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Una discesa agli inferi

Autore: Guido Caldiron
Testata: Il Manifesto
Data: 16 settembre 2015

«Delle per­sone si fa quel che si vuole. Basta che abbiano fame o paura e che si for­ni­sca uno sbocco al loro odio, per­ché odiare dà loro l’illusione di esi­stere. Ieri gli ebrei. Oggi gli arabi. L’Algeria sta rimo­del­lando il popolo fran­cese intorno a un nemico comune cir­co­scritto da un voca­bo­la­rio assas­sino: levan­tino, mam­ma­lucco, bicot, crouille, raton…».

Bor­deaux, fine anni Cin­quanta, le ferite della Seconda guerra mon­diale non si sono ancora chiuse men­tre già l’ultimo capi­tolo della sto­ria colo­niale fran­cese fa scor­rere di nuovo il san­gue in terra alge­rina. Un pugno di per­so­naggi inse­guiti dal pro­prio destino, le cui sorti indi­vi­duali si legano in modo ine­stri­ca­bile alla tra­ge­dia col­let­tiva che ha scon­volto il paese, si muo­vono in uno sce­na­rio sociale intes­suto di bugie, com­pli­cità e com­pro­messi incon­fes­sa­bili che già pre­pa­rano nuove dram­ma­ti­che vio­lenze. Un poli­ziotto che ha fatto car­riera col­la­bo­rando con i nazi­sti, un depor­tato soprav­vis­suto a stento ai lager e che fa ritorno a casa in cerca di rispo­ste e di ven­detta, un gio­vane i cui geni­tori sono invece stati inghiot­titi dalla mac­china di morte hitle­riana e che si pre­para a par­tire per com­bat­tere in Alge­ria, sono le tra­gi­che com­parse di una sto­ria nera, in cui nes­suno sem­bra poter con­ser­vare la pro­pria inno­cenza o cono­scere il riscatto.

Come in una lenta ma ine­so­ra­bile discesa agli inferi, Hervé Le Corre ci guida lungo le pagine di Dopo la guerra, il suo ultimo romanzo appena pub­bli­cato da e/o (pp. 515, euro 18), attra­verso il rimosso della sto­ria fran­cese, dove i misteri e i fan­ta­smi del pas­sato non ces­sano di tor­men­tare il presente.

«Dopo la guerra», un titolo che sem­bra descri­vere un dram­ma­tico para­dosso. Per­ché in realtà, tra la memo­ria negata delle vit­time della Shoah, l’impunità di cui gode­rono molti col­la­bo­ra­zio­ni­sti e il nuovo con­flitto che mon­tava in Alge­ria, la Fran­cia degli anni Cin­quanta non aveva ancora cono­sciuto alcun vero dopo­guerra. Non è così?
In effetti, tra il 1939 e il 1962, il paese è stato pra­ti­ca­mente sem­pre in guerra. Prima il Secondo con­flitto mon­diale e l’Occupazione nazi­sta, quindi, molto rapi­da­mente, la guerra d’Indocina, cui ha fatto seguito quella d’Algeria. Fino all’indipendenza alge­rina si può dire che il dopo­guerra fran­cese non sia stato altro che guerra e ancora guerra. Tutto que­sto ha avuto anche delle curiose impli­ca­zioni, tal­volta dram­ma­ti­che, vale a dire il fatto che alcuni degli ex com­bat­tenti del con­flitto pre­ce­dente hanno com­bat­tuto anche in quello suc­ces­sivo: così è potuto acca­dere che per­fino alcuni di coloro che si erano impe­gnati tra le fila dei par­ti­giani per libe­rare la Fran­cia dai tede­schi, si siano poi ritro­vati in Asia o nel Magh­reb, nelle ultime guerre colo­niali di Parigi.
Inol­tre, non c’è stato un vero «dopo» anche per altri motivi: coloro che erano soprav­vis­suti ai campi della morte, tor­nando a casa sco­pri­vano che chi li aveva denun­ciati o con­se­gnati ai nazi­sti era spesso ancora al suo posto; non tutti i col­pe­voli ave­vano pagato per le pro­prie respon­sa­bi­lità. In que­sto modo, nes­suno riu­sciva dav­vero a sba­raz­zarsi del con­flitto e dei ricordi ter­ri­bili che ser­bava ancora in sé.

