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Angelastro racconta la storia (vera) del fascista Salerno

Autore: Michele De Feudis
Testata: Corriere del Mezzogiorno
Data: 1 dicembre 2015

La forza dei ricordi di una gioventù sognatrice e poi disillusa con la divisa della Milizia volontaria fascista come percorso di riscoperta dell’Italia profonda che credette nel sogno imperiale in Africa, poi naufragato nella tragedia della seconda guerra mondiale. In questo viaggio nel tempo tra presa di Adua, il viaggio di Curzio Malaparte e le imprese di Rommel con l’energia folgorante di un memoir, ci accompagna Angelo Angelastro, giornalista pugliese già caporedattore del Tg1, ora autore de Il bel tempo di Tripoli (pp. 234, euro 16, Edizioni E/O), trasformando la testimonianza del capo ufficio stampa della Milizia in Africa Orientale, il barese Filippo Salerno, raccolta negli anni Ottanta e mai utilizzata, in un vivace approfondimento su luci ed ombre del colonialismo tricolore.

Angelastro, quando si è accorto che conservava in uno scantinato una storia così preziosa?

«Ho ripreso in mano le registrazioni dopo oltre vent’anni, quando rischiavano di deteriorarsi per sempre nella mia cantina. E il volume è stato pubblicato in concomitanza con gli ottant’anni dell’invasione italiana in Etiopia, annunciata da Mussolini il 2 ottobre del 1935 a Piazza Venezia».

Una ricorrenza passata in sordina?

«Ne ha scritto solo corriere.it: con quel periodo della nostra storia abbiamo un rapporto imbarazzato».

Come ha incrociato Filippo Salerno?

«Mi è stato presentato da un amico comune. Avevo delle ritrosie, al tempo ero impegnato nel Pci. Era un personaggio un po’ spaccone, fascista in gioventù e nel ’43 animatore di Radio Palermo, gestita dagli angloamericani».

Dove sono avvenuti i vostri incontri?

«Ho registrato oltre tredici ore di conversazioni: ci vedevamo di sera nel tinello della sua casa in Viale Kennedy. Mi interessava il suo passato fascista. Lo storico Angelo Del Boca, uno dei primi lettori del mio manoscritto, ha confermato la fondatezza delle sue ricostruzioni».

Salerno, prima fascista poi fiancheggiatore degli angloamericani: una biografia che dice molto sull’Italia.

«Era una persona per bene, fotografo, giornalista e avvocato che si era distinto difendendo braccianti e poveri nel dopoguerra. Salerno è l’italiano medio degli anni Trenta, crede nel fascismo, consapevole di vivere una narrazione che lascerà tracce nei libri di storia. Poi diventa un antifascista motivato non da ragioni di opportunismo».

Perché divenne inviso alle gerarchie fasciste?

«Da avvocato che patrocinava d’ufficio nei tribunali di Tripoli scoprì che lì la giustizia veniva amministrata in maniera sommaria e si scagliò contro la magistratura di regime».

Alla fine del libro ricorda Salerno con rammarico. Come mai?

«Il libro è un modo postumo di ringraziarlo. Dopo l’intervista mi trasferii a Roma. Nel 1991, quando mi raggiunse la notizia della sua morte, fui addolorato. A volte noi giornalisti “prendiamo” e andiamo via senza mantenere il legame con chi ci ha donato storie magnifiche».

Gli italiani come vissero la conquista di un posto al sole?

«Il popolo aderì con entusiasmo all’appello mussoliniano. Salerno guidava il Battaglione Lucano, con artigiani e contadini in buona fede che pensavano di avere terre e di vivere in pace. Il razzismo si fece strada in seguito, gli etiopi fecero tardi resistenza e dopo l’attentato a Graziani venne fuori l’anima feroce del fascismo».

L’odio verso i colonizzatori torna adesso in tanti immigrati in Europa di seconda e terza generazione?

«Noi abbiamo violentato culture e popoli lasciando in cambio qualche infrastruttura civile. Abbiamo responsabilità dell’attuale caos. E leggendo Canale Mussolini o libri come il mio comprendiamo gli errori commessi; e magari possiamo immaginare un futuro in cui l’Italia torni ad essere un soggetto armonizzatore nel Mediterraneo in fiamme».

È mai stato in Libia o Etiopia?

«No. Vorrei andare a vedere i luoghi che ha fotografato e descritto Salerno. Ma purtroppo non mi sembra il momento adatto per un viaggio simile».