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Con Sotto Un Sole Diverso l’Italia scopre Ernst Lothar

Autore: Marco Pontoni
Testata: La Voce di New York
Data: 16 febbraio 2016
URL: http://www.lavocedinewyork.com/arts/libri/2016/02/14/italia-scopre-sotto-un-sole-diverso-ernst-lothar/

Sotto Un Sole Diverso di Ernst Lothar Müller è la prima, importante pubblicazione del 2016 nel panorama italiano per tre motivi: rappresenta un’opera inedita e sconosciuta, racconta un pezzo di storia italiana che i più ignorano ed è un romanzo avvincente in sé sotto-un-sole-diverso di Marco Pontoni - 14 febbraio 2016 Potrebbe essere, per l’Italia, una sorta di Stoner, il romanzo di John Williams “riscoperto” quarant’anni anno dopo la sua prima uscita. Ma Sotto un sole diverso, dell’austriaco Ernst Lothar Müller, edito dalla benemerita E/o, ha una storia forse ancora più complicata. Il libro venne pubblicato per la prima volta in Europa nel 1961 con il titolo originale Unter anderer Sonne, ma era stato scritto negli Stati Uniti nel 1942, per essere dato alle stampe l’anno seguente da Doubleday, Doran & Co., NYC. L’autore, di origini ebraiche, era nato nel 1890 a Brno, nell’attuale Repubblica Ceca, all’epoca parte dell’Impero austroungarico. Di formazione giuridica, già figura di spicco del mondo intellettuale austriaco, emigrò negli USA nel 1938 per sfuggire alle persecuzioni naziste. In America insegnò all’università e proseguì la sua attività di narratore, deciso a fare memoria di quanto di sconvolgente stava avvenendo in Europa. Ci sbilanciamo. Questo suo romanzo, tradotto da Monica Pesetti, è la prima, importante pubblicazione del 2016 nel panorama italiano, per almeno tre ordini di ragioni: perché rappresenta un’opera inedita, del tutto sconosciuta a meno di non conoscere il tedesco; perché racconta un pezzo di storia italiana che i più ignorano, quella dell’Alto Adige/Südtirol (anche se la lista degli autori che vi si sono cimentati si sta allungando, ne citiamo quattro: Joseph Zoderer, Francesca Melandri, Lilli Gruber, Karin De Martin Pinter); e infine perché è un romanzo avvincente in sé, che merita di essere letto a prescindere dal tema che affronta. sotto un sole diverso lothar Lo scrittore Ernst Lothar. “Non esiste fantasia capace di escogitare l’insensatezza della storia contemporanea”: così l’autore nella sua premessa, da Colorado Springs, Stati Uniti, dove si è rifugiato dopo l’Anschluss, l’annessione dell’Austria alla Germania nazista (un’annessione che gli austriaci vissero “con straordinario entusiasmo”, racconta un altro grande austriaco, il filosofo della scienza Paul Feyerabend, nelle sue memorie). Ma Lothar qui non racconta le vicende della dissoluzione dell’Impero asburgico, in seguito alla Prima guerra mondiale (il narratore per eccellenza di quelle vicende è, come noto, Joseph Roth), e nemmeno l’avvento del nazismo nella capitale della psicanalisi e del valzer, una città che fu tra i “motori” europei delle avanguardie artistiche del primo Novecento. La sua prospettiva è diversa, periferica, tangente. È quella di una piccola terra di confine, racchiusa fra le montagne e a ridosso di un confine. Una terra per secoli tedesca, fedele alla casata degli Asburgo, ma anche gelosa della sua identità, che nel 1918 si ritrova all’improvviso parte dell’Italia (che, come tutti sanno, aveva combattuto per Trento e Trieste, non certo per il Sudtirolo e la sua capitale Bolzano, anzi, Bozen). All’annessione forzata, già di per sé traumatica, segue pochi anni dopo l’avvento del fascismo, che trascina con sé una fortissima ondata nazionalista. “Il Sudtirolo non appartiene più all’Austria, di anno in anno – anzi, di ora in ora – viene italianizzato con il doppio della pressione e il triplo dell’astuzia”, scrive Lothar in apertura del romanzo. Ma il vecchio Mumelter, 91 anni, l’anziano della famiglia, non lo accetta. Rifiuta di prendere atto dell’ingiustizia che lui e la sua gente hanno dovuto patire (per dirne una, sotto il fascismo le scuole tedesche dell’Alto Adige vennero chiuse e ai sudtirolesi vennero persino imposti nomi e cognomi italiani). Attorno a lui, nel frattempo, molte cose cambiano. Il nipote Sepp, ad esempio, è felice di essere un giovane fascista, un Balilla, mentre il fratello Andreas ha iniziato ad abbracciare la causa dell’antifascismo. Sono cose viste ovunque, quando una popolazione ha dovuto subire una dominazione straniera: resistenza da parte dei dominati, in forme più o meno manifeste, e conseguente conflitto, ma anche paternalismo, da parte dei nuovi poteri, e, sul versante opposto, disponibilità all’adattamento e all’assimilazione, non solo per viltà o senso di impotenza, anche