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Helen Keller, Il silenzio delle conchiglie

Autore: Marilena Renda
Testata: Doppiozero
Data: 13 marzo 2015

Il racconto della vita di Helen Keller, sordocieca, attivista, figura centrale nel Novecento americano – cosa ha realizzato, quanto lontano si è spinta nel Novecento appena trascorso malgrado la sua radicale infermità, o forse proprio grazie alla spinta propulsiva della malattia, e indubbiamente grazie a un’energia, un coraggio e un’intelligenza fuori dal comune – richiede prima di tutto il tentativo di descrivere la potenza dei segni. I sensi sono qualcosa che tradizionalmente diamo per scontato; diamo per acquisito il legame che un bambino stabilisce attraverso la vista e l’udito tra l’oggetto e la parola che lo rappresenta, certo arbitrariamente, ma in modo stabile. Lo racconta il film di Arthur Penn sulla vita di Helen Keller The miracle worker (1962), di cui esiste una versione italiana (1968) interpretata da Anna Proclemer con il titolo Anna dei miracoli; entrambi i film sono trasposizioni della sua autobiografia, da poco pubblicata dall’editore e/o con il titolo Il silenzio delle conchiglie, traduzione dell’originale e ambizioso Story of my Life. Nella storia di Helen Keller il momento che rappresenta lo spartiacque decisivo è quello in cui, grazie all’aiuto della fedele Anne Sullivan, sua inseparabile insegnante, amica e mentore per circa un cinquantennio, Helen, da creatura selvaggia e totalmente istintiva che era, associa per la prima volta le lettere che compongono la parola “acqua” alla realtà fisica dell’acqua che le scorre tra le dita. Da quel momento in poi la luce della comprensione che si accende nella mente di Helen è destinata a non spegnersi più: è con una tenacia decisamente fuori dal comune che supera gli ostacoli che la separano dal raggiungimento di una vera istruzione, fino al conseguimento della laurea al Radcliffe College nel 1904, prima persona sorda e cieca a riuscire a laurearsi. Story of my Life, pubblicato per la prima volta nel 1903, fu un enorme successo; tradotto in molte lingue, valse a Helen già famosa la stima e l’ammirazione di molti dei personaggi più importanti del suo tempo.

 

Ciò che colpisce più di tutto, nel leggere Il silenzio delle conchiglie, che è prima di tutto un rilevantissimo documento storico oltre che il racconto di una delle vite più eccezionali del Novecento, è l'insistenza sull'esperienza sensoriale, soprattutto nelle prime pagine, quelle dedicate all'infanzia, prima che l'impegno e lo sforzo di imparare la assorbissero quasi totalmente. La giovane Helen è deliziata dal mondo in cui vive; i sensi sono naturalmente all'erta, ogni esperienza della natura è descritta con accenti estatici, come se le visioni del mondo accumulate nei primi mesi di vita costituissero davvero un tesoro inalienabile: “Durante i primi diciannove mesi di vita avevo scorto distese di campi verdi, cieli luminosi, alberi e fiori che l'oscurità non era riuscita a cancellare del tutto. Se abbiamo visto, almeno una volta, la luce e tutto quello che ci ha mostrato, ci appartengono”. Colpisce l'uso naturale che Keller fa di verbi come “guardare”, “vedere” e “sentire”, come se potesse usare realmente i sensi corrispondenti: “La mia vita è sempre stata piena, completa, perché ho sempre avuto la percezione che usassi tutti e cinque i sensi”, spiegava agli interlocutori. In certi punti, la visione cede il passo alla divinazione, come quando descrive il paesaggio appena innevato e i segni lasciati da qualcuno sulla neve fresca. Keller sembra possedere una soprannaturale capacità – e un soprannaturale desiderio – di assorbire i dati del mondo esterno a cui non può accedere per via spontanea; parole e immagini sono oggetti smarriti di cui mi libero con rammarico, spiega; l'handicap sembra stabilire un confine felicemente fluttuante tra sé e il mondo esterno e instaurare una percezione inedita del proprio e dell'altrui: “In quel periodo assorbivo con bramosia tutto ciò che leggevo senza sapere cosa fosse la professione di scrittore e tuttora non ho così chiara la linea di confine tra le mie idee e quelle che trovo nei libri. Credo che questo accada perché la maggior parte delle mie impressioni proviene dagli occhi e dalle orecchie degli altri”. È un processo, dice altrove, che trasforma tutto ciò che scrivo in una specie di patchwork di parole, una trama pazientemente tessuta che Keller scopre a posteriori di aver messo insieme senza curarsi della provenienza dei materiali, come se solo al buio si avesse una vera percezione della natura misteriosa dei segni del mondo.