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Lettera di un omosessuale alla Chiesa di Roma

Autore: Valerio Gigante
Testata: Adista
Data: 28 settembre 2015

«Perché un omosessuale cattolico dev’essere costretto a scegliere tra l’amore e la religione?». La domanda la pone Eduardo Savarese, magistrato napoletano, impegnato nella sua comunità ecclesiale in varie opere di volontariato, cattolico che «vive un amore omosessuale con tutto il disagio e tutta la fatica connessa ad una condizione che, al di là di certa propaganda, rimane difficile». Si tratta di uno dei tantissimi casi di gay credenti che vivono con crescente difficoltà la loro appartenenza ecclesiale ed il loro orientamento sessuale, in una società che si apre, ma con una dottrina che continua a ritenere l’omosessualità «intrinsecamente disordinata».
Quella di Savarese è una storia come tante, insomma. La notizia vera è che a dar conto del travaglio di questo gay credente, che sul tema ha recentemente scritto un libro – Lettera di un omosessuale alla Chiesa di Roma (Edizioni e/o) – non è un giornale laico o una rivista della sinistra ecclesiale, ma il quotidiano della presidenza della Cei Avvenire, che presenta il libro dedicandogli una intera pagina nell’edizione del 15 settembre.
Forse un caso, forse la scelta di non ignorare più il mondo omosessuale, limitandosi semmai a criticarne gli eccessi folkloristici dei Gay Pride o paventando l’imminente sfascio della società nel caso passasse a livello legislativo qualche forma di riconoscimento delle unioni gay o si diffondesse la fantomatica ideologia gender. Quello di Savarese, riferisce Avvenire, «non è solo sfogo, ma è anche denuncia, richiesta di aiuto, voglia di dialogo. Perché, occorre ammetterlo, nella Chiesa troppo spesso si è preferito non vedere, non discutere, non affrontare il problema».
Certo, il recensore di Avvenire, Luciano Moia, ammette che «non è agevole valutare la posizione di chi prima afferma di vivere alla sequela “dell’amore di Cristo”, di confidare “nella Chiesa cattolica più che nello Stato”, di credere “che la sapienza della Tradizione di fede possa orientare i passi delle scelte esistenziali più intime e fondamentali” e poi però contesta alla Chiesa di intervenire sulla questione gender “con toni così drammaticamente duri”». È pur vero, continua Moia che l’autore «rifiuta sul tema le posizioni Lgbt», anche se poi sostiene che «vorrebbe che non si bollassero come "teorie di genere" tutte le proposte educative non allineate con il rispetto dell’alterità maschile-femminile. Pretesa che appare un po’ strana – prosegue Avvenire – perché sarà anche vero – come Savarese scrive – che “Dio non ha aspettative legate al genere”, però nella Genesi c’è scritto senza possibilità di equivoci: “Maschio e femmina li creò. A sua immagine lo creò”. E per un uomo di fede, che afferma di rispettare la sapienza della Tradizione, questa pietra miliare biblica qualche significato dovrebbe averlo». Tuttavia, prosegue l’articolata recensione di Avvenire, la lettura del libro è «interessante e coinvolgente». E questo nonostante nel suo libro Savarese arrivi addirittura ad auspicare che ci sia un giorno per i gay la possibilità di sposarsi in Chiesa.
La questione non si chiude qui, perché sulla stessa pagina Moia intervista sui temi aperti dal libro di Savarese prima il rappresentante di una associazione cattolica che si occupa di genitori di omosessuali; poi don Aristide Fumagalli, docente di Teologia morale al Seminario di Venegono (Mi), che alla fine afferma: «La fecondità non è riducibile alla procreazione. Due coniugi eterosessuali non perché sterili sono infecondi. La fecondità dell’amore personale, prima ancora che nella generazione dei figli, si esprime nel reciproco "darsi vita" dei due, come pure nel loro aprirsi, in quanto coppia, all’accoglienza del prossimo. Quanto queste considerazioni di ordine antropologico possano e debbano essere tradotte in norme morali, anche a riguardo delle unioni omosessuali, è un problema aperto». (valerio gigante)