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Lo spirito del Natale con il cappello da cowboy (introducing: Craig Johnson)

Autore: Luca Pantarotto
Testata: Holden & company
Data: 18 febbraio 2015
URL: http://holdenandcompany.com/2015/02/18/lo-spirito-del-natale-con-il-cappello-da-cowboy-introducing-craig-johnson/

Ciao amici, oggi vi presento un nuovo compagno di giochi: si chiama Craig Johnson, e porta un gran bel cappello.

Craig viene da Ucross, nel Wyoming, e ci tiene a farci sapere con comprensibile orgoglio che a Ucross, Wyoming, oltre a lui vivono solo altre ventiquattro persone. Possiamo immaginare con un ragionevole margine di certezza che ognuna di quelle ventiquattro persone somigli in tutto e per tutto a lui: ampio cappello da cowboy a ombreggiare un solido testone da montanaro; jeans, stivali e giaccone di montone anche a Ferragosto; stazza da gigante buono, sì, ma all’occorrenza pur sempre in grado di stendere un cavallo con una pizza in fronte; e faccia soddisfatta e sorridente di chi è consapevole di vivere esattamente dove vuole vivere, facendo esattamente la vita che vuole fare. Che nel caso di Craig, come avrete già indovinato dal suo aspetto dimesso e rachitico, è quella dello scrittore. Purtroppo per lui, nel suo caso si tratta di quel tipo di scrittore dai cui libri vengono tratte serie tv, e che perciò finiscono spesso un po’ oscurati dalla concorrenza del magico mondo delle immagini in movimento. Perché ora non venitemi a dire che, prima del successo di True Detective, avevate tutti sul comodino Nic Pizzolatto o Robert Chambers, giusto?

Rispetto a Pizzolatto e Chambers, poi, l’esportazione di Craig Johnson in Italia è stata probabilmente svantaggiata da un ulteriore elemento, e cioè il fatto che qui da noi le storie di sceriffi, pur se ambientate ai giorni nostri e condite di mystery e thriller, non hanno mai trovato terreno fertilissimo. E infatti di Walt Longmire, lo sceriffo protagonista del ciclo di avventure ideate da Johnson e narrate in (finora) tredici romanzi e tre racconti brevi, da noi è arrivata solo la serie tv. Fino al novembre dell’anno scorso, quando le edizioni e/o hanno deciso di pubblicare Il volo di Natale, decimo titolo della serie di Longmire e primo in assoluto a uscire in traduzione italiana (a cura di Nello Giugliano).

Robert Taylor nel ruolo di Walt Longmire

 

La storia ha in sé tutte le caratteristiche quintessenziali di ciò che in genere si identifica con l’archetipo del racconto americano di avventure: un gruppo di personaggi bizzarri e assurdamente malassortiti si ritrova improvvisamente costretto a collaborare per venire a capo di una situazione di emergenza pressoché insormontabile, potendo contare solo su inventiva, espedienti di fortuna, battute sgrezze e tanto, tanto culo. La vigilia di Natale del 1988, nel bel mezzo della peggior tempesta di neve della storia del Wyoming, Walt Longmire deve trovare un modo per trasportare il più in fretta possibile all’ospedale di Denver una bambina giapponese gravemente ustionata in seguito a un incidente stradale, in cui per sovrappiù hanno perso la vita entrambi i suoi genitori. L’unico modo che gli viene in mente lì su due piedi è andare al bar, recuperare il suo vecchio predecessore Lucian Connally che sta festeggiando la vigilia riempiendosi di whisky, caricarlo su uno scassatissimo bombardiere del tempo di guerra (Steamboat, che prende il nome dal leggendario cavallo mascotte del Wyoming) e farglielo pilotare in mezzo alla tempesta fino a Denver. Una situazione paradisiaca, che lo stesso Connally riassume così:

«Oh, diamine, abbiamo un pilota con una gamba sola che non sale su uno di questi cosi da un centinaio d’anni… Una copilota che quanto a ore di volo reali praticamente non è neppure salita a bordo… Un mastodonte dell’hangar pronto per il cortile del rigattiere, e una tempesta di neve che proverà a farci schiantare al suolo dalle parti di Wichita… Cosa potrebbe andare storto?»

Tutto. Tutto potrebbe andare storto. È proprio lì il bello. Non a caso, il titolo originale del romanzo (Spirit of Steamboat) richiama l’impresa aviatoria più audace e più imprevedibilmente fortunata della storia americana: la trasvolata atlantica da New York a Parigi di Charles Lindbergh, nel 1927, a bordo del suo Spirit of St. Louis, che all’inizio non riusciva nemmeno a decollare, ma che poi si dimostrò abbastanza bravo da portare il suo pilota a destinazione sano e salvo. E pure nel racconto di Johnson le cose vanno a finire bene. Nessuno spoiler, lo sappiamo fin dall’inizio: tutta la storia è un lungo flashback con cui Longmire, il giorno della vigilia di Natale, rievoca l’intera vicenda di quel volo di tanti anni prima in seguito alla visita inattesa del suo “fantasma del Natale passato”: una giovane donna giapponese che si rivela essere proprio la bambina salvata in quell’occasione.

