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"Ora racconto l'eleganza degli elfi"

Autore: Fabio Gambaro
Testata: Repubblica
Data: 21 gennaio 2016

Attraverso le favole e le leggende, gli uomini cercano da sempre di darsi una spiegazione del mondo, e ciò nonostante l’arroganza dei sistemi filosofici che si considerano i soli a poter spiegare la realtà». A nove anni di distanza dallo strepitoso successo dell’“Eleganza del riccio”, Muriel Barbery torna nelle librerie con un nuovo romanzo affascinante e poetico: “Vita degli elfi” (trad. di Alberto Bracci Testasecca, e/o, pagg. 256, euro 18). Nata da un radicale cambiamento di rotta, la nuova fatica letteraria della quarantaseienne scrittrice francese racconta una storia originalissima che, spostandosi tra l’Abruzzo, Roma e la campagna della Borgogna, evoca un mondo in cui elfi dalle sembianze umane combattono contro le forze del male per salvare il loro diritto di vivere in armonia con la natura. A dare pregnanza e consistenza a questo universo da favola concorre una lingua poetica e sensuale, che, mescolando di continuo realismo, onirismo e lirismo, si carica di echi profondi e risonanze letterarie. «Non volevo rifare un altro libro come L'eleganza del riccio», racconta la romanziera che, dopo aver abitato a lungo all’estero, è tornata da un anno a vivere in Francia. «Per molto tempo ho scritto, ma senza avere in testa una storia precisa. Nel frattempo ho viaggiato molto, ho vissuto in Giappone e poi ad Amsterdam. Un giorno, durante una vacanza nella campagna francese, mi sono detta che mi sarebbe piaciuto scrivere qualcosa sulla natura. Ho allora letto o riletto diversi libri, tra cui Un re senza distrazioni di Jean Giono, un libro magnifico che parla in maniera ammirevole della terra, della campagna, della natura e della gente semplice. Un amico pittore mi ha poi chiesto una favola per un catalogo delle sue opere. Pensavo di non esserne capace, e invece l’ho scritta con grande piacere. Quando infine ho scoperto le bellezze dell’Abruzzo, a poco a poco questi diversi elementi si sono composti in un unico progetto».

Così ha iniziato a scrivere questa storia di elfi, arte e magia...

«Ho scritto prima il racconto di Clara, una bambina nata in un paesino dell’Abruzzo che viene mandata a Roma perché ha uno straordinario talento di pianista. In seguito, ho inventato la storia di Maria, un’altra bambina, che vive nelle campagne della Borgogna, dove rivela una capacità straordinaria di comunicare con la natura. Non pensavo a un racconto fantastico, ma incrociando le storie di queste due protagoniste fuori dal comune sono finita in quella direzione. Per due anni ho scritto tutti i giorni, provando un sentimento di libertà assoluta. E quasi subito mi sono resa conto che avrei avuto bisogno di un secondo volume, perché la storia che avevo in testa non poteva essere contenuta in un unico libro».

Quello che sorprende il lettore è proprio la dimensione fantastica...

«Per me è solo una delle ramificazioni del romanzo. Quando si scrive, tutto diventa possibile: qui alcune pagine sono estremamente realistiche, altre sconfinano nel meraviglioso. Forse a tratti ho insistito maggiormente su questa seconda dimensione, attraversando la frontiera del fantastico, che però è sempre una frontiera arbitraria. Insomma, non mi sono posta il problema del genere che stavo scrivendo. Anche perché sono cresciuta nell’ambito della tradizione letteraria francese, e quindi la mia preoccupazione principale resta la lingua. E infatti ho lavorato moltissimo sulla scrittura per cercare di avvicinarmi il più possibile alla musica che avevo in testa».

Prima di questo romanzo era già una lettrice di letteratura fantasy?

«In passato ne ho letta molta. Tolkien naturalmente, ma soprattutto Orson Scott Card, l’autore della saga del Gioco di Ender. Per me è stato un autore importantissimo. Tuttavia, il fantasy e la fantascienza, tranne in pochi casi, non si preoccupano molto della scrittura e dello stile, che invece per me sono fondamentali».

Il personaggio di Maria rappresenta la fusione con la natura. Questa dimensione è una novità della sua letteratura?

«Questa attenzione era già presente nei miei romanzi precedenti, ma qui ha assunto un peso particolare, spingendomi in effetti verso qualcosa che si avvicina al taoismo e il panteismo. Ma il bello della letteratura è proprio che spesso ci conduce in direzioni impreviste e inesplorate. Detto ciò, sono profondamente convinta che la realtà sia un tutto organico, in cui gli esseri e i segni vivono in totale connivenza».

Se Maria incarna la fusione con la natura, Clara rappresenta la forza e il rapimento dell’arte. È così?

«Esprime la mia concezione dell’arte, anch’essa riconducibile all’Oriente. Il vero artista infatti si lascia attraversare dalla natura restituendo l’essenza del movimento vitale del mondo. In fondo, gli elfi rappresentano proprio questo: un legame intenso con la natura, cui si aggiunge una rigorosa esigenza estetica».

Tadeusz Kantor diceva che l’arte non è un riflesso del mondo, ma una risposta al mondo. È così per lei?

«L’arte non deve replicare il reale, ma esprimere qualcosa d’invisibile che solo la poesia può cogliere. Ciò però non significa cedere all’arte per l’arte. La poesia infatti scava pozzi di senso nella realtà, mostrandoci la dimensione invisibile degli esseri umani, i sentimenti, le emozioni, i misteri».

Dopo aver vissuto molto all’estero, l’anno scorso è tornata a vivere in Francia. Che effetto le ha fatto?

«Purtroppo sono tornata a Parigi il giorno prima dell’attentato a Charlie Hebdo. E naturalmente quella violenza disumana mi ha profondamente colpito, come mi colpisce tutta la violenza che vedo nel mondo, un mondo violento, disperato, disincantato. Il mio ritorno in Francia non è dissociabile da questa percezione. Di fronte a questa situazione carica d’inquietudine, il mio modo di partecipare è scrivere».

Di fronte alla violenza e al dolore, la letteratura può qualcosa?

«Nel mondo dominato dal disincanto, l’arte svolge un ruolo fondamentale perché contribuisce a re-incantarlo. Inoltre, attraverso la scrittura e la lettura capiamo meglio il mondo, uscendo da noi stessi e dalla nostra percezione necessariamente limitata. E uscire da se stessi è per me lo scopo ultimo dell’essere umano».