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Da reporter a scrittrice per riscattare la bellezza del sorriso dell'Africa

Autore: Grazia Lissi
Testata: La Provincia
Data: 16 marzo 2009

Anna è un’inviata di guerra, coraggiosa e tenace. Vive a Nairobi, ama l’Africa, crede di conoscerla e poterla raccontare. Una vita di certezze e fragilità, l’amore per due uomini, un lavoro che sente sempre meno autentico. Sarà Mercy, la sua stravagante domestica africana, a condurla in un altro viaggio verso la verità. Il mio cuore riposava sul suo di Lara Santoro (edizioni e/o), giornalista italiana che scrive in inglese, svela un mondo di umanità dove alla miseria si contrappone la speranza. Occhi scuri, vivacissimi, l’accento romano che le è rimasto nonostante abbia lasciato l’Italia quasi venti anni fa, Lara Santoro, 42 anni, ci dice di scrivere per affetto e nostalgia.

Perché ha scritto un romanzo per raccontare l’Africa, non le bastava il linguaggio giornalistico?
Come Anna ho fatto la giornalista in Africa per Newsweek e il Science Christian Monitor, come lei ho amato due uomini, uno di essi è morto in guerra nella Sierra Leone, l’altro è il padre di mia figlia. Ci ho messo quattro anni per scrivere il libro, dopo tre ne ho buttato via più della metà e ho cominciato a parlare di Mercy, la protagonista africana. Ha preso spazio, è emersa dentro di me, è stato come concludere qualcosa iniziato dieci anni prima, quando accettai il mio incarico a Nairobi.

Mercy induce Anna a guardare l’Africa con altri occhi. Secondo lei l’uomo occidentale cosa non riesce a capire?
L’autonomia delle donne africane, di cui si sa poco, la forza femminile è la forza del continente. Solo dopo aver lasciato l’Africa sono riuscita a scrivere di Mercy. È un’amalgama e una sintesi del continente stesso.

A chi si è ispirata per la figura del missionario, padre Anselmo?
Ad Alex Zanotelli, l’ho incontrato nel 1996. Viveva a Korogocho, la baraccopoli di Nairobi, come tutti i poveri non aveva acqua, luce, gas, gabinetti, spesso non aveva neanche da mangiare. È un santo moderno, di poche parole. Lo ricordo costantemente assediato da tutti, non si sottraeva mai a nessuno. Mi sono ispirata anche al gesuita Anthony De Mello, del quale ho assorbito tutto ciò che ha scritto, è un punto di riferimento.

Il suo romanzo denuncia il problema farmaceutico e la speculazione sull’aids. Fra i molti mali dell’Africa perché scegliere questo tema?
È ignorato. Come giornalista che lavorava in Africa sapevo quanto fosse difficile piazzare i pezzi sull’aids, nonostante fosse un massacro quotidiano. Ovunque andassi non facevo che incontrare gente che stava morendo. L’aids si porterà via un quarto della popolazione africana. Per capire le dimensioni enormi della tragedia devi starci dentro come è successo a me. Non sopportavo la disinvoltura con cui i miei capi trattavano il tema, mi sono accanita. Ogni volta che andavo a fare un reportage proponevo anche un piccolo pezzo sull’aids. Se riuscissimo a descrivere le dimensioni della strage forse cambierebbe qualcosa. A quindici anni dalla loro invenzione, solo un africano sieropositivo su quattro ha accesso ai farmaci "anti retro virali". È uno scandalo. Negli Stati Uniti ogni sieropositivo è curato, perché in Africa no?

Perché non c’è mai stata una reale informazione sull’aids?
La maggior parte dei governi africani non ha avuto né interesse, né il coraggio, né il sostegno economico per informare. L’aids veniva chiamato la "malattia magra", era l’unica cosa che si sapesse sul virus. Alcuni costumi africani antichi aiutano la diffusione del male, il cognato eredita la moglie del fratello morto anche se è morto di aids. C’è lo stupro, la violenza, i bambini che nascono sieropositivi da mamme affette dal virus in occidente si convertono in sieronegativi non prendendo il latte della madre, ma i bambini africani non possono nutrirsi d’altro.

Cosa ama maggiormente degli africani?
Le risate, noi non siamo più in grado di ridere di ridere così. Ho visto ridere donne e bambini nei campi profughi del Sudan.

Un sondaggio realizzato lo scorso anno in Italia ha fatto emergere la grande disinformazione sull’Africa nei nostri media. Come se lo spiega?
Credo che se le stesse domande fossero state fatte in America avrebbero risposto allo stesso modo. In Inghilterra parlano del Kenia perché è un’ex-colonia, la stessa cosa succede in Francia. Per tutto il mondo l’Africa è un buco nero, difficile da immaginare realmente: grandi folle di gente che ha fame. Non se ne parla finché i problemi dell’Africa non bussano alla nostra porta. Non vogliamo confrontarci con ciò accade finché possiamo evitarlo.

Come Anna, molti dei suoi reportage sono stati fatti in zone di pericolo…
Con la nascita di mia figlia Gaia, otto anni fa, ho capito che dovevo cambiare. Il giorno del suo primo compleanno ero a Mogadiscio, ho corso un grave rischio. Dovevo smettere per lei. Il mio capo, che ha cinque figli, non si spostava mai e mandava sempre me, per questo abbiamo litigato. È stata l’occasione per lasciare quel tipo di giornalismo, iniziare il romanzo e una nuova vita.

Dove vive?
A Taos, nel New Mexico. Sembra l’Africa, ma è negli Stati Uniti. Ha gli stessi cieli sconfinati, una luce bellissima, è nell’alto deserto con crepe nella terra, però c’è il telefono, internet, l’acqua corrente. È ai piedi di una montagna ritenuta sacra dagli indiani, su cui i bianchi non possono mettere piede.