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Incipit d’Autore: Per Sempre di Piergiorgio Pulixi, edizioni e/o

Autore: Piergiorgio Pulixi
Testata: Svolgimento blog
Data: 21 ottobre 2015
URL: http://svolgimentoblog.com/2015/10/21/incipit-dautore-per-sempre-di-piergiorgio-pulixi-edizioni-eo/

Mazzeo voleva che lei conoscesse l’inferno. Boran Paja l’aveva accontentato, affidandola al peggior sfruttatore che conoscesse. Ma quando il poliziotto gliel’aveva portata, Boran si era detto che sarebbe stato uno spreco non approfittare di quella ragazza: era bellissima, una delle più belle che avesse mai visto, e aveva uno sguardo combattivo che sembrava sfidarlo ad addomesticarla. Ci aveva provato, ma lei l’aveva graffiato e picchiato. Era stato costretto a infilarle un dito nella ferita d’arma da fuoco al fianco e a rigirarlo più volte per farle capire chi comandava. Lei aveva gridato di dolore e poi aveva pronunciato un nome che l’aveva raggelato. Gjon Dajani. Questo aveva urlato. Boran conosceva quel nome. Apparteneva a uno dei principali boss della mafia albanese ricercato dalle forze di polizia di mezzo mondo. Parte dei soldi che Paja guadagnava in qualche modo finivano nelle tasche di Dajani per comprare la protezione del suo clan in Albania. «Come fai a conoscere questo nome?» le aveva chiesto, intimidito. «Non conosco solo il nome, conosco anche lui» aveva risposto lei in italiano, sputandogli addosso. Era vero. Una volta Gjon aveva provato a fottere Ivankov, uccidendo due ceceni appartenenti al suo clan per fargli capire che non aveva intenzione di pagare per un carico rubato.

Quando Vatslava gliel’aveva riferito di persona, le labbra di Sergej si erano incurvate in un mezzo sorriso, cosa molto rara per il mafioso ceceno. «Pagherà» si era limitato a dire Ivankov. Al malinteso era stato posto rimedio qualche settimana dopo in un parcheggio per mezzi pesanti in Montenegro con una ventina di cadaveri di mafiosi albanesi sull’asfalto, una quarantina di ceceni armati fino ai denti e Gjon Dajani in ginocchio che baciava l’anello di Sergej dopo avergli chiesto pietà. Pietà che gli era stata concessa in cambio del suo anulare sinistro. «Così adesso ti ricorderai per sempre che sei sposato con me» aveva sussurrato l’ex filosofo mentre un suo uomo tranciava il dito all’albanese. Vatslava conosceva bene la storia perché quella notte era presente anche lei, al fianco di Ivankov. «Allora? Come cazzo conosci quel nome?» aveva ringhiato Paja puntandole una pistola alla tempia per farla parlare. La cecena aveva sorriso e gli aveva raccontato tutto fin nei minimi dettagli. «Stai mentendo». «No, è stato il mio uomo a farlo. Lasciami andare. Non hai idea di cosa stai rischiando…». «Ah sì? E se il tuo uomo è davvero chi dici che sia, perché ora sei qui?». Lei aveva esitato a rispondere, e lui l’aveva schiaffeggiata. «Troia bugiarda». Avrebbe potuto leggere quel nome su qualsiasi giornale o forse quella storia le era stata raccontata da un’altra puttana o da qualche cliente in vena di confidenze. Boran l’aveva picchiata e le aveva iniettato una bella dose di eroina per potersela scopare in santa pace, senza che lei provasse a ribellarsi. Era stata una cosa abbastanza cruenta, visto tutto il sangue che la bionda stava perdendo, ma a lui era piaciuto da matti. Se l’era sbattuta finché lei aveva perso i sensi, in preda all’abbraccio dell’ero. Dopo le aveva fatto fasciare la ferita, aveva chiamato un conterraneo che trafficava in schiave sessuali e gliel’aveva affidata, facendosi promettere che la ragazza avrebbe ricevuto il trattamento peggiore. «Ah, Dajtar, un’ultima cosa» aveva detto all’amico prima che quello se ne andasse con la donna ancora svenuta. «Se ti dice che conosce Gjon Dajani, o altra gente importante, non le credere. È soltanto una troia». «Come tutte le donne: troie e bugiarde» aveva ribattuto Dajtar facendogli l’occhiolino. Lo spacciatore guardò l’ora e si disse che ormai la cecena doveva essere fuori dall’Italia. «Troia del cazzo» disse passandosi le dita sul mento. Si esaminò allo specchio i tagli e i graffi infertigli dalla cecena, e tra sé e sé le augurò buon viaggio all’inferno.