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Impoveriti (a morte) dall'uranio

Autore: Celestino Tabasso
Testata: L'unione sarda
Data: 13 novembre 2008

“Perdas de Fogu”, nuovo romanzo di Carlotto & Co.

I cattivi sono piccoli, minuscoli, infinitesimali come possono esserlo le nanoparticelle dell'uranio impoverito. E la vittima è grande, grandissima. Praticamente tutta la Sardegna. È un noir anomalo («ma noir non si dice più, ora si usa abbronzato , mi pare) questo “Perdas de Fogu”, scritto da Massimo Carlotto e da un collettivo di scrittori cagliaritani che oltre a Francesco Abate - per Carlotto compagno abituale di scorribande narrative - comprende Ciro Auriemma, Alessandro Castangia, Marcella Catignani, Michele Ledda, Andrea Melis, Piergiorgio Pulisci, Vincenzo Saldì e Renato Troffa. Il romanzo (edizioni e/o, 163 pagine, 15 euro) attraverso le peripezie di un disertore e di una veterinaria racconta il dramma di un inquinamento letale causato da giochi di guerra in tempi (e zone) di pace. Quasi un dono di commiato offerto all'Isola da Carlotto, che dopo anni di vita cagliaritana ha fatto rotta sulla sua Padova. Ma con una precisazione: «Per me la Sardegna continua a rimanere terreno di scrittura oltre che luogo di affetto. Il mio è un tributo, questo sì: un tributo a una terra che ha pagato e paga prezzi altissimi in termini bellici, prima dando massicciamente la sua gioventù in pasto alla guerra, poi con una quantità di servitù militari che non ha paragoni con altre regioni».

Lei ha usato il noir prima per raccontare l'industria delle sofisticazioni alimentari con “Mi fido di te”, oggi le vittime dell'uranio impoverito: è una scatola narrativa buona per qualunque contenuto?
«Più che altro è un bel grimaldello per aprirle, le scatole, e per raccontare che cosa c'è dentro. È comunque una formula classica che funziona molto, almeno in Italia».

All'estero no?
«In Germania e in Inghilterra possono permettersi di scrivere romanzoni di intrattenimento, ma hanno realtà molto diverse».

Noi invece abbiamo ancora bisogno del noir impegnato.
«Funziona ancora egregiamente se rispetta il patto con il lettore: tu mi leggi e in io non ti racconto sciocchezze ma realtà documentate, a parte gli elementi di fantasia narrativa».

Quanto c'è di fiction e quanto di realtà in “Perdas de Fogu”?
«In 163 pagine ne abbiamo condensate 1500 di dati, ricerche e interrogazioni parlamentari. Oltre a raccogliere questo materiale poi abbiamo fatto le nostre brave interviste, abbiamo letto dei libri e visitato siti web. Questa è la quantità di realtà che c'è in “Perdas de Fogu”, ed è una realtà pubblica: non abbiamo usato una sola fonte che non fosse di pubblico dominio, reperibile e consultabile».

Raccontate un'isola contaminata a morte da nanoparticelle letali, che deformano i feti e uccidono donne e uomini. Il tutto col benestare del governo.
«Ci sono popolazioni - non solo quella sarda - che nel nome della sicurezza nazionale e delle alleanze militari sono private dei loro diritti. È evidente che quel tipo di poligono è incompatibile con le caratteristiche dell'Isola: non stiamo parlando dell'infinita steppa russa, ma di una regione che campa del suo territorio e deve garantire la salute ai residenti e ai turisti. Abbiamo deciso di scrivere questo libro perché ci sembrava allucinante l'idea di realizzare qui il poligono di riferimento dell'area Nato».

È vera la storia della dottoressa britannica che torna nei Balcani e viene uccisa dalle nanoparticelle?
«È vera, la racconta Stefano Montanari in “Il girone delle polveri sottili”. Ed è vera anche la storia degli agnelli nati con un paio di orecchie al posto degli occhi. C'è il video su YouTube».

Parliamo del mostro a venti mani, lo scrittore collettivo che ha creato il libro: come si fa a lavorare con nove coautori?
«È facile: per imbarcarsi in una follia basta essere folli».

E voi modestamente...
«Infatti. Però devo dire che lavorare in dieci può essere piacevole, soprattutto quando si va a tavola».

Ma a parte le cene come vi siete organizzati?
«Abbiamo raccolto il materiale, abbiamo sviluppato l'indagine e abbiamo steso una scaletta. Poi abbiamo steso le diverse scene. Alla fine è arrivato il momento di metterle insieme e renderle omogenee».

E a quel punto finalmente...
«Siamo entrati nel panico. Quella è stata la fase più complessa, ma quando ne siamo venuti fuori avevamo il libro. Che non è un romanzo a tesi ma comunque si regge su una certezza: quel poligono va chiuso perché non è compatibile con la terra sarda».