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Quando Cassarà chiese a Damiani di cambiare il finale del film

Testata: Il Venerdì di Repubblica
Data: 5 febbraio 2016

«Un po' l'ho sognato, un po' l'ho vissuto, ma qual è la differenza?». Un incipit che più sciasciano e borgesiano non si può, per Amedeo La Mattina, nel suo L'incantesimo delle civette (Edizioni E/O, pp.170, euro 15), solidissimo romanzo che racconta i mitici giorni in cui Damiano Damiani, regista, Claudia Cardinale e Franco Nero, attori, girarono nell'estate del 1967 a Partinico Il giorno della civetta, il cult movie tratto dal romanzo di Sciascia. La Mattina, giornalista dell'Ansa e ora inviato de La Stampa, racconta la vita della cittadina sconvolta dall'arrivo della troupe e lo shock amoroso del quattordicenne Luca, fulminato dalla bellezza di Claudia Cardinale (come del resto tutta la comunità). Non sveliamo l'intrigo (il libro si legge come un giallo) ma a un certo punto la mafia locale decide di rapire l'attore Franco Nero, una volta compreso di cosa parlasse il film. Mentre una banda di amici cerca di sabotare l'atto criminoso.

Intanto il protagonista, scosso da traveggole dionisiache per via della protagonista (che riuscirà a conoscere e a farsi amica) pian piano raffredda la carica erotica in una graduale scoperta di chi mai sia Sciascia, cosa scriva nei suoi libri, e si renderà conto così di cosa sia la mafia e che esiste un orizzonte più ampio di Partinico.

Ma è il finale della storia quel che davvero ossessiona La Mattina. Il film finisce con il boss scarcerato e festeggiato, e il carabiniere trasferito, mentre il libro si chiude più sommessamente. Nella realtà (e La Mattina lo racconta) ci fu davvero un ragazzo a Partinico che chiese al regista Damiano Damiani di cambiare quel finale troppo favorevole alla mafia, e che probabilmente da quel film fu segnato per la vita: si chiamava Antonio Cassarà, detto Ninni, e sarebbe diventato il capo della squadra mobile di Palermo. Il primo cacciatore di mafiosi, ucciso da Cosa Nostra nell'estate del 1985.