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Schmitt, io convertito come Charles de Foucauld

Autore: Lorenzo Fazzini
Testata: Avvenire
Data: 6 ottobre 2015
URL: http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/schmitt-convertito.aspx

Isuoi testi sono tradotti in 50 lingue. È l’autore francese di teatro più rappresentato al mondo. Non si contano i premi e i riconoscimenti ottenuti in carriera, ad esempio quello per l’insieme delle sue opere teatrali assegnatogli dall’Académie française. Eric-Emmanuel Schmitt, classe 1960, filosofo di formazione, drammaturgo di nascita, romanziere prolifico, regista, è una delle personalità della cultura transalpina più conosciute a livello internazionale (tra le opere più note Il Vangelo secondo Pilato). Eppure anche nel suo ultimo testo - La nuit de feu, Albin Michel, che sarà pubblicato in Italia a febbraio da edizioni e/o, il suo editore di riferimento da noi - Schmitt è capace di sorprendere. In queste pagine avvincenti e ricche di introspezione racconta il suo imprevedibile e imprevisto incontro con Dio, lui ateo, educato da genitori non credenti, lettore di Diderot e degli illuministi del Settecento.

La sua storia religiosa parte da una notte nel deserto dell’Hoggar. Siamo nel 1989: lei perde la sua comitiva, passa la notte da solo. E incontra Dio sotto il cielo stellato. Si sente un convertito, sulla scia di altri celebri scrittori? «Dire che una persona è convertita significa dire che ha compiuto una scelta attiva e volontaria. Devo ammettere che questo non rappresenta esattamente quanto ho vissuto in quella notte nel deserto. Piuttosto, ho ricevuto una grazia e un dono straordinario. E ho lasciato in me tutto il posto e lo spazio possibile per quel dono. Così, se mi chiamano convertito, preferisco essere definito come uno che ha ricevuto una rivelazione. Accetto il termine convertito, ma "che ha ricevuto una rivelazione" è l’espressione che meglio mi caratterizza, perché racconta la sorpresa del dono che ho ricevuto. Io non cercavo Dio e non sapevo che Dio cercava me. Ho avuto in dono qualcosa che non cercavo».

Nel suo libro racconta il momento preciso di questo dono. Poi conclude con un’espressione molto chiara: "Tutto comincia". Perché? «Questa rivelazione è stata per me solo l’inizio. Infatti, tornato in Francia mi sono dedicato alla lettura di vari poeti mistici delle diverse religioni, una lettura che poi mi è stata molto utile nel comporre il "ciclo dell’invisibile", ad esempio i racconti Ibrahim e i fiori del Corano, Milarepa, Il bambino di Noè... Dopo quella rivelazione ho compiuto un cammino alla scoperta del Vangelo. E lì c’è stato un lavoro molto attivo da parte mia, proprio per comprendere questo testo pieno di contraddizioni. In questo posso dire di aver vissuto una conversione. Quindi, in sintesi: nel deserto, una rivelazione; con il Vangelo, una conversione».

Questa rivelazione è avvenuta mentre nel deserto indagava su Charles de Foucauld, altro convertito famoso. Da dove nasce questa attenzione verso l’eremita di Tamanrasset? «Io e il regista Gérard Vergez, entrambi atei, eravamo affascinati da questa figura e volevamo dedicargli un documentario. Egli rappresenta una figura atipica nella Francia coloniale. Anzitutto eravamo pieni di ammirazione per questa vita di coraggio: un missionario che non ha vissuto la missione in maniera imperialista bensì è andato in mezzo ai tuareg, una popolazione a quel tempo sconosciuta, non per cambiarla ma per farsi cambiare da loro. Infatti ha tradotto la cultura tuareg in francese e ha reso accessibile in Francia i poeti tuareg. Non ha cercato di cristianizzare a forza quei popoli, ma di testimoniare il Vangelo con l’esempio della vita. Proprio come ha fatto Cristo al suo tempo. Questa particolarità ci ha riempito di meraviglia. Inoltre Charles de Foucald ha vissuto con una grande povertà incondizionata. Una figura che anche due atei come noi non potevamo non ammirare».

Da Charles a Francesco. Come vede l’opera e la parola dell’attuale papa? «Trovo che Bergoglio, come de Foucauld, offra un’immagine del cristianesimo che può essere apprezzata anche da chi non è credente o non cristiano. Questo papa ha liberato il cristianesimo dal recinto cattolico, proprio come fece l’eremita d’Algeria. E questa è una bellissima notizia per tutto il cristianesimo!».

Quali gli esempi di questo allargamento di prospettiva? «Basta guardare al recente viaggio negli Stati Uniti: Bergoglio ha fatto prendere coscienza di determinati problemi a diversi uditori esterni al mondo cattolico. Oppure: quando è andato a Lampedusa e ha parlato della "globalizzazione dell’indifferenza", ha toccato le corde interiori di moltissime persone non cristiane. In America latina, la scorsa estate, ha denunciato la ricerca del solo profitto materiale e la trascuratezza dei poveri, non solo ha annunciato questa verità ai cristiani ma ha fatto un appello all’esigenza di costruire una vera giustizia umana. Francesco non presenta più la Chiesa come una delle tante istituzioni fra le altre, ma come una comunità al servizio della spiritualità. Egli annuncia principi basilari di umanità e arriva a farsi capire anche dai non credenti o dai non cristiani».

Lei citava Lampedusa. Il suo romanzo "Ulisse" è appena stato tradotto in arabo. Raccontava l’odissea di un profugo iracheno che sbarca in Sicilia e cerca di raggiungere il Nord Europa. Un testo del 2008, profetico rispetto al dramma-profughi cui stiamo assistendo. Come valuta la reazione della società europea di fronte a questa situazione? «Sono arrabbiato e scandalizzato dal linguaggio delle immagini che viene usato per raccontare questa vicenda. Tutte le foto o i video di questi migranti ce li mostrano in blocco, come se fossero truppe di uomini e donne che preordinatamente arrivano in gruppo. Un tipo di immagine che non esito a definire "fascista". Perché, invece, se noi li guardassimo uno per uno, li accoglieremmo a braccia aperte. Invece le immagini dei media ci trasmettono l’idea dell’invasione e quindi fanno scattare la reazione della paura. In questo modo i migranti vengono raffigurati come persone che occupano posti che non sono loro. E che non c’è posto per loro da noi. Inoltre, i tempi per riconoscere lo status di rifugiato, almeno da noi in Francia, sono troppo lunghi: 2 anni!».

Qualcosa di simile avviene anche in Italia, purtroppo… «E invece sarebbe un’attestazione di rispetto dire in fretta a queste persone se sono rifugiati politici o meno. Inoltre, servono più fondi per l’integrazione di chi arriva, per insegnare loro lingua, cultura, abitudini dei nostri Paesi. Trovo che se da un lato in Europa riscontriamo un’accoglienza almeno ideale di questi profughi, i nostri Paesi non abbiano ancora messo in atto i mezzi concreti per attuare tale idea».