Tra le fonti da cui ha tratto ispi­ra­zione per que­sto libro c’è la figura di un ex par­ti­giano, Michel Sli­tin­ski, che negli anni Novanta sarà il por­ta­voce delle parti civili nel pro­cesso con­tro Mau­rice Papon, segre­ta­rio gene­rale della pre­fet­tura della Gironda durante l’Occupazione e una delle figure più note del col­la­bo­ra­zio­ni­smo locale. Come sono andate le cose?
Una quin­di­cina d’anni fa invi­tammo Sli­tin­ski a inter­ve­nire nel liceo in cui inse­gnavo. Così, lui ci rac­contò che un giorno, dopo la guerra, urtò con­tro una per­sona men­tre scen­deva da un auto­bus e, alzando lo sguardo, si accorse che si trat­tava di un poli­ziotto che aveva par­te­ci­pato all’arresto di suo padre, poi con­se­gnato ai nazi­sti e che morirà ad Ausch­witz. Per lui, che stava cer­cando di rico­min­ciare a vivere lascian­dosi per quanto pos­si­bile il pas­sato alle spalle, quella visione fu rive­la­trice: molti respon­sa­bili di quei cri­mini erano ancora là, sicuri nei loro posti; erano pas­sati indenni attra­verso le maglie dell’epurazione. Di que­sto clima di impu­nità, pro­prio la figura Papon, che era stato tra i respon­sa­bili dei treni con cui i nazi­sti depor­ta­rono gli ebrei del sud della Fran­cia verso i campi di ster­mi­nio, era dive­nuto un sim­bolo. Dopo il 1945 aveva con­ti­nuato a fare car­riera al mini­stero degli Interni, era pre­fetto di Parigi tra il 1961 e il 1962, quando cen­ti­naia di alge­rini furono uccisi dalle forze dell’ordine e ebbe luogo la strage di mani­fe­stanti al metrò di Cha­ronne. Que­sto prima di entrare in poli­tica nelle file dei gol­li­sti. Quando final­mente il suo pas­sato tornò ad emer­gere — per il pro­cesso biso­gnerà atten­dere la fine degli anni Novanta — la vicenda risve­gliò la memo­ria sopita di Bor­deaux. Fino a quel momento, c’era stata una rimo­zione generalizzata.

Nel suo libro si ha l’impressione che non ci sia un vero «dopo­guerra»: i suoi per­so­naggi non sem­brano aver diritto né alla ven­detta né alla reden­zione…
Credo che abbia a che fare con il sen­ti­mento dell’assenza, del soprav­vi­vere alla per­dita di chi si ama. Non penso ci si possa con­so­lare in alcun modo. Attra­verso i miei romanzi cerco di ela­bo­rare que­ste mie inquie­tu­dini, mi per­met­tono di «osser­vare le mie ver­ti­gini», come diceva Rim­baud.
Nello spe­ci­fico, in Dopo la guerra nes­suno dei per­so­naggi arriva dav­vero a rimon­tare la china della pro­pria dignità, ma allo stesso tempo anche chi cerca ven­detta non riu­scirà a com­pierla fino in fondo. E que­sto per­ché, nel caso dell’ex depor­tato che torna per rin­trac­ciare il poli­ziotto che lo tradì e lo con­se­gnò ai tede­schi, si rende conto che con­su­mare quell’atto lo por­te­rebbe in basso, là dove si trova l’uomo che l’ha tor­tu­rato e depor­tato. Ven­di­carsi in un modo igno­bile gli farebbe per­dere la pro­pria uma­nità, lo ren­de­rebbe in qual­che modo simile al suo aguz­zino. Più in gene­rale, nel libro, l’assenza di un dopo­guerra si tra­duce nel fatto che molti per­so­naggi restano bloc­cati in un’impasse, non rie­scono a ripren­dere in mano il pro­prio destino dopo ciò che hanno vissuto.

