Seguici

Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

Deville - Scrittori, uomini di mondo

Autore: Daniele Zappalà
Testata: Avvenire
Data: 24 marzo 2015

Il lavoro di scrittura è in genere molto solitario. Forse anche per questo, chi scrive ha bisogno poi di ritrovarsi, una volta fuori dal proprio laboratorio, assieme ad altra gente di lettere. E allora, senza ricorrere ad astrazioni fumose, si può spesso percepire concretamente una solidarietà e comunione che superano le frontiere». Patrick Deville è fra i romanzieri francesi più tradotti nel mondo, per affreschi a cavallo fra avventura e ricostruzione storica come Peste & colera (Edizioni e/o), uscito in Italia nel 2013 dopo aver vinto il Prix Femina. Lo scrittore sarà venerdì prossimo a Venezia (ore 18, multisala Giorgione) fra gli ospiti della kermesse «Incroci di civiltà», anche nelle vesti di fondatore e animatore della Meet («Casa degli scrittori stranieri e dei traduttori») di Saint-Nazaire, sulla costa atlantica.
Lei scrive i suoi romanzi sempre nel Paese dove sono ambientati, dalla Birmania al Messico. Gli scrittori sono in modo naturale dei «migranti»?
«Da una parte, tanti ancor oggi vivono in esilio. E tanti altri passano buona parte della loro vita a viaggiare. Per chi vuole creare, è un modo antico e naturale d’arricchirsi. Nel mio ultimo romanzo sul Messico, Viva, ad esempio, evoco i tanti scrittori non messicani che si sono insediati in quel Paese negli anni Venti e Trenta. Prendiamo Malcolm Lowry, che non era esiliato, ma ha fatto questa scelta di propria volontà».
Quest’erraticità trasforma la letteratura in un ponte prioritario fra culture? «Assolutamente sì. È quello che cerco di fare io stesso. Da una parte, scrivo in effetti i miei romanzi in altri Paesi, dove cerco d’incontrare e leggere scrittori di quelle culture. Mentre in Francia invito scrittori stranieri e cerco di farli tradurre». La sua struttura accoglie pure dei traduttori...
«Sì, perché sono indispensabili, anche se il loro ruolo cruciale è spesso sottovalutato. Non è affatto rara, poi, la situazione particolare degli scrittori che al contempo traducono. La traduzione è la scrittura di un’opera letteraria nella propria lingua, pur senza padroneggiarne completamente il contenuto. Con Roberto Ferrucci, che ha tradotto due dei miei romanzi, abbiamo lavorato assieme per cercare soluzioni in modo da fare realmente dei libri italiani. Ci sono molti scrittori traduttori che dicono di aver scritto alcune delle loro più belle frasi traducendo».
Qual è lo scopo principale della Meet che lei ha fondato a Saint-Nazaire? «Innanzitutto si tratta di ospitare materialmente scrittori e traduttori stranieri in Francia. Ma siamo pure una casa editrice di testi bilingue. Organizziamo anche incontri letterari a Saint-Nazaire, a Parigi e all’Abbazia di Fontevraud, non lontano da Saumur. Cerchiamo di contribuire a questa rete mondiale di lettori, scrittori, editori, accademici che danno vita a una sorta di repubblica internazionale delle lettere che esiste concretamente, senza troppi proclami. In queste ore, si è visto che una parte di questa rete si è attivata a favore di Erri De Luca, di cui ho avuto personalmente il piacere di curare alcuni scritti in versione bilingue nella nostra rivista. Nel 2001 gli avevamo conferito il premio Laure Bataillon per Tre cavalli, assieme alla sua traduttrice Danièle Valin».
C’è chi, come Michel Le Bris in Francia, ha cercato di teorizzare la necessità di un’apertura massima della letteratura al mondo, di una «letteratura-mondo». Che ne pensa?
«Nelle letterature straniere mi interessa proprio la loro estraneità rispetto alla mia vita e ai miei riferimenti. Se intendiamo la globalizzazione come un processo che uniformizza le culture, allora spero proprio che almeno la letteratura possa sfuggirvi. Le differenze culturali di fondo fra le diverse letterature rappresentano un patrimonio inestimabile che ci aiuta a vivere e a meglio comprendere il mondo».
I suoi romanzi fanno parte di un ciclo ancora in corso che inizia nel 1860. Per incrociare lo spirito d’avventura, occorre tornare ad epoche ancora segnate dall’esotismo di terre lontane?
«Scrivo romanzi senza finzione. Anche se m’interessa soprattutto l’oggi, cerco di mettere in prospettiva il secolo e mezzo dietro di noi attraverso singoli destini. In sé, lo spirito d’avventura non ha tempo e si può incrociarlo già nella letteratura classica greca o latina. È vero che mi interessano molto le esplorazioni geografiche, che oggi sono praticamente finite. Ma continuiamo a conoscere oggi l’avventura in molti ambiti scientifici, come la stessa batteriologia, per citare il campo di Peste & colera».
Come diceva, «Viva» rende omaggio pure a Lowry, il cui «Sotto il vulcano» è di quelle opere che hanno stravolto ogni presunto canone letterario. Privilegio dei capolavori?
«Credo sia una specificità dei genî letterari. Certo, come tanti altri, Lowry scrive in inglese e condivide un determinato clima culturale della metà del secolo scorso. Ma, al contempo, esce dalla storia letteraria e dai generi letterari, sconvolgendoli, come capita sempre con tutte le opere davvero grandi».