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Il Giorno della civetta, il film di Damiano Damiani contro la mafia venne girato in gran parte in pieno territorio mafioso

Autore: Diego Gabutti
Testata: Italia Oggi
Data: 9 febbraio 2016

Nell’estate del 1967, un attimo prima del Sessantotto ma già in pieno clima di gap generazionale, Damiano Damiani porta a Partinico, in Sicilia, la troupe del Giorno della civetta (uno dei pochi film del regista che dopo tanti anni si possano rivedere senza imbarazzo). C’è Franco Nero, che un anno prima ha girato con Sergio Corbucci lo spaghetti-cult Django, che ispirerà il futuro stracult di Quentin Tarantino. C’è Lee J. Cobb, grande caratterista americano, che s’era visto al fianco di Marlon Brando nel classico Fronte del porto e di Henry Fonda in un grande film del 1957, La parola ai giurati, opera prima di Sidney Lumet. Ma soprattutto c’è lei, Claudia Cardinale, fatale e bellissima, che Luchino Visconti, quattro anni prima, ha trasformato in una diva internazionale con Il Gattopardo. Fan di Django e delle sue pistole infallibili, come tutti i tredicenni dell’epoca, anche se finisce per non chiedere nemmeno un autografo quando se lo trova davanti in divisa da capitano dei carabinieri, è di Claudia Cardinale che s’innamora il bambino, cioè l’autore stesso, che racconta L’incantesimo delle civette in prima persona.

Giornalista a Torino, già autore di Mai sono stata tranquilla, Einaudi 2011, una bella biografia della musa di Mussolini, collaboratrice di Lenin a Mosca e futura socialdemocratica Angelica Balabanoff, Amedeo La Mattina e il suo doppio letterario sono bambini a Partinico quando Damiani gira il suo film contro la mafia in pieno territorio mafioso. Con lui ci sono altri bambini, divisi in due bande, da una parte i figli dei signori, dall’altra quelli dei proletari. È più una Guerra dei bottoni che un Ragazzi della Via Paal, ma intanto le due bande sono «famiglie» naturali, inconsapevoli, come per effetto di qualcosa nell’aria, qualcosa d’invisibile e d’inquietante.

Si può dire che all’epoca, esclusi giusto i romanzi di Leonardo Sciascia, la mafia in Sicilia proprio non esistesse, o che fosse soltanto un’ombra a lato dello sguardo, sfuggente come un cattivo pensiero. Nemmeno le inchieste parlamentari (cominciate un secolo prima, e tutte inequivocabili) convinsero l’opinione pubblica e la classe politica che la mafia non era una specie di Shangri-la del crimine ma che esisteva davvero. Ci vollero Il Padrino di Coppola, poi le imprese dei corleonesi, i processi di Palermo e infine il traffico planetario di droga, le stragi e La Piovra televisiva per convincere la politica e l’informazione ad ammettere che sì, forse in Sicilia (e in Italia, ma anche un po’ nel mondo) c’era un problema di mafia. Prima di Sciascia e del Giorno della civetta di Damiani, c’era tutt’al più del folklore mafioso: i film di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, qualche «ritratto» d’Indro Montanelli, la banalizzazione del massacro di Portella delle Ginestre, Alberto Sordi nel Mafioso d’Alberto Lattuada, qualche sindacalista morto ammazzato (non per questioni di mafia, si sussurrava nelle redazioni dei giornali, ma per affari di corna). Anche i bambini la cui vita cambia nell’«estate delle civette» non sanno cosa sia la mafia. Se ne accorgeranno, quando un bacchettonissimo Signoruzzo, il boss locale, costringerà la troupe del Giorno della civetta, che ha «mascariato» i don, a lasciare Partinico e a finire le riprese a Cinecittà, «nel continente».

La Mattina non racconta soltanto una storia d’amore, quella del bambino che sospira per una grande attrice timida e gentile, né soltanto la storia della lotta di classe tra «signurini» e giovanissimi lavoratori nel campetto da calcio del paese. L’incantesimo delle civette è anche la storia della scoperta del vasto, crudele e complicato mondo che comincia dopo l’infanzia e l’adolescenza, oltre la strada che porta a Palermo e a Roma. Un mondo in cui le ragazze girano in minigonna, «bevono caffè al bar», siedono sul sedile posteriore di Vespe e motorini guidati da ragazzi che hanno i capelli lunghi «come i fimmini». Un mondo in cui la mafia esiste eccome, e va combattuta con coraggio, come nella storia che il piccolo protagonista del libro, febbricitante e in delirio, racconta alla nonna: la storia del suo scontro con i picciotti di Signoruzzu che vogliono sequestrare Franco Nero e delle due bande che s’uniscono per liberarlo quando la mafia sequestra lui. È solo «un sogno a quaranta gradi di febbre». O forse no. Di vero e d’indubitabile c’è che «Claudia» se ne è andata per sempre e che a Partinico Il giorno della civetta resta due mesi in programmazione. «Uomini, mezzi uomini, ominicchi, piglianculo e quaquaraqua», tutti se lo vedono almeno dieci volte, per di più tifando per Django in divisa da sbirro, e non per i «punciuti».