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Christa Wolf in fuga dalla guerra

Autore: Alessandra Pigliaru
Testata: il manifesto
Data: 30 aprile 2015

Dal 9 feb­braio al 9 marzo del 1971, Chri­sta Wolf com­pone Nachruf auf Lebende. Die Flu­cht (Suhr­kamp, 2014), lungo rac­conto fino a pochi mesi fa ine­dito e visi­bile solo nell’Archivio dell’Accademia di Belle Arti di Ber­lino. Ora gra­zie alla tra­du­zione di Anita Raja ne pos­siamo disporre anche in Ita­lia con il titolo Epi­taf­fio per i vivi. La fuga (edi­zioni e/o, pp. 160, euro 14,50) e la sua let­tura è un’occasione unica. Rac­conto pre­pa­ra­to­rio a Trama d’infanzia, indi­scusso capo­la­voro com­po­sto cin­que anni più tardi, è un evento per diverse ragioni. La prima è anche la più impor­tante per­ché ha a che fare con la descri­zione pun­tuale della fuga di quel gen­naio del 1945, qui espunta dai piani lin­gui­stici e della memo­ria che si mol­ti­pli­che­ranno in Trama d’infanzia, illu­mi­nando il momento in cui la ragaz­zina pro­ta­go­ni­sta del rac­conto, che acqui­si­sce il nome di Nelly Jor­dan nel romanzo del 1976, lascia la sua casa e la sua città per evi­tare l’Armata Rossa che incombe. Negli anni pre­ce­denti sono molti altri i momenti di rot­tura e panico che donne e uomini affron­tano, per via della guerra, del nazi­smo e di un tes­suto sociale e cul­tu­rale euro­peo com­pli­cato. Tutte cose di cui Wolf som­ma­mente ha dato rap­pre­sen­ta­zione insieme alle sue espe­rienze let­te­ra­rie e poli­ti­che. E pro­prio dalla stessa città natale di Chri­sta Wolf, Land­sberg an der War­the, oggi Gor­zów Wiel­ko­pol­ski in Polo­nia si cono­sce il luogo dell’infanzia per eccel­lenza, Son­nen­platz, in cui que­sto splen­dido rac­conto svolge e riav­volge una lezione verticale.

Orrore e vergogna
Il filo del discorso si distende in un qua­dro essen­ziale e neces­sa­rio in cui la scrit­trice pre­sa­gi­sce già che – per dirla con Inge­borg Bach­mann – «s’avanzano giorni più duri» e «il tempo dila­zio­nato e revo­ca­bile già appare all’orizzonte». È infatti un tempo con­tro­verso d’amore, e soprat­tutto di guerra, a dire parole che fanno «scin­til­lare gli occhi», come quelle ascol­tate in seguito da Nelly Jor­dan, impro­nun­cia­bili ai bam­bini eppure così pro­fon­da­mente com­prese nono­stante il divieto da parte degli adulti. Alcune appa­iono anche qui, inter­pel­late dalla signo­rina Strauch che durante le ore sco­la­sti­che avvia una pic­cola inda­gine su quale sia il sen­ti­mento peg­giore mai pro­vato. La bam­bina pensa alla ver­go­gna ma poi scrive paura anche se è l’orrore che di fatto l’ha asse­diata. E a dirla tutta un ter­rore puro quando più tardi senza nes­sun pre­av­viso la madre Char­lotte la lascia sull’autocarro pronto per la fuga e rimane a siste­mare le ultime cose in città e nel nego­zio che al tempo gestiva. È in effetti la figura della madre Char­lotte che si ha l’opportunità di cono­scere più a fondo e attra­verso il rac­conto della figlia: «Mia madre era in disac­cordo con la vita che era costretta a fare. La foto di lei da gio­vane che cono­scevo bene era in disac­cordo con la madre che cono­scevo altret­tanto bene, e que­sto era il motivo per cui la foto l’amavo ma intanto nascon­devo quell’amore come qual­cosa di proi­bito e con l’acuta sen­sa­zione di scon­ve­nienza pro­pria dei bam­bini di fami­glie che ingan­nano se stesse».

La par­tenza poi ela­bo­rata nella memo­ria, si salda alla rela­zione con la madre che a que­sta altezza appare come pie­tra ango­lare di un desi­de­rio tor­men­toso di rico­gni­zione. Com­pren­sione e vici­nanza sono i momenti attra­verso cui la bam­bina fa espe­rienza della madre, qui figura cen­trale che ammo­ni­sce, sagoma materna che nella sua appa­ri­zione avvisa della chiu­sura del tempo infan­tile. Sulla porta del cor­ri­doio illu­mi­nato quella sagoma visi­bile è soglia di appas­sio­nato e ambi­va­lente attaccamento.

