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Il «puparo» mette la sua firma nel nuovo mistero di Roberto Riccardi

Autore: Enrica Simonetti
Testata: Gazzetta del Mezzogiorno
Data: 3 marzo 2015

C’è uno scrittore barese da non perdere d’occhio: è Roberto Riccardi, autore già noto per una serie di romanzi e di thriller, colonnello dei carabinieri e abile ideatore di trame e di intrecci. Il suo personaggio più amato, il tenente Liguori, è al centro anche di questo nuovo libro, che si legge tutto d’un fiato, dal titolo La firma del puparo (Edizioni e/o, pagg. 199, euro 16) e anche questa volta sia lui sia il suo amico d’infanzia Nino Calabrò rappresentano le due facce della vita, quel Bene e Male che s’intrecciano e si scontrano nel nome dell’esistenza.
Sì perché, per chi non abbia letto i volumi precedenti come il bellissimo Undercover Niente è come sembra (vincitore del premio Mariano Romiti 2013),
primo romanzo della serie, al quale sono seguiti Venga pure la fine e questo La firma puparo è bene precisare che il tenente Liguori e Nino sono amici di infanzia, soltanto che il primo è nelle forze dell’ordine e l’altro è nella criminalità.
Nino è figlio di un ‘ndranghetista e Rocco sta dall’altra parte: il fatto è che Nino chiede aiuto al suo compagno di giochi e questi si trova a dirimere un giallo intrigante nel quale però saranno in molti a farsi del male.
Lo scenario questa volta è il «pentitismo». Nino deve fuggire perché diventato collaboratore di giustizia e a lasciare la vita quotidiana sono lui, la moglie, i figli e pure una parente «chiacchierata», una donna che malvolentieri deve passare alla vita «in grigio», nascondendosi a tutto ciò che era prima. Sarà proprio lei a svelare il suo indirizzo e a scatenare purtroppo una ridda di avvenimenti concatenati dei quali possiamo solo accennare qualcosa, per non togliere il piacere della lettura e il disvelarsi dell’anima del thriller a chi si avvicinerà a questo bel romanzo. Un noir, se vogliamo, ben scritto, con il consueto stile asciutto che Riccardi riserva alle sue storie. Con l’analisi psicologica dei personaggi, con l’attenzione a quei risvolti del cuore che animano il mondo dei criminali e delle persone per bene, senza alcuna differenza.
E così la storia si dipana tra un cadavere che risulterà un finto cadavere, la fuga, l’oblìo, la vendetta, gli equilibri tra gang sconvolti. Un padre che organizza un finto assassinio del figlio per garantirgli una nuova identità e una nuova vita; un nickname lasciato su Facebook che rivela un nascondiglio lontano; un duello rusticano in cui non ci sono vincitori. Perché a vincere spiega tra le righe Riccardi è solo la speranza. Quella del volto di un bambino che si trasforma in una traccia o quella che s’incrocia innamorandosi di una donna.
Il «puparo» è sempre alle spalle ed è quello che muove i fili. È il boss che appare dietro le quinte: è in Sicilia ma può essere ovunque, dato che è lui a decidere tutto. Fino a un certo punto. Fino a quando l’intuito e la voglia di indagare non creano scossoni e incredibili epiloghi.
Il tenente Liguori in questo romanzo appare sospeso in una vicenda mafiosa in cui è sempre presente quel velo dell’amicizia he però è solo un legame d’infanzia e non di sangue. In Undercover aveva sperimentato il rischio delle operazioni sotto copertura e in Venga pure la fine era finito al centro degli intrighi della politica internazionale. Qui, invece, è alle prese con la fuga dei pentiti, con la voglia di ricominciare da zero che ossessiona chi collabora, pur senza confessare tutto. Ma i conti alla fine si devono fare. E tra Palermo e New York, viaggia la caccia al crimine ma anche la soluzione ad un dubbio. La voglia di spezzare i fili del puparo, l’istinto di far trionfare il Bene.
Nato a Bari nel 1966, Riccardi trasferisce nelle pagine tutto ciò che nei lunghi anni di servizio nell’Arma ha visto e probabilmente continua a vedere. Ha lavorato a Palermo negli anni delle stragi e poi in Calabria, a Roma, in Bosnia e Kosovo. Tutti luoghi che tornano nei suoi romanzi, tutti amati quanto egli ama si capisce dalla sua scrittura il suo mestiere. Ed è quello stesso amore che Riccardi riversa nelle pagine, in questo romanzo dedicate appunto «A Palermo, dolente e meravigliosa. A sei anni di vita indimenticabili».