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#Strega2015|Elena Ferrante, Storia della bambina perduta

Autore: Camilla Panichi
Testata: 404
Data: 30 giugno 2015

[Quattro anni fa la redazione di questo blog si lanciò nell’impresa di recensire tutta la dozzina dei candidati al premio Strega, partendo da queste premesse e arrivando a queste conclusioni.
L’anno scorso abbiamo recensito questi libri.
Quest’anno, con una visione meno compatta ma con il medesimo interesse verso le storie e i libri, ci siamo dati lo stesso obiettivo. La cinquina è già stata scelta, ma ci è sembrato più coerente leggere tutti e dodici i romanzi arrivati al primo importante passaggio del Premio. Anche questa volta, come nel 2011, non cercheremo di trarre conclusioni definitive. Una riflessione verrà, se non emergerà automaticamente, in seguito.
Qui trovate tutte le recensioni precedenti.]

di Camilla Panichi

Se volete fare qualcosa di buono, fuitevenne ‘a Napule

“Fuggite da Napoli”. È il consiglio che, in un momento di insofferenza verso la propria città e le istituzioni che lo ostacolavano nella realizzazione di un teatro stabile, Eduardo De Filippo dette a un gruppo di teatranti. La frase si è impressa nella memoria collettiva comportando al drammaturgo un certo risentimento da parte del pubblico e dei conterranei. Eppure, in queste aspre e fulminee parole, si concentra tutta la contraddizione di chi, in una città, ci è nato e cresciuto, se ne è nutrito e le ha dato voce attraverso le proprie opere. Niente di più evidente che un sentimento di ambiguità, di oscillazione tra repulsione e attrazione, delusione e amore incondizionato. La geografia di una città come Napoli, con i suoi snodi emotivi, le sue falle sociali, i suoi lacerti di mala vita e compromessi, i suoi equilibri precari tra lecito e illecito, tra corruzione e legalità, tra mondo chiuso del rione e mondo aperto, si sedimentano nella vita di ognuno, sprigionando due sentimenti complementari: un attaccamento smisurato alla città o un rifiuto tormentato.
È quello che accade a Elena Greco, detta Lenuccia o Lenù, protagonista e narratrice della tetralogia L’amica geniale in cui la città di Napoli svolge un ruolo determinante nella vicenda, condizionandone lo sviluppo e gli esiti, al pari di qualsiasi altro personaggio.

Complessivamente, la storia narrata da Elena Ferrante comincia nell’Italia del dopo guerra e termina a metà degli anni 2000. Siamo a Napoli, anni Cinquanta. La narrazione inizia con l’infanzia della protagonista (L’amica geniale, 2011) che misura il proprio io esplorando quello dell’altro, cioè dell’amica e compagna di giochi Raffaella Cerullo detta Lila o Lina (le cui dinamiche sono ben spiegate da Daniela Brogi qui). Il legame verrà rinforzato durante gli anni dell’adolescenza (Storia del nuovo cognome, 2012). Infanzia e adolescenza rappresentano le fasi della formazione, in cui la vita di Lenù è indissolubilmente legata a quella dell’amica, al rione e alla ferocia delle sue logiche interne: la vita si svolge nel rione, i contrasti, i primi amori, il desiderio di affermare la propria identità e i primi sentimenti di perdita hanno i volti e i colori del rione. A quest’altezza, il rione è ancora un luogo a cui la protagonista aderisce e che fatica a considerare come altro da sé. Sarà così fino all’epoca della giovinezza (Storia di chi fugge e di chi resta, 2013) in cui diventa ormai evidente l’inconciliabilità tra la Lenù del presente della narrazione e il mondo che le era sempre appartenuto. Prevale dunque l’esigenza di confrontarsi con il fuori, di proseguire negli studi universitari, di prendere le distanze da quell’universo pittorico e deforme del rione. La protagonista se ne allontana, ponendo una distanza geografica ed emotiva. Studia a Pisa, diventa una scrittrice, si sposa con un intellettuale di estrazione alto-borghese e va a vivere a Firenze. L’emancipazione sociale rispetto al rione è compiuta. Ma è nell’ultimo libro che Napoli ritorna potente e prepotente, reclamando la protagonista, obbligandola a farvi ritorno, a confrontarsi con ciò che, anni prima, aveva abbandonato “una volta per tutte”.

Storia della bambina perduta (2014) è l’ultimo volume dell’opera di Ferrante. Ha inizio a metà degli anni Settanta e si conclude negli anni zero. È la fase della maturità e della vecchiaia della protagonista che, tra le righe del testo, coincide con la maturità e vecchiaia di un’epoca storica e politica, sconquassata dal fallimento del progetto comunista e dall’affermarsi del liberismo sfrenato. Ma soprattutto segnata dal naufragio delle ideologie degli anni giovanili che travolge molti personaggi nello scandalo della corruzione e delle tangenti.