«Noi ave­vamo avuto una bella infan­zia, e adesso era finita, era­vamo stati com­parse in una com­me­dia il cui lieto fine ci era stato garan­tito fin dal giorno della nascita, ma ecco che ci get­ta­vano in mezzo a una tra­ge­dia le cui leggi ci erano del tutto estra­nee – anche se in un ango­lino della coscienza siamo sem­pre un po’ lusin­gati se ci viene asse­gnata una parte dif­fi­cile e che però può dare buoni frutti». E se in Trama d’infanzia il corpo della memo­ria sospetta che «noi viviamo in un tempo più rapi­da­mente depe­ri­bile, un tempo fatto di una mate­ria diversa dalla mate­ria dure­vole dei tempi pas­sati», l’esercizio intorno al depe­ri­mento diviene in Epi­taf­fio per i vivi. La fuga oggetto di rifles­sione ulte­riore: «que­sta parola mi si è impressa a fondo e si è accom­pa­gnata alla con­vin­zione che i bam­bini sono merci facil­mente depe­ri­bili», espo­si­zione dell’inerme alla man­canza di cura. Tut­ta­via il dete­rio­ra­mento è anche meta­fora di quanto sta acca­dendo in que­gli anni, «come se la grande respon­sa­bile di tutto ciò che suc­ce­deva a noi e agli altri, la guerra, ora avesse final­mente deciso, in base al suo senso di giu­sti­zia, di non tem­po­reg­giare più, ma di farci capire in tutta fran­chezza, poi­ché adesso le pia­ceva così, ciò che era­vamo ai suoi occhi in realtà: merda».

Quando la ragaz­zina sale su quel vei­colo di for­tuna si aspetta di pro­vare dolore ma non suc­cede. Avverte invece un’inesplicabile fred­dezza che attra­versa i con­fini del suo corpo disob­be­diente e che la mette in con­tatto con uno strano e mate­riale depe­ri­mento dell’anima, simile a «un orbet­tino sotto incan­te­simo». Passa così in ras­se­gna luo­ghi inter­mi­na­bili e cono­sciuti ai quali attri­bui­sce ami­ci­zie e affetti; così l’Oder sarà oltre­pas­sato pre­sto, e nel frat­tempo guarda scor­rere le case ope­raie e dei fer­ro­vieri, il vicolo del Mat­ta­toio, il vil­lag­gio dei pesca­tori, tutto in silen­zio sep­pure in com­pa­gnia del fra­tello pic­colo, e di zie, nonni e parenti che poi si ritro­ve­ranno più avanti. Il padre è stato già reclu­tato for­za­ta­mente nel bat­ta­glione Marinesturm.

Con­fini interiori
È nell’esperimento del distacco che i con­fini di Son­nen­platz si con­fon­dono con quelli inte­riori. Si tocca cioè la distanza fisica dalla pro­pria madre e il vuoto che quella donna ha sem­pre cer­cato di mime­tiz­zare e riem­pire facendo del pro­prio meglio, insieme allo spa­vento di una quin­di­cenne per aver fatto l’incontro forse più atteso: «nel mio intimo avevo detto Io, a me stessa, e non riu­scivo a smet­tere di ripe­ter­melo (…) Insor­gevo e ne ero molto fiera». Su quell’autocarro, quando la madre in lon­ta­nanza le con­sente la visione dell’angolo acuto in cui fini­scono strade e piazze che si fanno sem­pre più pic­cole, nella spa­ri­zione di tutto ciò che fino a quel momento aveva cre­duto dotato di tan­gi­bi­lità, sente che il senso del dovere di Char­lotte, della pro­pria madre, la inchioda a una verità più grande: dare giu­sti­zia di se stessa, l’accommiatarsi dalla colpa e sco­prire da sé il gioco spe­cu­lare dei signi­fi­cati del mondo. Non suc­cede allo stesso modo in Trama d’infanzia, nel ten­ta­tivo di descri­vere il lavoro maturo della memo­ria come «caduta nel pozzo del tempo, in fondo al quale la bam­bina è seduta». Niente qui si con­trae bensì tutto è in for­ma­zione, in que­sto rac­conto lungo che — come segnala Gerhard Wolf nella post­fa­zione — può ser­vire dav­vero come epi­taf­fio per i vivi; viene cioè ricor­dato che anche nell’estrema ingiu­sti­zia della sepa­ra­zione, nello stra­nia­mento della guerra c’è spa­zio per la nar­ra­zione di una prima rivolta a cui ne segui­ranno delle altre. Anche se s’avanzano giorni più duri.

http://ilmanifesto.info/christa-wolf-in-fuga-dalla-guerra/