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Il chierico e il diavolo nella paludosa Venetia

Autore: Sergio Pent
Testata: La Stampa TuttoLibri
Data: 28 febbraio 2015

Il noir di matrice storica costituisce, per un autore, il rischio di omologazione verso un generico giudizio di intrattenimento, ma anche il rischio di sfidare ardue architetture meta-letterarie, Il nome della rosa su tutti. Roberto Tiraboschi tiene abilmente il piede in due staffe, nel suo godibilissimo La pietra per gli occhi: da scafato sceneggiatore imbastisce la trama incalzante con tutti i riguardi per il lettore, e d’altro canto rievoca a colpi di pennellate storiche un tempo – il 1106 d.C. – e una geografia – la «Venetia» paludosa dei primi monumenti e delle grandi chiese – che coltivano in sé un’innata suggestione.
La pietra per gli occhi, per me che non mi straccio le vesti in favore del romanzo «in costume», è uno dei libri più avvincenti che abbia letto relativi a questo ambito di per sé artificioso, più ragionieristico che letterario. Tiraboschi si colloca sul versante delle grandi narrazioni europee, quelle dei Falcones e dei Norfolk, con qualche meritevole rimando a classici del genere come Il profumo di Suskind o Il talento del dolore di Andrew Miller. ll romanzo svolge in pieno la funzione di nobile intrattenimento e riesce nell’intento di riempirci le narici di tutti i miasmi di un’epoca priva del vocabolo «igiene» e di farci fantasticare sul remoto dedalo di canali, isolotti, paludi e boscaglie che sarebbe diventata la mitica Serenissima.
Al di là della limpida e mai didattica ricostruzione storicoambientale, La pietra per gli occhi è il romanzo di una ricerca umana e spirituale, che vede al suo centro il giovane chierico Edgardo d’Arduino, figlio di nobili autorelegatosi in convento a causa di una deformità che lo rende gobbo e storpio. Edgardo è diventato uno scriba di valore assoluto nell’eremo di Bobbio, ma i suoi occhi sembrano condurlo a una prematura cecità. Tutto appare perduto per il povero amanuense, ma da «Venetia» giunge la voce relativa a una magica pietra in grado di restituire la vista. Edgardo parte per il convento di San Giorgio in compagnia del monaco Aldemaro, suo amico e mentore, e da lì in poi si scatena una caccia alla verità che diventa ricerca assoluta, atto di fede, tuffo nelle anse dei segreti umani. Edgardo entra in contatto con una realtà odorosa di fatiche, sudori, povertà, fetori e malattie, perché il mondo esterno al convento è un crogiolo di lotte e miserie, tra le quali sarà costretto a districarsi per non soccombere, per cercare una logica divina nel mare magnum dei dubbi da cui è subito circondato.
Un oscuro assassino, intanto, miete vittime tra i garzoni di bottega dei «fiolari» – i vetrai di Venezia e dell’antica Murano (Amurianum) – e ai cadaveri vengono sostituiti gli occhi con vetri bianchi che hanno al centro pupille color rubino. Opera del diavolo, si vocifera tra calli e baracche, ma qualcosa di più profondo si nasconde dietro questi omicidi rituali: Edgardo scopre che esiste un manoscritto arabo, nel convento di San Giorgio, in cui forse si parla della mitica pietra in grado di ridare la vista. Ma intanto è entrato suo malgrado in un gioco di sospetti e di veleni che parte dal perfido abate Carimanno di San Giorgio e arriva alle guerre fratricide per la supremazia artigianale e artistica dei più abili mastri vetrai: il selvatico Segrado e il disonesto Tataro, entrambi alla ricerca del vetro perfetto ricavato dal cristallo di rocca. Se a tutto questo aggiungiamo la presenza dell’ammaliante schiava orientale di Segrado – Kallis – e una serie di colpi di scena che lasciano presagire drammi anche epocali, avremo tra le mani un signor romanzo, che scorre come una bella vacanza e ci dà il senso più profondo di un’epoca confusa ma già ricca di cultura, quella stessa cultura che – scopriremo – non sempre viene trasmessa nella sua pienezza, perché l’uomo è saggio finché controlla la sua saggezza e non viene ostacolato da pensieri socialmente pericolosi. I piccoli destini umani sono destinati a perdersi, ma sullo sfondo Tiraboschi riesce a farci scorgere, superbamente, la nascita della modernità, i fasti ancora in embrione di una città unica al mondo.