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La prospettiva di Izzo

Autore: Piero Ferrante
Testata: Stato Quotidiano - Macondo
Data: 2 marzo 2015

“Sapevamo la pazienza di chi non si può fermare e la santa carità del santo regalare. Lo sapevamo anche noi il colore dell’offesa e un abitare magro e magro che non diventa casa e la nebbia di fiato alla vetrine e il tiepido del pane e l’onta del rifiuto. Lo sapevamo anche noi questo guardare muto”. Questi versi, per chi non li conosce, sono versi di una canzone di Gianmaria Testa. L’album è “Da questa parte del mare”. La canzone è “Ritals”. Rital è una parola che viene dall’argot e indica, in maniera spregiativa, i migranti italiani che non arrotavano la erre.Gennaro Izzo, senza accento sulla o, era un rital. Povero, poverissimo. Anche Jean-Claude Izzo, malgrado l’accento sulla o, era un rital. Un barista e uno scrittore. Storia di un padre e un figlio che, come tanti padri e figli, nella Marsiglia interculturale del 1945 e poi del 1950 e poi degli anni Sessanta, parlavano lingue differenti. Gennaro, salernitano, doveva il suo status di rital all’essere figlio del Mediterraneo; Jean-Claude all’esserne nipote.Il Mediterraneo, già. Quel cielo rovesciato in cui galleggiano, da sempre, comete di carne con lunghe scie di disperazione. Poco prima di morire, il 26 gennaio di 15 anni fa, Jean-Claude aveva rivelato al suo amico cantautore, Gianmaria Testa, di voler scrivere un grande romanzo sul Mediterraneo. Ma la sorte, incartata nel buio di un tumore, non gliene ha dato il tempo, falciando di netto i suoi anni che erano appena cinquantacinque. Forse, con quel romanzo in mano, oggi staremmo leggendo diversamente le immagini del mare insanguinato, la barbarie senza fede e senza ideali, la becera crudeltà di chi ipotizza cannoneggiamenti. Forse, di quel romanzo, anche le sirene avrebbero sorriso, favorendo i viaggi e accompagnandoli con il canto. Forse, se fosse stato scritto quel romanzo, oggi non ci sarebbe stato il bisogno di aggiungere null’altro alla vicenda umana di Izzo, magari non staremmo ancora rimpiangendo la caduta fatale di Fabio Montale e il tramonto del sole dei morenti.Ma di un fiore, specie se è appassito precocemente, non si può dimenticare l’odore. La memoria è lo strumento umano per combattere la bruttura e l’ingiustizia. Ricordare Izzo, fino a provarne una maledetta nostalgia, è il modo che abbiamo per donare al mondo un’altra prospettiva, una visuale sbieca e vagamente appannata, ben diversa da quella di chi vince sempre. Una prospettiva che ci invita a guardare la Storia dal Meridione del mondo, inteso come quello spazio umano e geografico dove si polverizzano le barriere sociali, e tutti nascono e vivono con le identiche possibilità, le identiche passioni, le identiche percentuali di essere eternamente felici o eternamente tristi.Massimo Carlotto, quando scrisse l’introduzione ad “Aglio, menta e basilico”, disse che questo era il messaggio potente di Izzo: decommercializzava la vita, restituendo all’uomo il senso della solidarietà. E per questo senso squisitamente politico dobbiamo leggere “Jean-Claude Izzo. Storia di un marsigliese”, di Stefania Nardini. Ci sono voluti cinque anni prima che fosse rieditato da E/O. Il risultato è un libro che, mantenendo la dimensione di biografia, si spoglia tuttavia della polvere dell’ufficialità, lasciando vagare la mente tra il mare e Marsiglia, in un volo vorticoso tra poesie, canzoni, testimonianze, ricordi. Un libro di speranza, popolato di tutta l’alterità di cui Izzo è capace. Una via di carta lunga appena un centinaio di pagine, dove ritroviamo gli odori dei mercati marsigliesi, le voci dei pescatori che rientrano dal largo, le passioni accese degli studenti parigini e dei disoccupati mai arresi, i viandanti senza casa perché tutto il mondo gli è casa.Stefania Nardini è stata capace di rendere ogni sfumatura della vita di Izzo con potenza e con dolcezza, con la stessa tenerezza che ha lo sguardo della primavera quando si posa sui ciliegi. Dalle sue parole sgorga una malinconia inevitabile che ci aiuta ad affezionarci ancora di più ad Izzo, non più come scrittore ma quasi fosse quell’amico di sempre che, scomparendo, abbia deciso di lasciarci in dono tutta la sua poesia.