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“Le mie storie di ong che non ci sono più”

Autore: Laura Mari
Testata: Repubblica Sera
Data: 21 ottobre 2015

Bisogna essere realisti: il mondo della cooperazione è cambiato, l’aiuto umanitario ha dei limiti perché è mutato il contesto storico». Ha una visione distaccata, quasi rassegnata e cinica, Jean-Christophe Rufin, scrittore francese di successo, diplomatico e fondatore di Medici senza fontiere. Dopo anni in prima linea nelle zone di guerra, Rufin (63 anni e tre figli) ha deciso di affrontare nel suo ultimo romanzo (scritto tra Parigi e Saint-Gervais, ai piedi del Monte Bianco) una delle più grandi crisi di coscienza che l’Occidente abbia mai attraversato: i limiti dell’aiuto umanitario. Nel romanzo Check Point, pubblicato in Italia da Edizioni E/O, Rufin racconta la storia di quattro ragazzi e una ragazza che lavorano per una organizzazione non governativa in un villaggio bosniaco durante la guerra nell'’ex Jugoslavia. Ognuno di loro è mosso da motivazioni diverse e nascoste: amori, tradimenti, senso di colpa, ideali e possibilità di carriera. Un romanzo, insomma, che racconta come, dietro all'aiuto umanitario, si possano nascondere opportunismi e calcoli individuali.

Rufin, da cosa deriva questo sguardo così cinico e rassegnato sulla cooperazione internazionale e sugli aiuti umanitari?

«La mia è una visione realistica. Racconto quello che ho visto, vissuto e conosciuto. L’aiuto umanitario si compone di mille sfaccettature, è come un prisma composto dalle priorità di ciascuno. C’è chi, come la protagonista del romanzo, parte per le zone di guerra perché vive la cooperazione e la solidarietà come ideali. Ma ci sono anche persone che si fanno assumere nelle organizzazioni non governative per avere opportunità di carriera. E poi c'è chi decide di diventare volontario per “pulirsi la coscienza” e chi, magari, ha avuto altre esperienze di guerra. Molti ex caschi blu dell’Onu, ad esempio, durante i conflitti si sono innamorati di ragazze del posto e, quindi, finita la guerra hanno deciso di sposarle e di restare con loro, magari lavorando in un’associazione che porta aiuti umanitari».

Perché ha scelto di ambientare il suo romanzo in un villaggio bosniaco durante gli anni della guerra nell'ex Jugoslavia?

«Credo che uno scrittore debba sempre parlare di ciò che conosce, altrimenti il racconto risulta falso. Con Medici senza frontiere ho avuto un’esperienza diretta di quel conflitto. Inoltre, in quegli stessi anni sono stato nominato consigliere del ministro della Difesa francese per condurre le trattative per la liberazione degli ostaggi. In effetti tra i miei libri Check Point è sicuramente il più autobiografico. Tutti i ritratti dei personaggi e le descrizioni sono ispirati da persone e paesaggi reali. C’è un capitolo, ad esempio, in cui racconto di alcune persone che si erano rifugiate all’interno di un forno in una fattoria: è un episodio che, purtroppo, ho visto con i miei occhi».

Qual è il personaggio del libro che le assomiglia di più?

«In ogni protagonista del romanzo c’è un pezzetto di me. Quando ho fondato Medici senza frontiere ero un idealista, come la protagonista. Poi quell'esperienza è diventata lavoro, semplice carriera, come per un altro personaggio del romanzo».

Quali sono attualmente i limiti dell’aiuto umanitario?

«Ormai nelle zone di guerra è impossibile lavorare in sicurezza. Un tempo gli ospedali o i rifugi delle associazioni umanitarie erano inviolabili. Oggi non è più così, come dimostra il recente bombardamento, da parte degli americani, dell’ospedale di Medici senza Frontiere in Afghanistan. Ma il vero problema, che poi è il nodo attorno a cui ruota il mio romanzo, è un altro».

Quale?

«È cambiato il contesto storico. Negli anni ‘70, quando è stata fondata l’associazione Medici senza frontiere, l’Europa era in pace. Oggi, invece, siamo in guerra, anche se non usiamo i fucili. Il conflitto in Siria, ad esempio, interessa anche l’Europa perché nei nostri Paesi ci sono, di riflesso, attentati e azioni terroristiche. Il che significa che l’Europa è meno solidale, meno umana e più guerriera. È impegnata a difendersi, non a promuovere programmi e azioni di cooperazione e aiuto».