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Veleno d'amore

Autore: Gabriele Ottaviani
Testata: Mangialibri
Data: 18 giugno 2015

Julia scrive sul suo diario che si cambia, si trucca, è la ragazza più felice del mondo perché sta per raggiungere il gruppo, si cambia, si mette il profumo, si cambia, si cambia, si trucca, esce, torna in camera, si cambia, si pettina, si cambia, si cambia, scoppia a piangere, si sente brutta, resta a casa, è infelice, non ci sono messaggi sul suo telefonino, nessuno sente la sua mancanza e allora medita il suicidio ma invece dei sonniferi finisce vaschette su vaschette di gelato, e poi capisce che l’appuntamento è alle nove e non alle sette, le sue tre amiche non l’hanno tradita, non è più sola su questa terra ma non vuole certo farsi vedere in quello stato. Anouchka scrive sul suo diario che ha approfittato di un’assenza di tre ore dei genitori per guardarsi nuda di fronte all’unico specchio a figura intera che hanno in casa, quello della loro camera da letto. E quello che ha visto non le piace. Crescere le sta bene, ma per diventare donna, non l’ibrido peloso e asimmetrico che ha visto riflesso. Colombe scrive sul suo diario che l’amore la colpisce sempre a caso. Un ragazzo entra al Balmoral ed è come se lei ricevesse una pallottola nel cuore, vittima di un attentato, e se lui non la nota scoppia, si sbriciola, incassa la mitragliata come il muro delle fucilazioni. Lei odia l’amore, gli si vuole ribellare. Preferisce colpire. Preferisce provocare. Raphaëlle scrive sul suo diario che i ragazzi non si interessano a lei. Non le dispiace, nemmeno lei è interessata a loro. Tutti dicono di lei che è il loro migliore amico. E lei si chiede se sia normale…

Eric-Emmanuel Schmitt non è evidentemente mai stato una ragazza. E non ha più diciassette anni da poco meno di quaranta. Eppure le quattro protagoniste sono talmente autentiche che quasi non sembra possibile che siano nate dalla mente, dal cuore e dalla penna di un uomo. Di certo uno dei più grandi scrittori viventi. Non c’è nulla che suoni poco credibile, che faccia avvertire qualcosa di estraneo, la sgradevole sensazione che si ha quando si percepisce che quel linguaggio la cui voce ti appare filtrata dalla stampa sulla pagina è scimmiottato più che riprodotto, perché non si è in grado di farlo. È semplice, lineare, intenso. Passa senza smagliature da un tono di ironica leggerezza all’indagine del tragico che c’è nel cuore di ognuno. Il classico dei classici, Romeo e Giulietta, che ha ispirato drammaturghi, registi e cantanti (a chi dice che la musica degli anni Ottanta era tutta brutta, ricordo che forse era così in Italia, perché proprio nel primo anno del decennio i Dire Straits pubblicano, ispirandosi a Shakespeare, il loro capolavoro), che le ragazze rappresenteranno a scuola, è solo un pretesto: per parlare di adolescenza, di crescita, di paure, di vita, di speranze, di sogni, di verità e di bugie, che ognuno racconta più a sé che agli altri. Intrecciando le pagine dei loro diari, Schmitt arriva a chiedere, e a chiederci, cosa sia l’amore. Se amiamo amare. O se semplicemente non possiamo farne a meno, accettando, ammesso che una scelta sia possibile, di correre il rischio di soffrire senza pietà.

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