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Intervista

Autore: Andrea Melis
Testata: La Nuova Sardegna
Data: 9 marzo 2004

Tre anni dopo “Arrivederci amore, ciao”, arriva in libreria il suo nuovo Noir, duro e puro, che ci sprofonda di peso al di là del Bene e del Male. Com’è nato il progetto di questo romanzo?

In questo Paese il tema del perdono e della grazia è diventato all’improvviso d’attualità a partire dai casi Sofri e Mesina e trattato con rara ipocrisia e ignoranza. Lo Stato delega decisioni fondamentali come il perdono alle vittime mentre queste avrebbero dovuto essere completamente appagate dal processo. Questo determina situazioni senza vie d’uscita perché le posizioni sono inconciliabili.

“L’oscura immensità della morte” è un titolo piuttosto strano… che poi assume un senso preciso all’interno della storia. Perché ha scelto questa frase?

La scelta di un titolo di un romanzo è sempre laboriosa e complicata. In questo caso mi sembrava importante sottolineare come e quanto vivano la morte in maniera estrema i parenti di vittime di omicidio e gli ergastolani.

Il protagonista del romanzo, Contin, è la vittima di un crimine orribile che resta solo con un dolore per il quale non trova pace. Colpisce la precisione con la quale racconta il suo punto di vista. Come ha ricostruito questo tipo di esistenza?

Come sempre documentandomi. Diverse interviste e colloqui con avvocati, operatori carcerari, psichiatri e sacerdoti.

Altrettanto fondamentale nel romanzo è l’ambiente carcerario, il mondo cioè dove vive il carnefice, Beggiato. Il suo agire svela una situazione esplosiva nelle nostre carceri: pessime condizione dei detenuti, scarsa assistenza sanitaria per gli ammalati, corruzione, spaccio e mala amministrazione in generale… E’ un atto d’accusa all’attuale stato di cose?

Sì, la situazione penitenziaria in Italia è semplicemente vergognosa e mi indignano le affermazioni di un ministro che descrive le nostre galere come hotel a 4 stelle. L’universo carcerario continua poi a essere estraneo alla nostra società. Eppure gli istituti di pena stanno nel centro o nelle periferie delle nostre città ma nessuno sa cosa succede realmente all’interno delle mura di cinta. Infine è un atto d’accusa contro la pena dell’ergastolo, socialmente inutile e contraria ai principi costituzionali, se ha ancora un senso parlare di costituzione in Italia…

Nel raccontarci questi due mondi in apparenza distinti, vittime e carnefici, si scopre con sorpresa che nella nostra società pagano entrambi un prezzo altissimo in termini di marginalità e solitudine.

E’ diversa la “qualità” di marginalità e solitudine. Ho voluto raccontare la vicenda di un uomo che non ha la consolazione della religione ed è scettico nelle “cure” laiche del lutto e del dolore. La realtà dimostra come siano entrambi insufficienti a rendere sopportabili gli effetti collaterali dei processi per omicidio.

Quanto pesano dunque parole come perdono e vendetta dentro questa storia? C’è un confine distinguibile tra le due?

Il confine è netto e dovrebbe essere tracciato dalla saggezza dello Stato, dalla sua capacità di scegliere nell’interesse generale. Ma questo non è dato. Si pretende che il perdono nasca da dolori devastanti e impossibili da razionalizzare. La vendetta in questi casi è semplice e non costa nulla.

Si segnala come novità assoluta anche la struttura del romanzo, che procede per tutta la storia con una contrapposizione di voci narranti. Il lettore rimbalza dall’una all’altra e il confine trai due punti di vista si assottiglia pagina dopo pagina…

Io credo che il confine tra i due personaggi rimanga netto anche se poi i destini si intersecano. Ho voluto usare questa struttura per sottolineare l’incomunicabilità tra vittime e carnefici, tra liberi e detenuti, tra innocenti e colpevoli.

Rispetto all’ambientazione del romanzo il Nord est sembra essere meno caratterizzato, un po’ sullo sfondo. Come se i fatti potessero accadere in realtà in qualunque grande città italiana. E’ d’accordo?

Sì. Ho ambientato il romanzo nel Nordest perché mi interessava evidenziare un certo tipo di mentalità, molto pia ma allo stesso tempo espressione di una società dove il denaro è un “valore assoluto”. Ma è una storia certamente universale. Il mio traduttore francese mi ha fatto notare che anche nel suo paese il dibattito su questi temi è particolarmente acceso.

Quanto ha pesato, se ha pesato, la sua esperienza personale con l’istituto della grazia Presidenziale?

Il mio caso è talmente anomalo da non poter essere d’esempio in alcun modo ma ho conoscenza diretta di diversi casi in cui dopo molti anni vittime e carnefici si sono ritrovati a confrontarsi sul perdono e la vendetta.

Come ogni anno partirà per un lungo tour di presentazione del libro, che la porterà ad attraversare la penisola. Come si aspetta che verrà accolto questo romanzo?

I primi segnali sono più che positivi. Pare che alla critica piaccia e questo è un primo significativo segnale. Credo che il romanzo solleciterà un dibattito, quanto meno con i miei lettori. I temi sono di grande attualità…