Seguici

Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

recensione

Autore: Checchino Antonini
Testata: Liberazione
Data: 11 novembre 2008

Chissà come sarebbe andato a finire il quinto dei gialli dell'Alligatore se non ci fosse stata Genova e il social forum e la brutale repressione di tutte quelle polizie. Il tam-tam tra i lettori e l'autore della fortunata saga noir, Massimo Carlotto, tramanda che il finale di "Il maestro di nodi" (edizioni e/o, pp 211, euro 13) sia stato stracciato dopo le giornate del luglio 2001, quando la copertina già occhieggiava dalle pagine web. L'autore, come anticipato da Liberazione e Rivoluzioni, lo ha riscritto con calma e senza furbizie, tipo sbattere Genova nel titolo o in copertina.

Dopo l'irrompere sulla scena del movimento dei movimenti, nulla poteva essere come prima. E soprattutto per il noir mediterraneo, un genere letterario che è storicamente un tentativo di ritorno alla politica ad opera di ex militanti come lo sono stati, solo per fare qualche esempio, Jean Claude Izzo - che ha dato vita all'ex commissario marsigliese Montale, schifato dai suoi colleghi razzisti - l'esule italiano in Francia Cesare Battisti e lo stesso Carlotto: un passato da controinformatore per Lotta continua padovana alle prese con l'intreccio tra spaccio d'eroina, destra eversiva e servizi segreti che nel '76 gli fruttò l'imputazione per un omicidio mai commesso. Solo la grazia presidenziale, nel '93, mise fine all'interminabile serie di processi, carcere e fughe.

La scusa del "giallo". Per una schiera d'autori, oramai, il poliziesco è una scusa per raccontare altro aggirando sia le insidie di una legislazione ad hoc per gli intoccabili, sia i meccanismi di news-making con i giornalisti indaffarati nella post-produzione delle notizie, quasi mai nella realizzazione delle mitiche inchieste vecchio stile. Così, le contraddizioni di una rivoluzione criminale dietro cui si cela goffamente e crudelmente la globalizzazione liberista, vengono alla luce nel lavoro in presa diretta di questi artigiani del noir, gli unici a scrivere come il crimine pervada ogni aspetto della vita quotidiana in una spirale senza fine tra crimine e anticrimine. Il crimine trasforma in merce qualsiasi cosa - dalla religione al sesso - mentre l'anticrimine va a limitare le libertà dei cittadini. Una contraddizione insanabile che può essere quantificata in diecimila miliardi di dollari da "ripulire", si stima, nel bacino del Mediterraneo. Ma, per farlo, ci vogliono agganci con le banche e con la politica e chi indaga deve guardare sotto il tappeto infischiandosene della verità processuale, ufficiale, istituzionale, consolatoria.

Solo un punto di vista "marginale" riesce a illuminare questa immensa zona grigia sottraendosi al dualismo mistificatori-telespettatori in cui sono immersi fino al collo i "normali". E marginali, irregolari, sono i tre protagonisti della saga costruita da Carlotto. Da Buratti Marco detto l'Alligatore per via di un cocktail al quale si attacca spesso, a Max "la Memoria" a Beniamino Rossini, malavitoso old style. Tre personaggi alla deriva, tutti ex galeotti ma i primi due per motivi politici, incastrati da pentiti alla fine degli anni '70. I tre non la vedono allo stesso modo e, a differenza di altri characters seriali, cambiano, crescono, anzi, invecchiano e si rimettono in gioco.

Il loro microcosmo è una storia nella storia, che corrisponde alle lacerazioni dell'autore, e il dibattito tra loro continua nei tour cui l'autore si sottopone spesso - mercoledì era alla libreria Odradek di Roma, domani sarà a Milano e martedì alla Mood di Torino - incontrando lettori che non stanno lì a farsi firmare i libri. Non solo, ma a discutere, a suggerire casi.

