astratto di “altre donne”, ma a quella simbiosi e quella lotta con il suo doppio, Raffaella Cerullo detta Lina o Lila, a quell’agone essenziale per il suo personaggio, che Elena Greco tende. Tant’è, che appresa da quelle altre donne, comunque, “un’urgenza di autenticità”, non le dà seguito nel gruppo, ma decide di impiegarla nel confronto con l’amica. Non sono queste pagine – appaiono nel terzo volume della quadrilogia,Storia di chi fugge e di chi resta – le migliori scritte da Elena Ferrante. Sono pagine, infatti, che sfiorano il caricaturale. Come spesso succede da che romanzo  è romanzo quando si cerca di trasformare in narrazione uno scontro di idee. Ma è Elena Greco o è Elena Ferrante oppure è la figura reale a cui rimandano entrambe, a vedere la pratica femminista dell’autocoscienza in questo modo? Se quello che indaghiamo è il rapporto della scrittrice, non del suo personaggio e neppure del suo avatar, con il pensiero delle donne, ci soccorrono altri elementi. Andiamo ai Giorni dell’abbandono. Trentacinque anni separano Una donna spezzata di Simone de Beauvoir, raccolta di racconti così intitolata nell’edizione italiana Einaudi,  e il romanzo di Elena Ferrante, uscito per e/o nel 2002. Se tre decenni e mezzo li dividono, cosa li lega? Il fatto che I giorni dell’abbandono renda esplicito omaggio a Una donna spezzata, senza nominarne titolo e autrice, fin dall’inizio. Avviene quando Olga, dopo aver estirpato al marito Mario la frase fatidica, «Sì, c’è un’altra», esorta se stessa: «Evita di assomigliare alle donne in frantumi di un libro famoso della tua adolescenza». Olga è ancora sul ciglio dell’esperienza interiore dell’abbandono che le devasterà la vita nei mesi successivi, un abbandono che in lei agirà con la potenza, viene da dire erotica, con cui in genere agisce la passione amorosa, cioè il cataclisma speculare. Si ricorda, dunque, di aver letto il libro “famoso” vent’anni prima, da liceale, e di averlo ridato all’insegnante di francese con “una frase superba”: «Queste donne sono stupide». Ciò che sperimenterà ora, da adulta, è però proprio il viaggio disorientante in quella “stupidità”, la vertiginosa e nauseante esperienza di sentirsi come quelle «signore colte, di condizione agiata» che la liceale giudicava, con un’alterigia della povertà simile a quella poi della sua consorella Elena Greco, si rompono «come ninnoli nelle mani dei loro uomini distratti». L’impennata di superbia dell’adolescente, però, non resterà senza conseguenze: l’Olga adulta, trascinata come il soldatino di stagno di Andersen per la cloaca di se stessa, nelle ultime righe saprà appigliarsi con la mano a una nuova terraferma. De Beauvoir, la scrittrice che ha fatto della propria identità un pubblico libro di testo per le future generazioni, e la nostra misteriosa autrice di cui non conosciamo neppure il reale genere sessuale, hanno scritto due libri dall’esito opposto ma entrambi, uno dopo l’altro, di importanza capitale per quanto concerne la moderna esperienza amorosa femminile. E proprio ribaltando l’esito, da figlia di un’epoca nuova, la seconda  ha ribadito una filiazione ideale dalla prima: de Beauvoir spinge nel baratro la sua moglie abbandonata dal marito (donna che lei detesta), Ferrante dà alla sua la forza di ritrarsi da quel ciglio. Ma torniamo alla saga dell’Amica geniale. Perché è qui stesso che, se superiamo il fastidio di quella rappresentazione un po’ caricaturale dei gruppi di autocoscienza, troviamo un architrave della poetica di Elena Ferrante, chiunque si nasconda dietro questo nome. Elena Greco, dopo avere scritto un romanzo che le ha dato notorietà, decide di cimentarsi con un saggio sul  tema dei «maschi che fabbricano le femmine». Cioè dei personaggi di donne scaturiti da menti di uomini, fino dal primo di tutti i racconti, la Bibbia… Per il tramite  di Elena-Lenù l’autrice dell’Amica geniale, così, enuncia la propria stessa necessità di scrivere di donne pensate – “fabbricate” – da una donna. Da lei. Come ha fatto fin dall’esordio, con la madre scomparsa nell’Amore molesto e con la Olga moglie rifiutata dei Giorni dell’abbandono. E come fa in questo singolare, progressivo romanzo, qui con l’essere bifronte cui Lila e Lenù danno vita. Il tema in queste 1600 e più pagine è quello del Doppio. È quello della simbiosi: Ombra e Luce, Amore e Odio… È quello dei duellanti di Conrad. E dunque è un tema millenario. Però qui ha un sapore in più, che deriva dalla specularità di sguardi con cui, magari proprio in quei gruppi che Elena Greco guarda con sospetto, delle donne hanno imparato a guardarsi vicendevolmente. Ecco perchéL’amica geniale è una saga che paga in modo lontano molte miglia dall’ideologia un  debito col femminismo: senza, non leggeremmo questa tetralogia, questo spesso magnifico romanzo in progress.