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La mia Africa allegra e ferita

Autore: Valentina Pigmei
Testata: Grazia
Data: 20 gennaio 2009

Ci sono libri bellissimi che confondono le idee, ci sono libri altrettanto riusciti che le schiariscono. Il romanzo d’esordio della “reporter estrema” Lara Santoro, Il mio cuore riposava sul suo (Edizioni E/O, € 18,00, pag. 272), fa parte di quest’ultima categoria. È la storia di Anna, un’inviata di guerra che vive a Nairobi: nella sua bella casa coloniale lavora una donna speciale. Chiassosa ma saggia, Mercy non si limita a fare le pulizie, ma elargisce consigli, rimproveri e massime, stupendo con l’esuberanza dei suoi look. Anna è in crisi con il suo lavoro di inviata e alle prese con due amori paralleli, Mercy scoprirà di avere il destino segnato, ma proprio allora rivelerà tutta la sua inesauribile energia vitale. In breve Mercy diventerà un simbolo: della rivolta e della vita. E sarà proprio questa colf nera a cambiare le sorti della coraggiosa reporter bianca: sarà lei a procurarle un incontro decisivo, quello con Padre Anselmo, un missionario italiano che lavora le baraccopoli dove è nata. L’Africa raccontata dalla Santoro – italiana che scrive in inglese – è ferita, straziata, eppure sempre luminosa e bellissima. Diversa da quella di Karen Blixen o di Kuki Gallmann, quest’Africa è “l’ultimo contenitore di risate rimasto al mondo. Qui le risate turbinano, ondeggiano, fluiscono in maniera così libera e selvaggia che non riesci a resistere”. Abbiamo raggiunto telefonicamente Lara Santoro a Taos, nel New Mexico, dove vive da quando ha lasciato la sua Africa.

Ne ha nostalgia?
Moltissimo. L’Africa è un luogo che genere una mancanza profonda. L’allegria non è direttamente proporzionata alla povertà. Ho visto bambini nei campi profughi del Congo e del Sudan ridere felici.

È stato difficile scrivere Il mio cuore riposava sul suo?
La più difficile che abbia mai fatto. Ho impiegato 4 anni di lavoro quasi quotidiano. In fondo ho portato a termine una cosa che avevo cominciato dieci anni prima quando accettai il mio incarico a Nairobi.

Il mio cuore riposava sul suo è una storia autobiografica?
Sì. Anche io ho fatto la giornalista in Africa per otto anni, per il Newsweek e il Science Christian Monitor. E, come Anna, ho amato due uomini: uno dei due è morto in guerra nella Sierra Leone e l’altro è diventato il padre di mia figlia... Quello che ho inventato di sana pianta è il personaggio di Mercy. Lei mi si è “imposta” durante la scrittura, con i suoi indumenti vistosi e la sua voce tuonante: più scrivevo e più Mercy prendeva importanza.

Chi è la persona che ha ispirato Padre Anselmo?
Diciamo che è un amalgama di due personaggi straordinari: uno è Alex Zanotelli, il “prete di strada” che ha lavorato anni a Korogocho, e che ho avuto la fortuna di conoscere, e l’altro è Anthony De Mello che non ho mai incontrato di persona ma che ho conosciuto tramite i suoi scritti. In un momento di grande sbandamento mio padre mi regalò una copia di un suo libro.

E come era Alex Zanotelli?
Come tutti i “santi” veri ha una forma di irascibilità molto autentica. Zanotelli, come altri che fanno il suo lavoro, è letteralmente assediato da gente bisognosa. Anche De Mello dicono sia così, uno che dedica a tutti tre minuti, ma non uno di più!

Mercy diventa la leader di uno strampalato movimento di resistenza civile: è quello di cui l’Africa avrebbe bisogno?
Gli africani non hanno nemmeno il senso dei loro diritti né delle istituzioni, quindi non conoscono la rivolta… Per risolvere la piaga dell’Aids dovrebbero intervenire i governi occidentali: incoraggiare ad esempio la produzione locale di farmaci antiretrovirali in modo da abbassare drasticamente i costi.

Tornando ad Anna, perché potendo avere un uomo che l’ama sceglie quello che la fa soffrire di più?
Anna non sceglie. In realtà ha bisogno di due uomini. Da una parte Michael, che è un giornalista come lei, la fa sentire più sicura quando è in viaggio, le dà sostegno; dall’altra Nick le dà un altro tipo di sicurezza quando è a Nairobi, una sicurezza “sociale”. In Africa i bianchi tendono a riunirsi in comunità esclusive ed esageratamente lussuose. In ogni caso Anna vive in un mondo di uomini per il mestiere che fa…

È un mestiere duro per le donne?
Io ho sempre trovato tutto molto difficile e mi sono appoggiata a figure maschili perché ovunque andassi c’erano più rischi se eri una donna.

È attratta dai pericoli?
La ero, ora sono molto cambiata. Allora avevo 26 anni ora ne ho 40. Un anno dopo la nascita di mia figlia, ho smesso di fare questo lavoro. Ero a Mogadiscio. Accadde una cosa molto spiacevole e quel giorno, il primo compleanno di mia figlia, ho deciso che non avrei più fatto questo lavoro, almeno per po’.

Lei racconta anche di un’intervista con un criminale di guerra iugoslavo, tale Rakam...
Rakam è Arkan, la Tigre dei Balcani: ho passato ore e ore a parlare con lui. Sono stata tre mesi a Belgrado per conto del London Telegraph, anche se poi all’epoca non ho scritto una riga su Arkan, non ci riuscivo… l’avrei potuto vendere a qualsiasi giornale e invece nulla. Certo l’incontro con Arkan mi ha chiarito molte cose sulla cecità del male e di chi lo compie, cosa che accade continuamente anche in Africa.

Quali sono i tuoi modelli letterari perIl mio cuore riposava sul suo?
Non ce sono, a dire il vero. Molti in America hanno trovato somiglianze con Il potere e la gloria di Graham Greene, ma è un libro che non ho mai letto. Certo Greene è uno scrittore che ammiro moltissimo insieme a molti altri.

Progetti per il futuro?
Sto scrivendo un memoir divertente ispirato alla traversata Atlantica in barca a vela che feci anni fa. Poi tornerò a lavorare sul mio secondo romanzo, che sarà un’impresa assai più dolorosa.