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Estasi culinarie

Autore: Nicolò Sorriga
Testata: paginedilibri.com
Data: 16 marzo 2009

Il percorso che compie il primo romanzo di un autore, nell’attesa di raggiungere il successo presso il grande pubblico, è a volte molto particolare. La storia della letteratura custodisce e tramanda vicende - a volte vere e proprie avventure - che hanno segnato la scalata di “opere prime” dimenticate o non considerate al momento della loro pubblicazione, e successivamente riscoperte ed apprezzate dalla critica e da una vasta schiera di lettori. Da diverso tempo siamo testimoni (e spesso lettori, quindi curiosi complici) di grandi successi editoriali e di “casi letterari”. Si tratta di opere appartenenti a generi letterari diversi che trattano storie in grado di soddisfare trasversalmente il gusto di milioni di lettori. Siamo abituati a vedere sugli scaffali dei libri più venduti opere di autori affermati ed altre, di scrittori italiani e stranieri meno conosciuti, che scalano le classifiche ufficiali per entrare di diritto nella schiera dei bestsellers. Le opere di questi autori “ignoti” al grande pubblico e che raggiungono un veloce successo, molto spesso non sono delle “opere prime”; si tratta a volte di seconde o terze “fatiche” che trascinano poi nelle classifiche opere realizzate precedentemente dagli autori stessi e che vengono tradotte e velocemente pubblicate con tirature molto alte dalle case editrici che hanno centrato l’affare. Esistono sicuramente delle eccezioni a questa piccola analisi (si pensi al successo del romanzo di Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi, primo romanzo del giovane autore torinese), ma sono tanti di più i casi (in particolare opere di autori stranieri che necessitano perciò di una traduzione), in cui si è verificato e si verifica il meccanismo che si potrebbe definire dei “libri traino”.

Nel 2007 è stato pubblicato dalle Edizioni e/o un romanzo che ha riscosso un incredibile successo di vendite. Si tratta de L’eleganza del riccio di Muriel Barbery, un libro che a distanza di più di un anno dalla sua pubblicazione in Italia, continua a suscitare l’interesse e l’entusiasmo di migliaia di lettori. Sulla scia del successo ottenuto da L’eleganza del riccio (successo mondiale dal momento che è stato tradotto in 31 lingue), alla fine del 2008 è stato pubblicato in Italia Estasi culinarie, altra opera dell’autrice francese. In Francia questi due libri sono apparsi, presso l’editore Gallimard, seguendo un ordine inverso dal momento che Estasi culinarie è in effetti precedente e in qualche modo segna la strada a L’eleganza del riccio, romanzo dai toni e dalle ambientazioni simili al primo, seppure più esteso e articolato. Si può quindi affermare che, almeno per quanto riguarda il mercato italiano, il “riccio” ha trainato le “estasi” con buona soddisfazione dei lettori e della casa editrice e/o che ha scelto di promuovere un’autrice veramente interessante, e con buona pace della critica più rigida e oltranzista che, in nome di una cultura necessariamente “alternativa” ed elitaria, molto spesso associa al successo di un libro una quasi totale mancanza di qualità di forma e di contenuti.

Si potrebbe leggere questo atteggiamento come una difesa di una letteratura ricercata, ma è sempre necessaria un’onestà intellettuale che non consenta di trasformare il piacere e il gusto della qualità in un inutile e poco sano nichilismo letterario nei confronti di una “letteratura di massa”. Vero è comunque (e l’Italia in questo è maestra in diversi settori), che il giudizio popolare (per quanto sovrano e in questo caso dispensatore del successo), non sempre rispecchia i reali valori dell’opera presa in esame. Alcuni titoli pubblicati negli ultimi anni e che hanno venduto centinaia di migliaia di copie, ad un’analisi più attenta - che consideri cioè parametri che trascendano la sola originalità e bellezza della storia narrata - sono stati forse sopravvalutati. Fortunatamente quando si parla di letteratura (nonostante lo stoico sforzo di alcuni accademici), ci si trova a discutere di una scienza meravigliosamente non esatta e quindi i punti di vista che vengono scelti per osservarla e viverla hanno al loro interno e contemporaneamente le qualità della giustizia e dell’errore. Con Estasi culinarie ci troviamo di fronte ad un romanzo che gode della “quantità”, cioè del successo tra i lettori, ma soprattutto della qualità intesa come piacere dell’incontro con una lingua elegante e di grande intensità. Alla base c’è ovviamente l’idea di una storia originale ed interessante. Una storia dove non ci sono personaggi in movimento, dialoghi, battute e trame dagli straordinari colpi di scena, ma pensieri e riflessioni che costruiscono un tessuto di sensazioni ed emozioni veramente ben intrecciato.

