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“Il legame tra corruzione e mafie è il cuore del sistema-Paese”

Autore: Graziella Durante
Testata: Il Fatto Quotidiano
Data: 5 aprile 2015

I treno alta velocità Roma-Padova ha da poco lasciato l’affollatissima stazione Termini. Un compagno di viaggio d’eccezione, Massimo Carlotto – una delle penne più corrosive del noir italiano – sorride con l’aria di un ironico sabotatore di stereotipi: “È sempre un peccato lasciare Roma capitale. È un laboratorio criminale incredibilmente interessante. L’Italia è un Paese piccolo, dove la criminalità e la corruzione hanno un assetto sistemico solido. Ma è anche una costellazione malavitosa multiforme, che si compone di tanti piccoli pianeti, ognuno con le sue peculiarità”.
In effetti, la serie de “Le vendicatrici” (Einaudi, 2013) che ha scritto con Marco Videtta era ambientata in una capitale azzannata dalla crisi, dove miserabili traffici di cravattari e piccoli imprenditori corrotti erano solo il brusio di fondo di un giro di grandi affari gestiti insieme da criminalità organizzata e politica corrotta. Un’anticipazione di Mafia capitale?
Esatto. Non è raro che la letteratura di genere riesca ad anticipare i tempi. Il noir, in fondo, è una miscela di finzione letteraria e giornalismo investigativo condotto sulla base di ricerche che durano anni. Paradossalmente, la realtà che filtra nel romanzo arriva in maniera più diretta alla gente della cronaca dei giornali. I giornali spettacolarizzano elementi spesso secondari, senza spendere una sola parola sulla questione dirompente che tiene insieme il Paese intero.
Ti riferisci al legame tra corruzione politica e criminalità organizzata?
Sì, certo. Mafia capitale ha mostrato che corruzione e collusione con le mafie non sono una degenerazione episodica, qualcosa che riguarda l’immoralità e l’avidità di qualche politico o funzionario, ma una forma strutturale, stabile, dell’organizzazione del potere politico ed economico, del sistema produttivo del nostro Paese e non solo.
Nel suo ultimo e attesissimo romanzo “La banda degli amanti” (edizioni e/o) hai fatto ritorno a casa, al Nord Est e ai personaggi di sempre. Eppure il mondo criminale ha un volto radicalmente mutato. Puoi raccontarci questa nuova modernità mafiosa del modello veneto?
Le trasformazioni della criminalità organizzata nel Nord Est sono oramai fuse con quelle che hanno attraversato il sistema economico-produttivo globale. La mafia di oggi può contare su un esercito sovranazionale e molto eterogeneo: signori della finanza, politici vecchi e nuovi, imprenditori, professionisti, élites corrotte che attraversano ogni confine tra illegalità e legalità. La nuova ricchezza della ‘locomotiva d’Italia’ che per anni ha sfruttato il lavoro nero degli extracomunitari, si fonda sull’evasione fiscale, sulle ecomafie che avvelenano i territori, sul riciclaggio nel settore immobiliare pubblico.
Quali sono le nuove fonti di profitto di questo sistema produttivo corrotto e malavitoso?
Nel Nord Est si incrociano mafie internazionali e autoctone. Attività ‘antiche’, come lo smaltimento illegale di rifiuti tossici, si affiancano a nuove fonti di profitto, in particolare al businessdelle grandi opere. I politici le fanno passare per interventi che stimolano la crescita e danno lavoro. Tutte falsità. Il caso del Mose è emblematico. Ma anche l’Expo.
La recente spaccatura tra veneti e lombardi, tra Salvini e Tosi, corrisponde a una reale differenza nella gestione del potere? Diciamo che non si sono mai piaciuti, si sono alleati per reciproco opportunismo. In una prima fase hanno vinto i lombardi, ma la Lega veneta ha sempre mostrato insofferenza. La gente ha capito che molti dei valori proclamati dalla Lega delle origini sono stati ormai traditi. Manifestare con CasaPound ha infranto, ad esempio, un immaginario antifascista che in parte resisteva. D’altra parte, la logica di Salvini, condivisa con un veneto come Zaia, è ottenere il potere a tutti i costi.
E del laboratorio politico veneto degli anni settanta, penso alle lotte dei comitati autonomi degli operai a Marghera, Padova, Pordenone, cosa resta?
Resta ben poco. Ma quella stagione è radicata nella memoria di molti e ha comunque un grande valore, soprattutto per le nuove generazioni. Ci sono realtà organizzate di giovani che non accettano il discorso bugiardo del nuovo sistema criminale. Che sanno riconoscere la violenza dell’intreccio tra finanza, politica e imprenditoria. Sono una risorsa di vitalità, di resistenza e di conflitto, che subisce un costante processo di criminalizzazione. Siamo al paradosso!