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"I figli sono pezzi di cuore": intervista a Giorgia Lepore

Autore: Giovanni Turi
Testata: Puglialibre
Data: 9 luglio 2015

Dopo il suo esordio con il romanzo storico L’abitudine al sangue (Fazi), la martinese Giorgia Lepore cambia genere e casa editrice: I figli sono pezzi di cuore è un noir pubblicato da e/o (pp. 208, euro 16).
Il protagonista è un ispettore di origine rom, Gregorio Esposito detto Gerri, sciupafemmine e intraprendente, ma la narrazione orchestra con abilità un gran numero di personaggi: il suo paterno superiore Marinetti e la bella moglie Claudia; l’amante di Gerri, Annalisa, e le sue conquiste occasionali; un carismatico monsignore e un prete di strada; una serie di giovani donne uccise con modalità molto simili; un presunto omicida seriale e infine Lavinia, una ragazzina caparbia, amica dell’ultima vittima. Sullo sfondo la fascinosa città di Bari e le relazioni di potere che la corrodono.
Partiamo dal noir, sempre più praticato dagli scrittori pugliesi (Osvaldo Capraro, Gianrico Carofiglio, Omar Di Monopoli, Gabriella Genisi, Carlo Mazza e da ultimo Nicola Lagioia con La ferocia, per citarne alcuni): non hai temuto di confrontarti con un genere un po’ inflazionato? Cosa credi abbia generato questa predilezione tra gli scrittori nostrani?
Sinceramente non ci ho pensato. La letteratura noir è da sempre una delle mie preferite, ed è stato per me naturale, a un certo punto, avventurarmi su quel terreno. Il precedente romanzo storico nasce dalla mia formazione archeologica, e ho riversato là alcuni dei temi fondamentali della mia vita di studio e di lavoro in quel campo. Ma da un punto di vista squisitamente narrativo, ho sempre letto noir, sin da ragazzina. Ci ho pensato solo in seguito, al possibile confronto: ma è anche vero che la mia scrittura è molto diversa dagli esempi che hai citato, così come il modo di costruire la storia, di intendere il noir, che in fondo ha così tante diverse declinazioni da rendere abbastanza improbabile una vera sovrapposizione.
E poi perché porsi questo problema? La Puglia ormai non è più una periferia letteraria, e Bari è una metropoli, sullo stesso piano di altre grandi città italiane. Nessuno si stupisce se si ambientano vari noir a Napoli, a Roma, a Milano: perché dovrebbe essere strano per Bari? Ognuno sente la sua Bari, la sua Puglia, in modo diverso, e anzi credo sia interessante leggere queste differenze, che dimostrano come questa città, e la Puglia in generale, possano finalmente uscire da visioni folkloriche e riduttive.
Quanto alla diffusione del genere, mi pare che tutta la narrativa sia inflazionata, non solo il noir, e non solo in Puglia. Il vero problema è e resta la qualità, non la scelta di un genere.
La predilezione per questo genere, poi, è un fatto anch’esso più ampio, direi europeo, che riguarda buona parte della produzione narrativa occidentale. Forse perché la letteratura noir è un ottimo punto di osservazione della realtà contemporanea, perché siamo tutti immersi in un’atmosfera “noir”, ogni giorno.
I figli sono pezzi di cuore è a tratti un testo corale, molti capitoli, oltre che con il titolo di un brano musicale, sono introdotti dal nome di uno dei tanti personaggi, eppure molto ruota intorno alla biografia dell’insubordinato Gerri: come hai concepito questo personaggio? Era così sin dall’inizio o si è andato definendo in corso d’opera?
Gerri è un personaggio nato non so nemmeno io come, lo avevo in testa da un po’, finché ha preso una forma talmente definita che ho dovuto dargli corpo. Ci saranno senza dubbio influenze, come sempre nella scrittura creativa, che però sono molto difficili da individuare: suggestioni letterarie, esperienze personali, racconti di altri, ma è tutto talmente miscelato da rendere impossibile distinguere i singoli elementi.
Poi si è ulteriormente definito, ma questo penso sia un fatto normale, i personaggi maturano e crescono contestualmente alla scrittura, finché arrivi ad avere un’idea talmente precisa da sapere come si muovono, parlano, si vestono, cosa mangiano, cosa vedono al cinema.
Quando un personaggio diventa così “presente” è veramente un compagno di scrittura, e senti la sua mancanza quando devi abbandonarlo.
Due delle tracce sotterranee di questo romanzo sono il rapporto tra madri e figli in tutte le sue possibili declinazioni e il complicarsi del dialogo intergenerazionale: è stata la tua esperienza di madre e docente a renderti sensibile a queste tematiche o le hai scelte semplicemente per la loro forza narrativa?
Sicuramente il fatto di essere madre, e prima ancora figlia, e poi di avere a che fare quotidianamente con i ragazzi ha avuto la sua importanza. Del resto, il primo romanzo era incentrato sul rapporto padre-figlio, ora invece ho esplorato quello madre-figlio, quasi come se dovessi riprendere il discorso interrotto a metà nel testo precedente. Non è stata una scelta consapevole, solo a un punto molto avanzato della stesura mi sono resa conto che stavo parlando di quello. La scrittura per me è un’esperienza di ricerca, un percorso di conoscenza e di esplorazione della realtà: evidentemente avevo bisogno di esplorare questo tema.
Tra L’abitudine al sangue, il tuo primo romanzo dato alle stampe, e quest’ultimo sono trascorsi sei anni: l’intervallo è stato determinato da un temporaneo distacco dalla scrittura o da altri fattori?
Vari fattori. Motivi tecnici, motivi personali, avere un lavoro a tempo pieno che mi assorbe moltissimo tempo, impegni universitari, archeologici, la famiglia: conciliare tutto è abbastanza complicato.
E in realtà ho pubblicato in questi anni un altro testo, che mi è costato anni di fatica: la pubblicazione di uno scavo eseguito tra il 2003 e il 2006 presso Fasano, a Masseria Seppannibale Grande, edita da Adda nel 2011, curata da me e da Gioia Bertelli. Un lavoro enorme, che prima si è svolto in laboratorio, e la cui sola redazione finale ha assorbito tutte le mie energie per almeno due anni, e non è un caso che io mi sia rimessa a scrivere solo dopo averlo terminato.
Come nasce il tuo rapporto con la casa editrice e/o?
In un giorno di gennaio, intorno a un tavolo… Grazie alla mia agente, Arianna Letizia, che ha subito pensato a loro, e le cose sono andate a buon fine. Sono stata accolta e compresa come credo ogni scrittore vorrebbe, e c’è stata una grande sintonia con Claudio Ceciarelli e Simona Olivito, sul testo, sulla scrittura, sulla storia. Lavorare con loro è stato un piacere, e un’esperienza molto stimolante.
Ti andrebbe di suggerire un libro e sconsigliarne un altro tra quelli pubblicati di recente?
Mi vengono in mente gli ultimi due libri che mi hanno colpito, non proprio freschi di stampa, ma che ho letto solo di recente. La terra del sacerdote, di Paolo Piccirillo, che mi è rimasto impresso per la sua potenza narrativa, e il romanzo di Julia Deck, Viviane Élisabeth Fauville, un piccolo delizioso noir, elegante e compatto come secondo me deve essere un noir.
Uno da sconsigliare? Posso dirlo? L’ultimo di Umberto Eco. Veramente brutto.

http://www.puglialibre.it/2015/07/i-figli-sono-pezzi-di-cuore-intervista-a-giorgia-lepore/