Il protagonista delle Estasi culinarie è monsieur Arthens, il più grande critico gastronomico del mondo. Ormai questo dispensatore di glorie ed inferni per tutti i più grandi cuochi è in punto di morte. Arthens ci parla dal suo letto, dalla sua camera nella bella casa del signorile palazzo in rue de Grenelle e segna le tappe di un viaggio alla ricerca di quel sapore sublime che, prima dell’ultimo istante, vorrebbe ricordare e assaporare. Quasi sconsolato, si rende conto di come, in una vita dedicata al sapore e alla bellezza del cibo, non sia il suo stomaco o il suo intestino ad abbandonarlo, ma un cuore che ha sempre e solo amato le delizie della cucina. E’ nel cuore quindi, in un ricordo che lo accarezzi, che cerca quel gusto dimenticato ripercorrendo alcuni tra i più intensi momenti della sua vita di critico gastronomico, dall’infanzia, quando nella cucina della nonna osservava la preparazione di piatti quasi leggendari e sognava il momento del pasto, alla maturità di esperto e rispettato giudice del gusto. La struttura del libro alterna brevi capitoli dedicati ai ricordi di Arthens, ad altri dove a parlare sono gli uomini e le donne che lo hanno incontrato in veste di uomo, amante, marito, padre ed ovviamente critico gastronomico. I narratori che segnano il racconto capitolo dopo capitolo, consentono di scoprire lentamente monsieur Arthens, spogliandolo da ogni angolo quanti sono i punti di vista dai quali viene raccontato.

Si scopre quindi un padre mai presente, odiato dal figlio che gli imputa i suoi fallimenti di uomo e dalla figlia che non ha mai saputo la sua dolcezza; un marito autoritario, quasi intoccabile e che alimenta nella moglie un logorante senso di reverenza nei suoi confronti; un amante carico di fascino, circondato da attenzioni che sono a volte per l’uomo, a volte per il potere che l’uomo gestisce. C’è poi la testimonianza di personaggi che hanno incontrato Arthens una sola volta o tutti i giorni come la domestica e la portiera curiosa e carica di popolare incomprensione per i “modi da ricchi”; giovani cuochi graziati o terrorizzati da un giudizio definitivo ed inappellabile; addirittura ci sono anche il gatto che traccia un ricordo del padrone visto con occhi felini e coccolati e la statua di una Venere che arreda lo studio privato, testimone di momenti di scrittura e commento ad una vita di piatti e pietanze. E poi c’è Arthens, immerso in questo suo viaggio nel tempo, nella ricerca fatta di sensazioni ed epifanie del gusto, dove il lettore scopre l’uomo forte e potente capace di raccontare vissuti e ricordi con le parole che gli innamorati dedicano ai loro desideri. In questo alternarsi di punti di vista, la Barbery traccia delicatamente ma con decisione i sentieri che conducono tra le grandezze pubbliche e le miserie private di un uomo che scopriamo nudo in tutte le sue parti e che, in quelle parti può essere considerato un campione di tutta quella umanità che in fondo non è ciò che appare.

Ciò che contribuisce a rendere Estasi culinarie un piccolo gioiello è sicuramente il linguaggio e la scelta che la Barbery fa delle parole. Estasi culinarie è in effetti un vero esercizio di scrittura, dove l’autrice si sperimenta con registri linguistici differenti a seconda di chi è il protagonista-narratore di quel momento. Ecco quindi lo stile di Arthens, elegantissimo e carico di termini precisi che disegnano tavole imbandite e spargono profumi; la lingua dolce di una moglie dimenticata, l’irruenza e il turpiloquio del figlio e la rassegnazione della figlia. Ci sono poi tutti quei personaggi che provengono da estrazioni sociali differenti e che quindi utlizzano una lingua che si potrebbe definire d’appartenenza ad un certo ambiente; perfino il gatto , abituato al lusso di una grande e comoda casa, sembra “parlare” una lingua ricercata. Estasi culinarie è un testo da “gustare” anche per questo aspetto stilistico - se si vuole più tecnico - ma che rende l’intero libro una vera preziosità nel panorama delle novità di questo momento. Per rendere così bene questi caratteri linguistici nella lingua italiana, bisogna ringraziare le eccellenti traduttrici dal francese Cinzia Poli (per le parti dedicate ad Arthens) ed Emanuelle Caillat (per gli altri personaggi). Estasi culinarie è un romanzo particolare, veloce alla lettura e sicuramente apprezzabile da chi - giustamente - sostiene che per fare un bel libro non basta solo una storia interessante: bisogna soprattutto saper scrivere.