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Il ritorno dell’Alligatore, il nuovo noir di Massimo Carlotto

Autore: Roberto Casalini
Testata: Wired
Data: 6 maggio 2015

Dunque, Marco Buratti detto l’Alligatore è tornato, riemerso dopo sei anni si assenza tra le righe de La banda degli amanti. Potete trovarlo al Libarium, un bar di Cagliari dove si beve giusto, e si scola un cocktail da par suo. “Il cameriere mi portò un bicchiere old fashioned con sette parti di calvados, tre di drambuie, ghiaccio in abbondanza e una fettina di mela verde da sgranocchiare alla fine per consolarsi del bicchiere vuoto. Un Alligatore“.

Che invidia, solo a Cagliari si può: mettere il ghiaccio nel calvados, voglio dire, che mescolarlo con il drambuie mi pare un’efferatezza. Io ci ho provato a Nizza, in un simpatico bistrot di pied noir dove fanno un ottimo couscous e delle cotolette d’agnello perfette. Speravo che il padrone non fosse un purista, invece mi ha guardato storto e si è rifiutato: “Pas de glace dans le calvà, monsieur“. Pazienza, mi rifarò a Cagliari però il drambuie se lo tengono per loro.

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E per l’Alligatore, che immagino conoscerete. Detective senza licenza tra il Veneto e la Sardegna (come l’autore Massimo Carlotto, padovano trapiantato a Cagliari), ex cantante di blues con scarpe di alligatore jeans a sigaretta e camicie di lino da fare male agli occhi, romanticamente incasinato e perdente, cuore grande modi bruschi ed etica fuorilegge, è il protagonista di uno dei cicli più fortunati (e scaltri, e manieristi) del noir italiano. Assieme agli amici Max la Memoria, ciccione e prodigioso archivio vivente, in libertà dopo anni da latitante per storie di estremismo. E assieme a Beniamino Rossini, gangster di vecchia scuola efferato ma con un rigido codice d’onore (anarco-libertario? da banda Bonnot?).

Contro di loro le nuove mafie e i nuovi traffici. Scomparsi dai nostri radar per anni, Alligatore e soci hanno combattuto una faida più che feroce contro efferati trafficanti serbi che avevano rapito e seviziato la donna di Rossini, la danzatrice francoalgerina Sylvie. Hanno vinto la partita eliminando la superbad Nataljia Diinic, che a furia di bisturi e corsi di dizione era diventata una sosia di Sylvie (che dire? qui il tarantinato Carlotto mescola Kill Bill e John Woo).

Ma per Sylvie è troppo tardi: tormentata dall’insostenibile pesantezza del vivere, convoca Beniamino e i due amici nella sua villa di Beirut perché ha deciso di suicidarsi davanti a loro. Loro non la fermano perché rispettano il libero arbitrio (giuro: sembra un dibattito sul testamento biologico), lei si schianta sul pavè, loro ripartono con il cuore a pezzi e sciolgono il sodalizio. Ognuno per conto suo, a cercare di rimettere assieme i cocci.

Di solito non pratico lo spoiler (non lo pratico neanche qui in realtà, questo è soltanto il preambolo), ma mi sono dilungato semplicemente per dire che questo avvio è talmente tragico, talmente triste, talmente tagliere speciale della casa che bisognerebbe avere una pietra al posto del cuore per non scoppiare a ridere di gusto.

Insomma l’Alligatore è a Cagliari, beve il suo intruglio e rimugina sulla sua psiche devastata quando una svizzera bene che ha tutta l’aria della figa lessa, tale Oriana Pozzi Vitali, lo abborda per affidargli un’indagine. Figlia e moglie di buonissimi borghesi, ha avuto una relazione supersegreta con un professore romano non troppo bello, stizzoso e sfigato. Si vedevano a Padova, con tali precauzioni che persino un incontro con Osama bin Laden, in confronto, sarebbe stato una festa di piazza. Eppure qualcosa è trapelato, qualcuno ha tentato un ricatto, la gelida Oriana ha detto nisba e il professore è scomparso, ogni tanto lo rievocano a Chi l’ha visto.

Per farla breve, l’Alligatore accetta, coinvolge gli antichi soci e va a rivoltare il verminaio del Nord-Est, “un Veneto parassita, volgare, famelico eppure ancora profondamente radicato e inestirpabile“. Un Veneto di politici corrotti e collusi con la ‘ndrangheta (uno sembra ricalcato in parte su Galan), pusher e tirapiedi, carabinieri che fanno da guardaspalle ai boss, donne o schiave o sciroccate o troie o tutt’e tre le cose insieme (un po’ di misoginia, mister Carlotto?), ma in compenso buone puttane e pornostar da innamorarcisi come in una canzone di De Andrè. Un quadro a tinte accese, senza sfumature, un presepe dell’efferatezza costantemente sopra le righe. Come il malvagio di turno, Giorgio Pellegrini, “una fogna brulicante di progetti perversamente geniali”. Che riesce a scapolarla, anche se i suoi traffici vanno a ramengo, si attendono nuove puntate.

Che dire? Tutto perfetto per il fumettone di genere, e due ore di lettura passano piacevolmente. Anche se il mostro di malvagità, gratuitamente perverso senza ragioni funzionali all’esercizio d’impresa, ricorda tanto quei film belli carichi dove i nazisti, che sarebbero già malvagi di loro, sono anche omosessuali, cocainomani, baroccamente sadici e strangolano le vittime con le corde del pianoforte mentre nella stanza accanto un’ausiliaria lesbica e con il reggicalze suona Schubert, sorseggia assenzio e fuma una sigaretta sottilissima da un lunghissimo bocchino.

Una piccola innovazione però c’è: come già nel precedente Mi fido di te, scritto a quattro mani con Francesco Abate, il covo del malaffare è un ristorante di lusso. Mi piace: MasterChef come la nuova Spectre, lo chef stellato come genio del male. Può essere un nuovo filone: la cracco connection (avviso per chi prende tutto alla lettera: si scherza, eh…).

http://www.wired.it/play/libri/2015/04/08/ritorno-dellalligatore-noir-massimo-carlotto/