Scri­vere della Col­la­bo­ra­zione, non sem­bra troppo facile nep­pure nella Fran­cia di oggi. Forse per­ché le vicende, oltre che di Mau­rice Papon, di Paul Tou­vier e Pierre Bou­squet, altri col­la­bo­ra­zio­ni­sti tri­ste­mente famosi, sono rie­merse solo negli ultimi decenni e hanno rive­lato come la cer­chia dei loro pro­tet­tori andasse dalla destra poli­tica alla Chiesa fino all’ex pre­si­dente socia­li­sta Mit­te­rand?
Si tratta di un sog­getto ancora molto vivo e com­pli­cato da affron­tare nel mio paese e di cui non è stato fino ad ora rac­con­tato e scritto tutto. Bor­deaux e la sua regione, dove sono nato e ho sem­pre vis­suto, sono famose nel mondo per il loro vino, ma non tutti sanno che molti dei più noti com­mer­cianti del set­tore col­la­bo­ra­rono atti­va­mente con i tede­schi, facendo lucrosi affari men­tre le per­sone veni­vano depor­tate e uccise, e si tratta ancora oggi di alcune delle più note e influenti fami­glie della città. Da que­ste parti, la col­la­bo­ra­zione rap­pre­sentò un esteso sistema di potere che met­teva insieme uomini delle isti­tu­zioni locali, impren­di­tori e rap­pre­sen­tanti delle forze dell’ordine. Anche la Resi­stenza fu sba­ra­gliata gra­zie all’azione di dela­tori e spie e la città non fu libe­rata dai par­ti­giani, ma sem­pli­ce­mente abban­do­nata dalla truppe tedesche.

Secondo alcuni sto­rici, tra cui Ben­ja­min Stora, pre­si­dente del Museo dell’immigrazione di Parigi, l’odierno ritorno del raz­zi­smo nella società fran­cese deriva anche dal fatto che la memo­ria nazio­nale non ha ancora fatto i conti con alcune delle pagine più buie della sto­ria del paese: prima la Col­la­bo­ra­zione e quindi la guerra d’Algeria. Cosa ne pensa?
Quello che posso dire è che si ha l’impressione che diverse fasi della sto­ria fran­cese siano state domi­nate dal biso­gno di odiare qual­cuno, di tro­vare un capro espia­to­rio al pro­prio males­sere. Così, nel periodo tra le due guerre mon­diali crebbe un anti­se­mi­ti­smo che era molto dif­fuso, anche al di là delle eti­chette poli­ti­che, fino a coin­vol­gere diversi ambienti della sini­stra: accanto al tra­di­zio­nale reper­to­rio raz­zi­sta dell’estrema destra emerse allora anche una sorta di anti­se­mi­ti­smo «di classe» che assi­mi­lava tout court gli ebrei ai ric­chi, ai ban­chieri. Poi dopo il trauma pro­vo­cato dalla Seconda guerra mon­diale e dall’Olocausto, si ha quasi l’impressione che il paese abbia sem­pli­ce­mente cam­biato nemico: è pas­sato dagli ebrei agli arabi. Si assi­ste quasi natu­ral­mente a un’evoluzione di que­sta sorta di odio pub­blico, sta­volta verso gli arabi che coin­ci­derà con la guerra d’Algeria. E credo sia signi­fi­ca­tivo che figure come quella di Papon rias­su­mano in sé i due aspetti di que­sto raz­zi­smo fran­cese, che lega un periodo all’altro: come fun­zio­na­rio di Vichy ope­rerà con­tro gli ebrei, come rap­pre­sen­tante della Répu­bli­que, con­tro gli arabi.

