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L'Iran visto dietro un cancello

Autore: Chiara Cruciati
Testata: Il Manifesto
Data: 23 luglio 2015

Sto­ria e let­te­ra­tura si incon­trano spesso den­tro le pagine di un libro. A volte suc­cede che si incro­cino fuori. Che si sovrap­pon­gano o chiu­dano un cer­chio. Il cer­chio della rivo­lu­zione kho­me­ni­sta pare com­ple­tarsi nel libro di Chiara Mez­za­lama Il Giar­dino Per­siano (edi­zioni e/o, pp. 208, euro 17). Tra quelle righe l’Iran si tra­sfor­mava, non senza con­trad­di­zioni, nella Repub­blica Isla­mica e indi­vi­duava il suo nemico, il Grande Satana sta­tu­ni­tense. Oggi, firma a Vienna l’accordo di un disgelo sto­rico. Lì, a Vienna, fini­sce il libro della Mezzalama.

Una sto­ria per­so­nale, pri­vata, di rela­zioni fami­liari, di dubbi di bam­bina che si scon­trano con i primi tur­ba­menti dell’adolescenza. Una sto­ria di curio­sità e dolori che ha come pal­co­sce­nico uno degli eventi più scon­vol­genti del XX secolo: la cac­ciata dello scià Reza Pahlavi e la rivo­lu­zione dell’Ayatollah Khomeini.

Un’estate indi­men­ti­ca­bile
Figlia dell’ambasciatore-poeta Fran­ce­sco Mez­za­lama, inviato a Tehe­ran negli anni della rivolta, Chiara e i suoi nove anni sbir­ciano l’Iran in tra­sfor­ma­zione dal buco della ser­ra­tura. O meglio, dalle grate del can­cello in fondo al giar­dino della casa di Fala­mieh, resi­denza estiva desti­nata alla fami­glia dell’ambasciatore d’Italia.

Qui, tra la casa cele­ste e il giar­dino per­siano a cui la madre dedica le atten­zioni for­za­ta­mente tolte al resto del mondo, Chiara e suo fra­tello Paolo tra­scor­rono un’estate indi­men­ti­ca­bile. Per quanto forte sia lo sforzo di com­pren­dere la vita fuori (quella dei «bam­bini di guerra» con­trap­po­sti a loro, «bam­bini d’ambasciata»), il popolo ira­niano resta erme­ti­ca­mente chiuso all’esterno, evo­cato dalle paure (l’Ayatollah Kho­meini, il suo anello puni­tore, l’occhio che tutto vede e tutto sa), dalla curio­sità ine­vasa (gli occhi di kajal delle donne in cha­dor, gli odori del bazar, la lin­gua incom­pren­si­bile del pic­colo Mas­soud) e dal senso di una colpa che non può essere espiata.

L’Iran fuori dalla casa cele­ste, oasi che la rivo­lu­zione tenta di vio­lare senza riu­scirci, diventa agli occhi di Chiara oggetto di invi­dia: lo vuole cono­scere, svi­sce­rare, come vor­rebbe fare la madre, evi­tare facili orien­ta­li­smi. Ma ne vor­rebbe anche far parte per­ché forte è la ten­ta­zione di tra­sfor­marsi da bam­bina stretta nelle odiate scarpe ele­ganti in bam­bina con i san­dali rotti ai piedi.

Il rac­conto scorre rapido, mor­bido e incal­zante, nono­stante la len­tezza dei tempi e l’immobilità dei luo­ghi nar­rati. E l’Iran dei pasda­ran, imma­gi­nati dai bam­bini come esseri cru­deli che odiano l’allegria, resta sullo sfondo, quasi una giu­sti­fi­ca­zione per riem­pire pagine di rap­porti fami­liari, legami fra­terni e dubbi pre-adolescenziali. Il giar­dino per­siano diventa una sorta di colo­rato e pro­fu­mato let­tino di psi­ca­na­li­sta, dove la Mez­za­lama sco­pre la madre, il padre, se stessa e i suoi pro­getti futuri. Con un occhio sem­pre attento alla fem­mi­ni­lità intrin­seca che l’Iran esprime, dagli occhi pene­tranti delle donne velate alle recri­mi­na­zioni della madre per un’estate d’isolamento, dalla car­to­lina con la bam­bina ira­niana che stringe un kala­sh­ni­kov ai bri­vidi pro­vati alla noti­zia di una lapi­da­zione in piazza.

I facili stereotipi
Fem­mi­ni­smo, let­te­ra­tura, occi­den­ta­li­smo con­trap­po­sto a orien­ta­li­smo, rap­porti umani: que­sti gli ingre­dienti di un libro che osserva. Il merito de Il Giar­dino Per­siano è il dipin­gere un affre­sco, con­ce­dere al let­tore l’occasione di incam­mi­narsi den­tro l’Iran della rivo­lu­zione, par­tendo dal facile ste­reo­tipo della Tehe­ran città-mostro per arri­vare final­mente a desti­na­zione: la sco­perta della vita quo­ti­diana die­tro la Sto­ria, la vita che va avanti nei suoi gesti comuni in paral­lelo allo scor­rere degli eventi poli­tici. Per­ché anche nella Tehe­ran degli Aya­tol­lah ci si sposa, si amano i gatti e si col­ti­vano i giar­dini, si pre­para il pane e si va al mer­cato, si stende la bian­che­ria fuori e ci si trucca di nasco­sto dai genitori.

Resta, tra le righe, una voluta incom­pren­sione di quella vita, visi­bile nella let­tura che il padre amba­scia­tore dà del paese: a metà tra la ten­denza orien­ta­li­sta in voga in Occi­dente (quella che cerca nel pas­sato della Per­sia un tesoro ormai cal­pe­stato, come il padre cerca nei bazar ori e tap­peti) e la lon­ta­nanza dal popolo che quelle terre abita.

http://ilmanifesto.info/liran-visto-dietro-un-cancello/