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LA STRAORDINARIA STORIA DEGLI ARTIC 30, IN PRIGIONE PERCHÈ LIBERI

Autore: Loretta Barile
Testata: Reti solidali
Data: 24 settembre 2015

Greenpeace ed Edizioni E/O hanno pubblicato in questi giorni il libro di Ben Steward dal titolo “Non fidarti, non temere, non pregare. La straordinaria storia degli Artic 30“.
Il testo si apre con una citazione di Kurt Vonnegut, la prefazione è di Paul McCartney ed in quarta di copertina (tra gli altri) c’è un commento di Naomi Klein. Già basterebbe a garanzia di una pubblicazione che ha qualcosa da dire ed proprio così, in questo libro – di cose da dire e su cui rifletter e –  ce ne sono molte.

I fatti
Era il 19 settembre 2013, e 30 attivisti di Greenpeace sull’Artic Sunrise si preparano ad mettere in atto unaprotesta sulla piattaforma artica petrolifera Prirazlomnaya, gestita dall’azienda di stato Gazprom. Il piano prevedeva di collegare una capsula di sopravvivenza galleggiante di Greenpeace alla piattaforma petrolifera e lanciare una protesta pacifica contro l’estrazione di petrolio nella zona dell’artico. Invece i 30 membri dell’equipaggio, 28 attivisti (tra questi l’italiano Cristian D’Alessandro) e due giornalisti, finiscono nelle carceri russe con l’accusa di pirateria. Le pagine raccontano l’assalto, la cattura, la drammatica esperienza dei due mesi di prigione, e la campagna per riportare i manifestanti a casa. Sembra una sceneggiatura ed invece è tutto vero.

Gli Artic 30
Gli attivisti diventano gli Arctic30, un gruppo di uomini e donne che vengono catapultati da un giorno all’altro in un sistema carcerario; alcuni hanno difficoltà con la lingua ma soprattutto nessuno comprende il motivo di tanto accanimento contro di loro.
artic301Il libro tenta di raccontare cosa significa trovarsi improvvisamente a misurarsi con la durezza della vita carceraria fatta non solo di privazioni ma soprattutto d’intimidazioni. I protagonisti hanno la sensazione di essere finiti in un manicomio, i rumori sono assordanti, i gesti  violenti. Anche queste pagine sembrano una sceneggiatura e invece ancora una volta è tutto vero: è l’orrore che entra nelle loro vite in modo inaspettato e fagocita tutti i protagonisti ed i loro familiari.
Le pagine raccontano l’incredulità e lo spaesamento, l’ingresso nella vita in prigione, le norme che la regolano, l’iniziazione ad un mondo parallelo. Nei primi giorni un compagno di cella dice ad uno dei protagonisti Ne ver’ bojsja ne prosi, non fidarti, non temere, non pregare: «non fidarti di nessun uomo in uniforme, non temere nulla perché non servirà a cambiare le cose, non pregare: non funziona mai» e questi consigli assumono il valore di una solidarietà tutta particolare, per alcuni attivisti gli involontari compagni di cella si riveleranno guida preziose.
In questo luogo in cui il tempo e lo spazio assumuno una dimensione completamente diversa, tutto assume una importanza diversa: i gesti che scandiscono le giornate e le attivissime nottate;  gli accenni alle storie dei compagni di cella si alternano a brevissimi accenni della vita di fuori degli Artic 30: vite normali, con case, lavori,  famiglie. Stona e spaventa leggerle associate ai racconti di assassini o rapinatori, ma è proprio questo il potere del libro, rendere tangibile la consapevolezza di come la difesa di un diritto può provocare conseguenze inaspettate, dalla protesta alla discesa agli inferi.
Nel loro caso, si tratta di persone colpevoli solo del fatto di avere una coscienza e di aver agito per proteggere il nostro futuro.
Intanto Greenpeace ed il mondo apprendono la sorte dei 30 detenuti in Russia e subito si mette in piedi una mobilitazione globale fortissima, non solo in difesa Arctic30 ma soprattutto in difesa della libertà di protesta.

Non fidarti, non temere, non pregare
In un mondo in cui il disinteresse sembra avere la maggiore, c’è chi lascia la sua famiglia per seguire un ideale.
Per questo è importante questa testimonianza: le parole dei protagonisti in presa diretta portano alla nostra attenzione il labile confine tra libertà reali e percezione delle libertà. Siamo liberi di consumare, ma non sempre siamo liberi di protestare: oppure sì ma le conseguenze – se si scontrano con interessi economici importanti – possono essere eclatanti.
E ci si ritrova a considerare una lettera della moglie la cosa più preziosa mai tenuta in mano, ci si parla da una cella all’altra attraverso un codice che assomiglia al morse ed a sperimentare l’antitesi con la comunicazione veloce a cui sono abituati i protagonisti di questa avventura. 

madonna-artic30E mentre la vita scorre lentissima in prigione, fuori  continuano a crescere le adesioni alla mobilitazione: dopo due settimane dall’attacco al Sunrise sono 1 milione le persone che hanno scritto alle ambasciate russe per richiedere il rilascio dell’equipaggio. Con loro tantissimi artisti, rappresentanti della cultura da Paul McCartney a Madonna: la mobilitazione globale in difesa dei 30 è fortissima e rivendica il diritto di poter manifestare pacificamente per un ideale.
La detenzione dura due mesi, al momento delle liberazione erano state 2milioni e settecentomila le persone che hanno chiesto il rilascio degli Artic 30 e altri milioni hanno aderito alla campagna di Greepeace perché venga istituita una riserva naturale nel punto più a nord del pianeta, un’area protetta nella quale l’estrazione di petrolio e la pesca industriale siano proibite.
L’autore Ben Stewart è un giornalista londinese, attivista per la protezione dell’ambiente, che ha partecipato a numerose iniziative di protesta e sensibilizzazione organizzate da Greenpeace.

http://www.retisolidali.it/la-straordinaria-storia-degli-artic-30-in-prigione-perche-liberi/