Il pas­sato della Fran­cia torna a tor­men­tare il suo pre­sente. Qual­che mese fa il «Nou­vel Obser­va­teur» tito­lava «Tor­nano gli anni Trenta». Disoc­cu­pa­zione di massa, raz­zi­smo, cre­scita dell’estrema destra e ora una nuova pos­si­bile guerra in Siria, annun­ciata solo pochi giorni fa dal pre­si­dente Hol­lande. C’è il rischio di un dram­ma­tico ritorno al futuro?
In realtà non credo che para­go­nare la situa­zione attuale a quella degli anni Trenta, al di là del risve­gliare le coscienze dei più distratti, possa ser­vire a gran­ché a fronte delle minacce che pesano sul pre­sente. All’epoca, ciò che si annun­ciava era la sta­gione delle dit­ta­ture, Hitler, Mus­so­lini, Franco e Sala­zar. Oggi, al con­tra­rio, il capi­ta­li­smo non ha più biso­gno di regimi poli­tici di que­sto tipo per assi­cu­rare il pro­prio domi­nio, men­tre la cor­nice demo­cra­tica dei nostri paesi può essere man­te­nuta, anche se cre­sce il peso e l’influenza dell’estrema destra.
Ad esem­pio, in Fran­cia, se da un lato il Front Natio­nal uti­lizza temi sociali in appa­renza sot­tratti al patri­mo­nio della sini­stra, in realtà le basi del suo pro­gramma restano legate a una visione clas­si­ca­mente libe­ra­li­sta in eco­no­mia. In altri ter­mini, il suc­cesso dell’estrema destra, come si può vedere in diversi paesi dove que­ste forze sono arri­vate alle porte del potere, può ben com­bi­narsi con il man­te­ni­mento dello sta­tus quo. La minac­cia è di tipo diverso, ma non per que­sto il peri­colo è meno grave.

SCHEDA

Classe 1950, nato e cre­sciuto a Bor­deaux, inse­gnante di let­tere nei licei della città, Hervé Le Corre si è costruito attra­verso una decina di romanzi una fama di pro­ta­go­ni­sta del nuovo romanzo noir fran­cese. Arri­vato tardi alla scrit­tura, la sua car­riera può essere distinta in due fasi. La prima, negli anni Novanta, che si può iscri­vere nella filiera del cosid­detto néo-polar, il romanzo giallo for­te­mente carat­te­riz­zato dall’impegno poli­tico, inau­gu­rato dalla figura di Jean-Patrick Man­chette già negli anni Set­tanta. La seconda, che cor­ri­sponde all’ultimo decen­nio e di cui testi­mo­niano i tre libri tra­dotti e pub­bli­cati anche nel nostro paese — «Nero è il mio cuore» e «Il per­fe­zio­ni­sta», entrambi usciti per Piemme nel 2012, quest’ultimo in Fran­cia ha ven­duto più di 50mila copie e otte­nuto il pre­sti­gioso Grand Prix du roman noir fra­nçais di Cognac e, ora «Dopo la guerra» (edi­zioni e/o), che ha vinto il Pre­mio Le Point 2014 ed è già con­si­de­rato dalla cri­tica come il suo capo­la­voro -, dove ad una lucida ana­lisi delle vicende sto­ri­che e poli­ti­che, ne «Il Per­fe­zio­ni­sta» il mondo ope­raio della Parigi della fine del XIX secolo, in «Dopo la guerra» i capi­toli rimossi della Col­la­bo­ra­zione e della Guerra d’Algeria, si aggiunge un’atmosfera cupa, neris­sima e uno straor­di­na­rio lavoro sulla lin­gua e il ritmo nar­ra­tivo. Senza dub­bio uno degli scrit­tori fran­cesi di cui più si sen­tirà par­lare e a lungo.

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