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India 1980. Il gran peccato di Sarutai

Autore: Maria Serena Palieri
Testata: l'Unità
Data: 7 febbraio 2009

Nel «Buio non nasconde paure», romanzo di S. Deshpande la tragedia di una donna colpevole di credere nella parità.

Prendete una ricetta di vita egemonica in Occidente e trapiantatela in Oriente, e state a vedere poi cosa succede. Cosa succede, cioè, nelle pagine di Il buio non nasconde paure (trad. Claudia Valeria Letizia, e/o, euro 18) un romanzo che ci fa conoscere un’altra esponente dello stuolo di narratrici indiane, Shashi Deshpande, settantunenne di Dharwad, scrittrice in lingua inglese. Protagonista della storia, e per metà voce narrante (i capitoli alternano la prima e la terza persona, a incrociare un punto di vista soggettivo e uno oggettivo) è Saru, spesso denominata «Sarutai», con un suffisso marathi che indica, con rispetto, chi è «sorella maggiore». Quel «tai», però, Saru lo respinge al mittente rabbiosa. E questo ci porta nel cuore segreto della sua infanzia, al fratellino minore che così la chiamava e che è morto annegato quando aveva sei anni. È stata colpa della novenne Saru se Dhruva è morto?Certo, è da allora che la madre l’ha incolpata dell’essere – lei – viva ed è da allora che Saru ha maturato la sua ribellione verso il modello femminile da quello offertole. Saru, ignorando il «no» della madre e, invece, con l’appoggio del padre, è andata a Bombay a studiare medicina.

Lì si è cibata di femminismo americano, lì non si è accontentata di diventare medico di base, lì si è specializzata in pediatria. E lì ha incontrato Matu, giovane poeta di belle speranze, e hanno messo al mondo due bambini. È dopo che è successo il «guaio»: Matu si è messo a insegnare in un college di scarso prestigio e ha smesso di scrivere versi e Saru, invece, ha cominciato a guadagnare, concedendo alla famiglia uno stile di vita altoborghese. Ora, che una moglie guadagni di più del marito, anche in Occidente è ancora un fatto destabilizzante (da noi è ancora un miracolo se succede). Ma in India, almeno nell’India del 1980 cui risale il romanzo, è deflagrante, così ci fa capire Deshpande, è una rottura di equilibri che produce orrori. Ovvero, ciò che succede di notte nel letto di Matu e Saru: l’uomo che nell’oscurità stupra, morde, graffia, si vendica così dell’ingiuria che soffre durante il giorno.

Il buio non nasconde paure è un romanzo che usa come un reagente l’idea di parità che nel ‘900 noi donne abbiamo elaborato in Occidente, facendo risaltare per contrasto tutto ciò che in questo Oriente, come ce lo racconta l’autrice, vi si oppone: rigidezza di ruoli, pregiudizi di casta, ma anche una mitologia religiosa in cui gli esempi di donne – dee o devote – sante perché succubi sembrano innumerevoli. Però è un romanzo più complesso di così. Perché Saru non è una semplice eroina femminista, è una donna che da quel peccato d’infanzia, forse mai commesso – aver abbandonato il fratellino – ha derivato un senso di sé sporco, colpevole. Un senso di sé masochista che in quelle notti si intreccia, buiamente con quel sadismo. E, dunque, con la sua prosa lenta, investigante, da «giallo» dell’anima, Shashi Deshpande ci dice che di semplice in questa materia – i rapporti tra i sessi – c’è poco. Che in Oriente, ma anche in Occidente, è stata,è, sarà ancora, una storia lunga e complessa.