Il libro si apre con la crisi esistenziale di Lenù che abbandona marito e figlie per un amore giovanile, Nino Sarratore. Una fuga d’amore a Montpellier che si tradurrà in scelte definitive: dopo lunghi compromessi e negoziazioni, Lenù abbandona il marito e Firenze per tornare a Napoli con le due figlie e darsi un nuovo futuro assieme a Nino. Ma questi non la riconoscerà mai come la sua “donna ufficiale”, avranno una figlia, Immacolata detta Imma, che crescerà nell’assenza affettiva e materiale del padre, assorbito dalla carriera universitaria e politica, dalla propria famiglia precedente, dall’incessante gioco della seduzione che lo fagociterà in una coazione a ripetere il tradimento. Una storia comune e risentita, alla quale si sommano una miriade di macro-eventi (divorzio-innamoramento-trasloco-suicidio-maternità-malattia-lutto-rapimento-esecuzione pubblica) che, presi singolarmente, costituiscono ognuno un romanzo a parte. Ferrante sceglie di raccontare nel dettaglio meticoloso e in un solo libro, ciascuno di questi macro-eventi. È una scelta narrativa rischiosa, che può facilmente virare al romanzesco, ma che è tenuta a bada da uno stile oggettivo e da una prosa lucida e lineare, sempre presente a se stessa e all’io narrante (e di conseguenza al lettore) anche nel momento in cui la narrazione raggiunge l’apice della disperazione:

In serata si stabilizzò la diceria che poi prevalse. La bambina era scesa dal marciapiede correndo dietro a una palla blu. Ma proprio in quel momento stava sopraggiungendo un camion. Il camion era una massa nera color fango, avanzava a velocità sostenuta sferragliando e sobbalzando per le buche dello stradone. Nessuno aveva visto nient’altro, ma si era sentito l’urto, l’urto che passò direttamente dal racconto alla memoria di chiunque ascoltasse. Il camion non aveva fatto nessuna frenata, nemmeno un accenno, ed era sparito in fondo allo stradone insieme al corpo di Tina, alle treccine. Non era rimasta sull’asfalto nemmeno una goccia di sangue, niente niente niente. In quel niente si era perso il veicolo, si perse per sempre la bambina. (p. 313)
Questa tendenza all’accumulazione di dettagli, quasi con la dedizione di chi scrive una cronaca intima, viene forse – per un gioco di specchi –, da quella che la voce narrante di Lenù definisce, in un momento di bilancio esistenziale rispetto alla propria opera “smania di realtà”: «A Firenze avevo inventato una trama attingendo a fatti della mia infanzia e della mia adolescenza con la spericolatezza che mi veniva dalla distanza. Napoli, vista da lì, era quasi un luogo della fantasia, una città come quelle dei film, che seppure le strade e i palazzi sono veri, servono solo da fondale per favole nere o rosa. Poi, da quando mi ero trasferita e vedevo Lila tutti i giorni, mi era presa una smania di realtà» (pp. 266-267). La distanza che la protagonista interpone tra sé e la città dell’infanzia mitiga la narrazione della città stessa. Ma una volta che vi si trova di nuovo immersa, la narratrice è costretta a fare i conti con la contraddizione più evidente e mai risolta: il contrasto insanabile tra natura e cultura.

È natura il Sud d’Italia e Napoli; è natura il rione con la sua fisionomia brutale e selvaggia, che non fa sconti e non perdona; che nel corso degli anni Ottanta ha visto crescere il potere della Camorra di pari passo a quello droga, ovvero la nuova forma di modello imprenditoriale criminale e quindi di ricchezza. È natura la vita violenta di quartiere in cui l’affermazione personale deve passare attraverso l’asservimento (come il personaggio di Antonio, che l’unica cosa che sa fare è eseguire ordini). Dentro il rione i rapporti interpersonali sono pura prevaricazione, come in natura; Elena perderà la verginità col padre di Nino, per vendetta. Durante il corso della narrazione si assiste a un continuo ribaltamento dei ruoli e dei rapporti di forza, come in una lotta per il mantenimento di un primato sociale: la gestione e il controllo del rione che vedono schierati da un lato i fratelli Solara e  dall’altro Lina, assume i connotati di una lotta per la conservazione della specie. È natura il dialetto che tutti parlano tranne Lenù. È natura Lina, amica “geniale” di Lenù che non è mai uscita dal rione, si è fermata alla quinta elementare, e dopo aver lavorato in fabbrica si è messa in proprio facendo soldi con un’azienda di informatica. Ed è natura il rapporto tra le due amiche, viscerale, conflittuale, simbiotico, come lo sarà quello tra Lenù e la madre, che non le ha perdonato di aver abbandonato una vita di agi per tornare a confinarsi nel rione; come lo sarà quello tra Lenù e le figlie delle prime nozze, educate nella cultura e che per il semplice fatto di esistere, con la loro storia di figlie nate a Firenze da padre noto, ogni giorno ricordano alla madre la distanza tra loro e il suo mondo.

