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Doppi destini

Autore: Mario Fortunato
Testata: L'Espresso
Data: 27 febbraio 2015

E' una storia dolorosa e conturbante, quella che è al centro di "L'uomo che schioccava le dita" dell'autrice iraniana ma di espressione francese Fariba Hachtroudi (Edizioni E/O, traduzione di Alberto Bracci Testasecca, pp. 132, €16). Siamo nelle prigioni disumane di una presunta Repubblica teocratica, dove è sovrano assoluto un vecchio pazzo dietro cui non è difficile riconoscere l'ayatollah Khomeini. In questo carcere che si estende ben oltre le mura delle celle, una ragazza, la prigioniera 455, ridotta a numero come avveniva nei campi nazisti - resiste a ogni tortura, finché un giorn viene liberata da un kapo' di cui intravede la fisionomia. Quella stessa figura, molti anni dopo, ormai libera in un paese occidentale, le si rivela nell'identità di un alto militare, fuggito dalla Repubblica teocratica, alla ricerca di asilo politico. La donna si trova per caso a fare da interprete all'uomo, che naturalmente la riconosce. Si tratta, si capisce, di una situazione estrema, diciamo teatrlae. Non a caso, credo, l'autrice ricorre al registro del doppio monologo interiore. La storia viene quindi raccontata da due io narranti che la ricostruiscono uno all'insaputa dell'altro, in una specie di tensione scenica che porta a un finale inatteso e nello stesso tempo inevitabile. Tuttavia, qualcosa non convince.
Fariba Hachtroudi usa un lingua sincopata e volutamente ellittica, il cui risultato paradossale è una specie di retorica della sottrazione. Troppi punti. Troppe sospensioni. La voce interna dei due personaggi appare pericolosamente la stessa. E mentre in scena un testo del genere si avvarrebbe della fisicità degli interpreti, sulla pagina i due monologhi alternati finiscono col dare luogo a una iperletterarietà che attutisce e rende un po' stucchevole la vicenda stessa