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La signora del noir che non ha smesso di insegnare e fare la madre

Autore: Pierluigi Razzano
Testata: Repubblica Napoli
Data: 18 gennaio 2015

Per un attimo sembra che un cavallo nero galoppi tra le colline dei Campi Flegrei, oltre la finestra alle sue spalle. Patrizia Rinaldi ha il dono di materializzarlo dal suo salotto, costruendo frasi che incatenano chi l'ascolta. Accadeva con i cugini, che l'aspettavano con trepidazione, quando le domenica andava da Bagnoli con la famiglia, da loro al Vomero: lei, la più piccola, li teneva seduti in soggiorno con le storie che le scoccavano in testa. Poche parole e subito si innescava il meccanismo dell'incredulità. La preferita da tutti, il cavallo nero rinchiuso nel sottoscala, dalle narici fumanti dietro la grata di una piccola finestra. «E io raccontavo che aveva una chiave magica, gli permetteva di fuggire la notte. Ho sempre costruito storie, era un prolungamento naturale delle letture e riletture delle avventure di Salgari, delle fiabe di Andersen che imparavo a memoria. Poi ne creavo delle mie, giocavo con le immagini che si affacciavano nella mia mente».
Prima di scrivere, poi pubblicare libri per ragazzi, tra cui "Federico il pazzo", che con il titolo "Sono tornato a casa" vinse nel 2006  il Pippi, prestigioso premio per la narrativa dei più giovani, e ideato la serie noir di "Blanca", detective ipovedente la cui abilità è richiesta dal commissariato di Pozzuoli, Patrizia Rinaldi raccontava, immettendosi nel solco tracciato da nonna Gemma. «Oppure Emma, ma tutti, anche nel rione, la chiamavano Mammà. Una donna che era la sostanza della famiglia. Amorevole, spesso dura. COn lei stavi già da piccola in mezzo alla vita. Ci riuniva, tesseva storie con una capacità narrativa eccelsa. Mischiava il cunto di Basile con i fatti della nostra famiglia, e dentro c'erano turbolente avventure amorose di uno zio, la deportazione di altri zii a Dachau»•
E quando Mammà finiva c'erano i libri della biblioteca del padre, Vincenzo, il medico degli operai dell'Italsider, «con una vera mentalità socialista integra, punto di riferimento per il quartiere, disponibile in ogni momento, come un prete laico», che la fece nascere in casa il 14 marzo del 1960, in via nuova Bagnoli; »era una di quelle abitazioni liberty, dove i più ricchi andavano in villeggiatura negli anni sessanta».
Bagnoli, per Patrizia - la cui slanciata altezza riporta agli anni in cui giocava in serie B a pallavolo - che aveva stabilito attorno alla fabbrica «una sentita dinamica di appartenenza, una forte microeconomia, con importanti lotte sociali, anche per la presenza dell'Olivetti a Pozzuoli». Quello spirito d'identità del quartiere che ritrova nella resistenza dello storico cinema La Perla. Uno dei pochi. Fiero e semplice, nonostante i tanti multisala.
Ha animo flegreo, afrori e energie vulcaniche, «con un misto campano, mio padre era originario del salernitano e mia madre della provincia di Caserta», che spande raccontando dei tuffi dal costone di roccia per scoprire la bellezza selvaggia di Porto Paone a Nisida, e in "Blanca", "Rosso caldo". Sono romanzi che sfondano il genere noir, lo oltrepassano. Scrive frasi su cui vai a sbattere. Indagini complesse e lirismo asciutto. Un'atmosfera cupa, poi: "prima di te la bellezza non odorava di glicine". La sua investigatrice Blanca ha abissi profondi, ha un'umanità vera che Patrizia le ha offerto. «LEi perde la vista, non ha più una parte di sé, ma ce la fa lo stesso, anche con un handicap. L'altra possibilità è annegare, arrendersi».
Anche lei non si è mai arresa. Come la Teresa Batista di Joerge Amado. Cade, si rialza, procede. Ai colpi della vita ha risposto con la vitalità, uno spirito ribelle e refrattario alle regole. C'erano libri di casa, poi la vita. Il mondo che trovava scendendo dalla Cumana. Quindicenne seguiva incantata le lezioni del professore Enrico Ragni dell'Istituto Bianchi, poi correva verso il Giambattista Vico; con gli occhi cercava il suo fidanzatino. «Dai miei genitori fu valutata anche l'idea di mettermi in collegio. Ero insofferente, lontana da qualsiasi senso di omologazione. Partecipavo ai cortei, manifestavo con vigore, però non mi irregimentavo nella griglia di partito. Mi sentivo anarchica, con una fiamma dentro che mi spingeva alla fuga. Infatti una volta scappai da mia sorella più grande di me che stava in Toscana.
Dopo la laurea in filosofia alla Federico II, dove conosce Aldo Masullo, Giuseppe Cantillo, comincia la trafila delle abilitazioni, il concorso per insegnare, la vita della precaria che la sballotta da una provincia all'altra, Arco Felice, San Giovanni a Teduccio. «Era fantastico il rapporto con gli alunni. E' brutto per loro, per l'insegnante spezzare il filo, l'effetto e l'affetto che comincia a diventare solido perché sei supplente e dopo sei mesi devi ricominciare tutto daccapo»·
Proprio in una scuola di San Giovanni conosce suo marito, Giuseppe Buonfiglio, futuro allenatore della nazionale olimpica di canoa. Due professori stanno litigando tra di loro e quasi arrivano alle mani, lei resta come paralizzata, e in fondo alla stanza c'è una persone che ride, si diverte molto. «Mi girai, gli dissi perché non intervieni? Lui divenne serio. Da quel momento cominciammo a frequentarci, iniziarono i nostri venticinque anni insieme». E due figli, Lorenzo e Marta.
Patrizia insegna, fa la madre, non ha mai smesso di scrivere. Quando decide di inviare un suo romanzo al Premio Pippi è l'ultimo giorno, l'impiegato della posta di Cavalleggeri la fa entrare, giusto in tempo, poi chiude la fila. «Conquistai il primo posto. Non l'avrei mai immaginato. In giuria Concita De Gregorio con Francesca Archinto, che mi disse: tu non puoi proprio credere quanto è potente. Le risposi che ne avevo anche degli altri. Da quel momento cambiò ogni cosa».
Fra qualche mese uscirà il suo nuovo romanzo, una saga famigliare colma di amore per Bagnoli, però se deve immaginare il futuro lo vede organizzando gruppi di lettura per ragazzi in casa «Avvicinarli alla lettura, condividere le storie, fare scoprire loro i classici».
Guardando il loro stupore quando il cavallo nero riesce a fuggire dal sottoscala.