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«Il Polesine, terra ideale per scrivere gialli. Un territorio di confine ricco di mistero»

Autore: Giuliano Ramazzina
Testata: Il Resto del Carlino
Data: 3 agosto 2015

'Il sentimento più forte e più antico dell'animo umano è la paura, e la paura più grande è quella dell'ignoto' diceva Howard Phillips Lovecraft, che inventò il mostruoso Dagon e lo calò nel Delta del Po, terra di misteri che spesso nasconde trame inconfessabili cariche di sangue, orrore e morte. E' la cronaca recente che fa da spunto: ogni tanto affiorano dal mare o alla foce del Po, dei pezzi di cadavere e si pensa subito al killer psicopatico. O da una efferata resa dei conti malavitosa favorita dagli sporchi affari che ruotano attorno a droga, armi o prostituzione e anche traffico di organi avendo la statale Romea come scenario ideale per bande senza scrupoli che impongono il terrore come legge. E' il Polesine criminale, la faccia oscura e opaca di una terra che è stata saccheggiata da scrittori e registi. Matteo Strukul, scrittore affermato di romanzi pulp-noir, scoperto da Massimo Carlotto, ha ambientato la saga della sua eroina, la sanguinaria Mila Zago, nel delta del Po e a Badia.

Il Polesine è una terra che si presta a raccontare il crimine?

«Si presta un po' per conformazione geografica - afferma Strukul - nel senso che è territorio molto difficile da controllare per la sua morfologia, vedi le paludi, la commistione estrema tra terra e acqua, la bassa difficile da esplorare. Tra il delta, Chioggia e Badia, sfruttando la dorsale viaria della Romea, un certo tipo di criminalità ha avuto e ha tuttora la sua base».

Il criminale vuole nascondersi per sfuggire alla cattura, il Polesine lo aiuta?

«La definizione è perfetta e poi il Nordest è territorio di passaggio e di confine, se pensiamo che da una parte Venezia e il Polesine sono la porta dell'Oriente via mare Adriatico e poi c'è la vicinanza ai territori dell'Est, penso a Croazia, Slovenia e Serbia, ma anche Ungheria e Romania».

Un esempio di criminalità che sfrutta nascondigli e facili vie per scappare?

«Prendiamo l'incapacità politica di gestione dell'immigrazione che è sotto gli occhi di tutti. Si tratta di un'opportunità per la criminalità che sfrutta la mancata regolamentazione dei flussi. Il Polesine essendo ricco di nascondigli è evidente che fa gola ai fenomeni multi-mafiosi e quindi da questo punto di vista offre spunti alla narrativa che per vocazione racconta il ventre molle della società».

Badia Polesine come un set cinematografico per la sparatoria finale di Cucciolo d'uomo, l'ultimo romanzo pulp-noir di successo. Perché?

«Badia è uno scenario perfetto perché, come dice Victor Gischler, il noir è figlio del western. Un territorio come Badia, come la stessa Stranghella, la Bassa del Po, mostrano grandi appezzamenti di terra, campi ma anche vecchie fornaci abbandonate, vecchie fabbriche, casoni e tutto ciò ricorda il western. Un western polesano. E quindi allo stesso tempo è territorio western ed epico. Trovo tante analogie tra il Polesine e il Texas».

Un western popolato di criminali però che sconfina nella truculenza con quei corpi fatti a pezzi. Un altro soggetto da film pulp-noir?

«La violenza è sempre estrema, non la puoi raccontare in modo edulcorato perché mentiresti al lettore. Quello che accade è una visione dell'orrore vedi i cadaveri fatti a pezzi. Pensiamo alle mafie che tagliano le dita: la realtà fa riflettere sulle modalità che la criminalità adotta per fare in modo che la vittima non sia identificabile. Gli investigatori infatti per scoprire il colpevole devono prima identificare la vittima».