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«Torno nel Nordest mafioso e razzista»

Autore: Fabrizio Coscia
Testata: Il Mattino di Napoli
Data: 21 aprile 2015

L’Alligatore è tornato. Richiamato a gran voce dai suoi lettori, soprattutto, esasperati dal lungo esilio, ma anche perché Marco Buratti (questo il suo vero nome), il detective senza licenza partorito dalla mente dello scrittore Massimo Carlotto, festeggia i suoi vent’anni dalla prima apparizione. E dunque eccolo tornare, l’ex bluesman, amante del Calvados, vittima di un errore giudiziario che lo ha costretto in passato a sette anni di carcere (un non troppo velato riferimento autobiografico dello stesso Carlotto) e sempre borderline con il sottobosco dell’illegalità, anche in questo nuovo romanzo, La banda degli amanti (E/O, pagg. 195, euro 12,75), che sarà presentato oggi a Napoli, alla Feltrinelli di piazza dei Martiri alle 18, con l’intervento dell’autore e di Maurizio de Giovanni.
Lo ritroviamo, infatti, alle prese con una feroce faida tra criminali serbi, in Francia, insieme ai suoi amici Beniamino Rossini e Max la Memoria, e poi a indagare sul misterioso caso della scomparsa di un anonimo professore universitario legato a un’amante segreta. Un caso che porterà Buratti a scontrarsi con Giorgio Pellegrini, malavitoso del Brenta ex estremista politico negli anni di piombo, riciclatosi più volte nelle sue attività illegali.
Carlotto, è cambiato l’Alligatore in questi venti anni?
«Non ho la concezione degli autori americani, per i quali i personaggi devono restare sempre uguali ed è il mondo che cambia attorno a loro. I miei personaggi sono legati al tempo e ai luoghi, e dunque l’Alligatore è invecchiato, come sono invecchiati i suoi amici».
E com’è cambiato il luogo dove vive Buratti?
«Il Nordest è profondamente cambiato: Padova è diventata leghista, c’è stata una flessione culturale e la crisi economica ha determinato una chiusura antropologica. Il mio romanzo racconta proprio questo cambiamento, e il fatto che i miei personaggi in questo territorio non si trovano bene: è un Veneto che non ha più quella vocazione europea e universitaria che aveva in passato, ed è diventato come un enorme paesone molto chiuso».
Qual è la caratteristica che rende questo territorio il laboratorio ideale per le sue storie criminali?
«Veniva additato come un territorio che doveva essere la locomotiva d’Italia, il modello nazionale dello sviluppo economico, poi invece si è scoperto che questo modello era basato sull’illegalità, sullo smaltimento delle scorie industriali tossiche nel Sud e sullo sfruttamento degli immigrati. Come si è cominciata a sentire puzza di crisi si è poi messa in moto una delocalizzazione generale che ha coinvolto quindicimila aziende. Cosa è rimasto? L’illegalità diffusa ha reso appetibile il territorio: sono arrivate le mafie a investire e il denaro dell’economia illegale si è rivelato molto proficuo. Il risultato è che oggi di mafia non si parla più, nonostante ormai domini il territorio, mentre trionfa la caccia al rom e all’immigrato».
Un razzismo che non si placa nemmeno di fronte alle grandi tragedie, come quella dell’ultimo naufragio di migranti nel canale di Sicilia.
«È stata montata una campagna sulla paura dell’immigrato che ha portato ad una folle corsa ad armarsi, per cui i sindaci si fanno fotografare con il fucile a pompa e nelle osterie la gente brinda ai naufragi. La lotta al diverso e la chiusura sono diventate la chiave per la soluzione della crisi, mentre invece sono una forma di suicidio».
Esiste anche un altro Veneto?
«Certo che sì, quello ad esempio delle associazioni di volontariato, per le quali la regione detiene il primato italiano, ma non ha voce e non riesce ad esprimersi nemmeno politicamente, anche perché il mondo del volontariato non va più a votare».
Anche la criminalità con cui si confronta l’Alligatore in questo suo ritorno non è più quella di un tempo.
«Perché la vecchia criminalità delle bande del Nord non esiste più: è una criminalità che si è globalizzata, che muta continuamente i livelli di affari. È la criminalità astuta di Pellegrini, cheracconto nel romanzo, e che ha un intreccio continuo con le criminalità estere».
Il romanzo affronta anche il tema della privacy violata e dell’uso criminale che se ne può fare.
«Il tema dell’amante, della relazione clandestina, resta un grande tabù nel nostro Paese, dove è difficile permettersi uno scandalo ed è proprio per questo che il ricatto nella sfera personale è diventato una delle armi più usate dalla criminalità. In fondo l’Italia resta una provincia, e la provincia è questo ed anche peggio».