Al contrario, nell’immaginario di Ferrante è cultura il resto d’Italia, la città di Firenze, che per Lenù è la città degli affetti, della vita adulta e della famiglia; è cultura Genova dove abitano i genitori di Pietro, che hanno sempre accettato con riserva l’unione tra il figlio e Elena. Sono cultura Milano e Torino, sedi delle più importanti case editrici che negli anni della formazione di Elena hanno diretto il discorso culturale in Italia e con cui la protagonista lavora. È cultura la lingua italiana che Elena parla con le figlie, col marito, conoscenti e amici. Sono cultura la Francia e l’Europa che la accolgono grazie alla traduzione dei propri libri. Ma soprattutto, è cultura Elena davanti agli occhi dei suoi conterranei: «“Adesso Lenù, ci facciamo una capatina in biblioteca e poi andiamo a mangiare. Ci vuoi accompagnare? […] così dici ai ragazzini cosa devono leggere e cosa no. Tu per noi sei un esempio […] Lenuccia una volta era come noi e guardate invece com’è adesso. […] Eh sì, chi studia diventa buono”» (pp. 347-348) dice il camorrista Michele Solara. Perché è questo che la cultura produce agli occhi di chi non la ha mai praticata: la bontà, ovvero una elevazione dello spirito a più nobili idee e quindi comportamenti.

Ma Lenù, consapevole che non sempre a idee elevate corrisponde una pratica di vita, cosa ha dovuto negoziare per essere ciò che è adesso? Come ha conquistato il proprio destino di scrittrice e di donna nata nel 1944 a Napoli? Al prezzo di uno sradicamento totale (geografico e identitario) da quel mondo dell’infanzia e dell’adolescenza che l’avrebbe altrimenti confinata per sempre nel rione, annullando la possibilità di espandersi. E al prezzo di un confronto continuo con una cultura velatamente ostile ad accogliere in modo paritario le donne nel proprio entourage; al prezzo cioè di vivere nell’ambizione e nel desiderio di essere riconosciuta prima di tutto come donna e poi come scrittrice, ma negando continuamente la propria identità: «Parlai di come avessi osservato in mia madre e nelle altre donne, fin da ragazzina, gli aspetti più umilianti della vita familiare, della maternità, dell’asservimento ai maschi. […] Parlai di come avessi cercato da sempre, per impormi, di essere maschio nell’intelligenza – io mi sono sentita inventata dai maschi, colonizzata dalla loro immaginazione» (p. 47). E nonostante questi sforzi, Elena continua a «sentir[si] femmina» (p. 77), percependo uno scarto intellettuale rispetto alle capacità maschili di darsi una forma sociale e pubblica determinata. Quello a cui Elena deve fare fronte è una molteplicità di identità, determinate da schematismi culturali, che coesistono in una sola: donna, donna-madre, donna-moglie, donna-amante, donna-intellettuale, e che emergono con lacerante violenza nel momento in cui la protagonista torna al suo punto di partenza: il rione, che le impone di rimettere in discussione la propria identità e di rivalutare le proprie origini.

Sembra che solo la scrittura, e la riscrittura, accorta, minuziosa della propria storia e di questa fuga&ritorno, sia il tramite tra il mondo di natura e il mondo di cultura. Una scrittura leggera e scorrevole, che racconta una storia appassionata e appassionante. Due elementi della finzione che, in Ferrante trovano un equilibrio e spiegano il successo di pubblico che le ha garantito un riconoscimento a livello nazionale e internazionale. Inoltre, Storia della bambina perduta è candidato al Premio Strega. Sappiamo cosa comporti la vittoria del premio in termini di prestigio editoriale e allargamento del pubblico. Sappiamo anche che spesso, non sono i libri a vincere il premio ma i grandi gruppi editoriali. Ma contro ogni discorso critico che con la redazione abbiamo portato avanti fino a questo momento sulle logiche machiavelliche del Premio, provocatoriamente mi chiedo: Elena Ferrante ha davvero bisogno di vincere lo Strega?

ps. chi scrive non ha espressamente fatto riferimento alla querelle sul caso Ferrante. Sempre chi scrive non ha ceduto alla tentazione di fantasticare sull’identità, spostando il discorso sul pettegolezzo. Chi scrive non è interessato al “chi” ma al “come”. È un vizio di forma, una questione di metodo.

http://quattrocentoquattro.com/2015/06/27/strega2015elena-ferrante-storia-della-bambina-perduta/