Un bombardiere B-25 Mitchell fotografato da Johnson lui medesimo, mentre lavorava a “Steamboat”

Ora, se sappiamo già che la storia va a finire bene, che la bambina si salva e nessuno si fa male, dov’è la suspense che ci sentiamo in dovere di richiedere a una mystery novel? Si vede che con Steamboat Johnson è uscito un po’ dal seminato rispetto agli altri suoi romanzi, poiché è lui stesso a rispondere alla domanda, mettendo le mani avanti neiRingraziamenti: “a volte la suspense non sta tanto nel modo in cui uccidi i personaggi di un libro, ma in quello che fai per tenerli in vita“. Ed è proprio qui che si misura la distanza tra la cristianeggiante falsariga dickensiana del Canto di Natale che Longmire si tiene nella tasca del giaccone e lo spirito tutto americano dell’avventura di Steamboat. Dall’inizio alla fine del loro tragicomico volo, Walt Longmire e lo scorbutico Lucian Connally si dannano l’anima per riuscire nel duplice scopo di tenere in aria l’aereo (che vola perdendo i pezzi e quasi senza carburante) e in vita la bambina; e lo fanno rimboccandosi le maniche, ingegnandosi in soluzioni sempre sul filo del rasoio tra il coraggio e la pazzia, facendo ironia quando ci sarebbe da pregare tutti i santi e soprattutto non perdendo mai la speranza. Così, la storia un po’ quacchera degli spiriti del Natale di Dickens diventa una storia americana dura e pura in cui “i buoni sentimenti” che trovo citati in tutte le recensioni che ho letto consistono essenzialmente nella forza d’animo di una coppia di personaggi follemente coraggiosi e decisi al tutto per tutto pur di non darsi per vinti. Come Steamboat, che nel suo ultimo volo dà il meglio di sé sfidando una tempesta di neve a cui tutti l’avevano condannato a soccombere.

Pur essendo il decimo titolo della serie, la storia di Longmire e Connally e del loro tempestoso volo natalizio si lascia benissimo leggere autonomamente. L’impressione è che costituisca una specie di “spin-off” interno: è evidente che il racconto non fa procedere di un millimetro l’eventuale linea narrativa principale della serie, raccontando una vicenda che si esaurisce del tutto in se stessa e in cui non vi è nessuna percepibile evoluzione del carattere dei personaggi. In effetti, tutta la storia sembra essere piuttosto un approfondimento “all’indietro” del background di Longmire (che, racconta, non è che avesse tutta ‘sta voglia di diventare sceriffo, e spiega perché) e soprattutto di Connally. Proprio Lucian, pur essendo sostanzialmente un comprimario, per tutto il romanzo domina la scena con la sua irresistibile personalità da guerriero montanaro tutto whisky e spacconate, che si trova nell’ironica situazione – lui, ex incursore  dei raid aerei sul Giappone nella Seconda guerra mondiale – di salvare la vita di una bambina giapponese pilotando uno di quegli stessi aerei che anni prima aveva utilizzato per bombardare scuole e ospedali di Tokyo.

Il tutto gestito da Johnson con una scrittura creativa e immaginifica che francamente mi sono stupito di ritrovare, in un testo come questo. Alle espressioni prevedibilmente ruvide che non possono mancare in bocca a uno sceriffo del Wyoming e ai suoi degni amici (“… laggiù farà buio come nel culo di una vacca…“; “Con un po’ di fortuna, lo scompartimento sarebbe stato abbastanza protetto dal vento e non mi sarei trasformato in un enorme ghiacciolo al gusto di sceriffo prima di portare a termine il compito“), Johnson affianca descrizioni evocative, metafore fantasiose, immagini suggestive in grado di trasformare la tempesta di neve che flagella il Wyoming in un avversario ancestrale contro cui Steambot, il vecchio e sgangherato bombardiere in disarmo, si appresta a combattere la sua ultima battaglia.

C’erano fantasmi lì fuori, tra la neve e i fischi del vento, voci antiche che potevano levarsi in coro per o contro di te… Era strano, ma il ritmo dei motori cominciò a sembrare quello dei tamburi, e pareva quasi che stessero evocando una forza in grado di contrastare il vento.

E i vecchi guerrieri sono i più temibili: che siano aerei pronti per il rigattiere o vecchi sceriffi con una gamba sola, nell’ultima battaglia danno sempre il meglio di sé.