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«A Teheran le cose ora cambiano sarà la chiave per il Medio Oriente»

Autore: Farian Sabahi
Testata: Corriere della Sera
Data: 3 marzo 2015

«Il presidente iraniano Hassan Rouhani è un pragmatico che comprende i veri pericoli che l’Iran si trova ad affrontare in questa difficile congiuntura mondiale e nel disordine mediorientale. Rouhani ha la volontà di migliorare gradualmente la situazione e tirare fuori l’Iran dall’impasse. È consapevole del fatto che, se il suo governo cade, l’Iran rischia un conflitto, anche civile. Comprende che il regime siede su un vulcano. Deve fare di necessità virtù e dimostrarsi moderato, con la consapevolezza che la diplomazia si declina in base ai rapporti di forza. Se Rouhani ce la farà, l’Iran avrà un ruolo chiave in un Medio Oriente dove i rapporti di forza sono maggiormente bilanciati».
Ad esprimere questo giudizio è la scrittrice iraniana Fariba Hachtroudi, autrice di «L’uomo che schioccava le dita», romanzo d’amore e di testimonianza politica (edizioni e/o). Per Fariba, 54 anni, che vive in Francia dall’adolescenza ma è tornata in Iran tra il 198586epoinel2006enel2009,la politica è il comune denominatore di una famiglia impegnata: il nonno era il leader religioso Esmail Hachtroudi membro della costituente del 1906 e difensore di laicità e tolleranza, mentre il padre è il matematico e filosofo Mohsen Hachtroudi, attivo sul fronte dell’uguaglianza di genere. Nel romanzo, racconta le vicende della prigioniera 455, inaspettatamente liberata da un militare dalla camminata inconfondibile che incontrerà nuovamente.
È una storia vera?
«Non è la mia storia, non sono stata in carcere né torturata. Ho tratto ispirazione dalle testimonianze delle donne che ho intervistato, quando lavoravo come giornalista. Ex prigioniere, mi hanno raccontato le loro esperienze in cella, anche nella prigione di Evin».
Nel libro lei non cita mai l’Iran, ma è ovvio che si tratta della Repubblica islamica...
«Non lo scrivo perché quelle circostanze si possono riprodurre in un qualsiasi Paese non democratico. E sfortunatamente anche in alcuni Paesi democratici, pensiamo agli Stati Uniti dove George W. Bush aveva reso legale la tortura. Non volevo prendere di mira solo l’Iran».
Trentasei anni dopo la rivoluzione, la violenza di genere viene declinata diversamente nella Repubblica islamica?
«La violenza non si è mai fermata, ma c’era anche prima della rivoluzione del 1979. Ritengo che l’attuale governo voglia dare una nuova rotta al Paese. I falchi sembrano ciechi e sordi, non capiscono la complessità del mondo né i veri pericoli che il Paese deve affrontare, tra cui la sopravvivenza della Repubblica islamica. Fanno di tutto per bloccare le riforme e l’apertura. La condanna di Reyhaneh, impiccata per essersi difesa dall’uomo che voleva stuprarla, è una tragedia che mostra il conflitto in atto tra i mullah al potere. Noi donne saremo sempre penalizzate finché ci sarà la legge islamica. Ma la loro battaglia nella società civile e in una certa misura negli ambienti di potere dimostra che in Iran le donne e i giovani rifiutano la sharia. Tuttavia, non tutte riescono a sfuggire alla legge islamica. Nelle grandi città e nelle famiglie dell’alta borghesia riescono, più o meno, a lottare e avere un ruolo nella società, ma non dobbiamo dimenticare coloro che vivono nelle aree rurali e appartengono ai ceti bassi».
In Medio Oriente la religione è diventata un problema, pensiamo ai conflitti tra sunniti e sciiti. Che ne pensa?
«Tra sunniti e sciiti ci sono sempre stati problemi. A causare tensioni tra Arabia Saudita, Iran e Turchia è il desiderio di leadership del mondo islamico. La cosa migliore sarebbe se la diplomazia di Teheran e di Riad sedessero a un tavolo per trovare una soluzione contro lo Stato islamico e Al Qaeda. Inoltre, il problema siriano deve essere risolto, se in futuro non vogliamo ulteriori tensioni».