E' così che l'Alligatore, per una volta, ha abbandonato il terreno tradizionale di ricerca per indagare nell'universo sadomaso. Spiega Carlotto che sono stati alcuni fans torinesi a suggerire come, dietro alcune sparizioni in Piemonte, ci fosse proprio questo mondo a parte perfettamente organizzato e clandestino, che obbliga a una doppia vita. Dietro a "Il maestro di nodi" c'è una minuziosa serie di interviste e il monitoraggio di 30 mila persone, in due anni, che si muovono nella clandestinità totale. Perlopiù sono uomini, di scolarità medio alta concentrati in gran parte tra Torino, Milano, la Toscana e il Nordest.

L'autore ne scrive come di una "sessualità da terziario", dove le persone hanno problemi di carriera, di rivalità, di responsabilità e sono oppresse dall'eventualità di essere espulsi senza tanti complimenti dal mondo del lavoro o insoddisfatte da una vita in fila nei centri commerciali. Ci sarebbero anche una sacco di persone di sinistra, quelle più propense, a detta dello scrittore, a fare outing magari organizzando feste. E' in questo clima che, in Italia, maturano desideri sessuali, tra adulti consenzienti, di subire trattamenti tipicamente polizieschi o carcerari. Una delle pratiche più in voga, racconta Carlotto ai suoi lettori, è quella di essere sottoposti o di sottoporre a un interrogatorio di polizia. O, ancora, di farsi chiudere in gabbia.

L'Alligatore, detective irregolare senza licenza, prende nota di tutto ciò mentre cerca una donna scomparsa, come sempre per conto di un avvocato, e scopre un ambiente che tenta di proteggersi da infiltrazioni e da ricatti e dove una banda criminale, sforna e smercia snuff movie a base di fist fucking, ossia film in cui il protagonista muore sul serio dopo aver subito dolorosissime pratiche. Il codice del carcere Non è certo il migliore dei mondi possibili se il rapporto dominatore/dominato pervade parte dell'immaginario, contemporaneamente alle scene della violenza poliziesca a Genova ai danni di decine di migliaia di persone inermi. E' una forma sadica, quella del carcere, che si materializza di fronte a migliaia di telecamere mettendo in scena un gigantesco "sant'antonio", pestaggio che secondini incappucciati utilizzano per sedare i detenuti più fastidiosi.

Nella finzione letteraria, il movimento dei movimenti spunta fuori quando Max "la Memoria" annuncia ai suoi la partenza per Genova come membro di un consorzio per il commercio equosolidale. E' il luglio del 2001: a Padova, descriverà Carlotto, la sede di un'associazione gay era stata bruciata, bande rivali di maghrebini si erano affrontati dalle parti della stazione, nel vicentino la polizia aveva scoperto altri laboratori che occupavano schiavi, mentre nel trevigiano banditi albanesi si "occupavano" di villette fuori mano. Carlotto non ha dubbi: nuove e vecchie mafie sono legate a doppio filo con l'economia legale nel laboratorio del Nordest. Il capitale è crimogeno e i no global sono il tentativo di uscirne, l'unica speranza collettiva. Rossini e Buratti vedranno tutto in tv, apprendendo dalle loro fonti altri particolari, come il reclutamento di esagitati delle tifoserie, sul comportamento dei teppisti in divisa. Dai ricordi dei tre riemergono gli anni '70, le piazze e le prigioni. La tortura, in particolare, rimossa da una riscrittura in voga ad uso e consumo del fuoriuscitismo.

La memoria non deve essere culto, ripete Carlotto cucendo quell'impegno alla nuova militanza di moltissime anime che vogliono disarticolare l'assetto dell'impero e che hanno bisogno di discutere e di unirsi. Parlare di Genova è il modo che il romanzo poliziesco ha per collaborare alle fatiche del movimento, garantisce l'ex di Lotta continua. Il dibattito sul futuro del noir, dopo la svolta de "Il maestro di nodi", è solo all'inizio.