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Una fiaba-inno alla natura senza retoriche ambientaliste

Autore: Felice Modica
Testata: Libero
Data: 9 febbraio 2016

Quando, nel 2002, uscì in Italia Una golosità (Garzanti), il suo romanzo d’esordio (poi ristampato da e/o, a seguito del successo de L’eleganza del riccio, col discutibile titolo di Estasi culinarie), Muriel Barbery era una ragazza poco più che trentenne col sogno di «trovare un ricco mecenate che mi consenta di vivere scrivendo». Così confessava sul suo sito. E non certo per modestia, visto che, mentre si aggiudicava il Prix Bacchus col suo inno all’alta cucina, dichiarava en passant che le proustiane madeleine sono modesta pasticceria, dolcetti banali, quasi volgari...

Fui tra i primi a dirmi certo del suo futuro di scrittrice, fondato su un enorme talento. Poi arrivò L’eleganza del riccio: milioni di copie vendute e un film. E ancora la fuga a Kyoto, le fascinazioni orientali di una donna quasi atterrita da un’improvvisa, esagerata popolarità. Muriel smette di pubblicare, si trasferisce ad Amsterdam, torna a Parigi e infine si rifugia nella campagna francese. Ora rieccola irrompere sulla scena letteraria, con un genere nuovo e insidioso come pochi: il fantasy. Vita degli elfi (e/o, pp. 246, euro 18) è il suo ritorno e la sua vittoria. Un affascinante racconto, fiaba per adulti dagli evidenti echi tolkeniani. Ma anche il frutto della maturità e di una sicuramente conquistata pace interiore.

La Barbery si è divertita a disseminare la storia di indizi che fanno capo (come già nell’Eleganza del riccio) alla filosofia buddista o, addirittura, agli ideogrammi giapponesi. Due soli esempi per tutti: la fratellanza con gli alberi e le pietre. Ricordiamo che anche un filo d’erba può essere Buddha e l’assenza di un Dio creatore favorisce la pacifica convivenza interspecifica. Ancora, un pittore ha dipinto un quadro astratto che raffigura una sorta di tridente, nel quale gli osservatori più avveduti coglieranno l’essenza di misteriose montagne. Come sanno tutti quelli che studiano un po’ il giapponese, la descrizione corrisponde perfettamente al kanji, cioè con l’ideogramma che, in giapponese, indica la montagna.

Il libro è tutto basato sui simbolismi, è pieno di citazioni esoteriche e merita un’attenta rilettura. Tuttavia, anche a un occhio distratto, apparirà come un potente affresco di vita contadina, in cui si respira la gioia tolstojana della caccia (sì, della caccia, ma quella vera, concepita come una scuola di vita), si celebra la ricchezza della semplicità, l’amore per la natura spogliato di ogni retorica ambientalista. Muriel ha capito che la terra non ci appartiene. È vero semmai il contrario. E potremo esserne pro tempore i signori solo se avremo imparato a servire. L’armonia che probabilmente l’autrice ha trovato in se stessa è una legge universale, un principio regolatore del mondo. Che può, tuttavia, essere sovvertito, quando, a causa dell’incapacità del genere umano di provare empatia, di percepire l’incanto e la magia della natura, quest’ultima cada in preda al disordine. Vita degli elfi descrive l’eterna battaglia tra bene e male, combattuta in due mondi paralleli: quello degli umani e quello degli elfi. In entrambi, infatti, c’è chi aspira a ristabilire l’armonia e l’equilibrio nel mondo e chi invece desidera il caos. Saranno due bambine, dotate di eccezionali talenti artistici, a guidare un improbabile esercito di contadini in battaglia contro le forze del male. Contro ogni pronostico, il potere dell’arte, della fantasia, della musica e il saldo legame con la natura getteranno ponti, consentendo solide alleanze, tra una dolente umanità e il regno del soprannaturale, popolato da unicorni, cinghiali, cavalli e lepri parlanti. Pagani richiami mitologici con cui sarebbe facilissimo scivolare nel puerile o nel grottesco. A meno di non chiamarsi Barbery e possederne la cultura, la conoscenza dell’animo umano, la carica di lirismo, la prosa catturante.

Negli scontri ci saranno perdite su entrambi i fronti. Ma i “buoni” continueranno a vivere e a essere evocati, fin quando chi resta saprà mantenerne vivo il ricordo. Vita degli elfi esprime la speranza in un mondo migliore, che passa attraverso il recupero di un forte legame con la terra e la natura, ma anche della capacità di sognare e credere ancora nella magia. Un’orgogliosa professione di appartenenza a una piccola comunità incorrotta, che non ha perso il senso della vita, che crede a quello che vede, fosse anche un grigio cavallo parlante... Una speranza, non a caso, affidata a due bambine che appartengono sia alla terra che al mondo delle brume e sapranno mettere in contatto fra loro le parti migliori di entrambi i mondi.