per cogliere i vantaggi che la situazione può presentare. Si tenga conto peraltro che all’epoca, come sappiamo, una buona parte del mondo – Americhe escluse – era ancora immersa in una dimensione prettamente imperial-coloniale. sotto un sole diversoMa Sotto un sole diverso è un romanzo, non un saggio, e come tale va trattato. Un romanzo storico, e fin qui ci siamo. Soprattutto, una saga familiare (un’altra opera di Lothar, La melodia di Vienna, anch’essa edita a E/o, e data alle stampe originariamente negli USA nel 1944, è stata paragonata non a caso a I Buddenbrook di Thomas Mann). Il vecchio Mumelter spera che sarà Hitler il “liberatore” dei sudtirolesi, anche se non è veramente nazista, il suo cuore continua a battere per il defunto imperatore d’Austria-Ungheria Francesco Giuseppe. Mentre il nipote Andreas, che ha fatto l’università in Germania, si è già reso conto quale sia la vera natura del Terzo Reich. Ed è appunto Andreas, in un acceso confronto pubblico, a ricordare al nonno e ai filonazisti che “Hitler ha dichiarato già in Mein Kampf che non aspira a riottenere il Sudtirolo. Nel ’32 è diventato più esplicito, il fanatico del carattere nazionale, e ha detto a un corrispondente del Corriere della Sera… Me lo sono segnato perché è una mostruosità: ‘Da nazionalsocialista, se mi metto nei panni degli italiani considero la loro rivendicazione di un confine strategico assolutamente giustificata’ (…). Inoltre, signori, da quando Hitler è al potere avete mai letto su un giornale tedesco del Reich anche una sola parola sul Sudtirolo? Io no, e ho vissuto in Germania per tre anni. In compenso però ne ho lette a fiumi sui Sudeti e su Danzica. Sembra che per il Reich le minoranze tedesche non abbiano tutte la stessa importanza, e senza dubbio a Hitler stanno molto più a cuore i tedeschi dei Sudeti e di Danzica che quelli del Sudtirolo”. La politica alla fine dà conferma alle sue parole. In seguito agli accordi fra Hitler e Mussolini, ai sudtirolesi che non vogliono italianizzarsi fino in fondo viene offerta, con le cosiddette “Opzioni”, la facoltà di trasferirsi nei territori del Reich. Il perché di questa scelta è presto detto: l’Italia vuole popolare il Sudtirolo di italiani; la Germania ha bisogno di “carne da cannone” da mandare al fronte a combattere la nuova guerra che sta iniziando. L’opzione, nel romanzo, assume in verità ben presto le tinte di una vera e propria deportazione; anche per la famiglia Mumelter, trasferita a Pilsen, in Boemia, dove Andreas dovrà lavorare alla Škoda “nell’interesse dell’esercito tedesco”, e dove Riccarda darà alla luce il suo bambino, avuto con un italiano presto defilatosi, che lei sostituirà con un ceco. Questa parte della ricostruzione storica – è doveroso ricordarlo – ha prestato il fianco alle critiche, già negli anni 60. Si è detto che essa tendeva a rappresentare gli optanti come delle vittime, mentre in realtà le vere vittime all’epoca furono coloro che decisero di rimanere in Sudtirolo. Si è detto anche che Lothar ha proposto un parallelismo inaccettabile fra gli ebrei deportati nei campi di concentramento e i sudtirolesi trasferiti in lontane regioni del Reich nazista. Possono essere critiche in parte fondate: Lothar all’epoca viveva negli Stati Uniti, non poteva vedere con i suoi occhi cosa stava avvenendo realmente (non era, in ogni modo, un giornalista). sotto un sole diverso sudtirolesi 8 settembre 1943: i sudtirolesi festeggiano l’entrata delle truppe tedesche a Bolzano Tuttavia, a chi scrive sembra che il ventaglio delle posizioni espresse dalla famiglia Mumelter nei confronti del nazifascismo sia esemplificativo dell’ampia gamma di sentimenti che la popolazione sudtirolese coltivava all’epoca, e delle scelte che fece concretamente. Si sa che in Sudtirolo alla fine della Seconda Guerra Mondiale trovarono rifugio diversi criminali nazisti (in attesa di espatriare in America Latina). Si sa anche che gli optanti, quando tornarono in patria, non ebbero vita facile. Non tutto poteva entrare in questo romanzo e se qualche forzatura c’è stata, essa non sembra tale da compromettere la validità complessiva dell’opera. La scrittura di Lothar è naturalistica, descrittiva, molto accessibile. I luoghi dell’Alto Adige/Südtirol e della città di Bolzano/Bozen, così come le pietanze, i capi di abbigliamento, i nomi dei giornali e così via: tutto è molto vivido, presente. Se qualcosa rimane fuori, nel complesso, è forse più il mondo rurale, che costituiva la parte preponderante della realtà sudtirolese. L’occhio di Lothar sembra più a suo agio con gli ambienti urbani, con la borghesia cittadina (cosa che puntualmente avviene anche in altri suoi romanzi. In ogni modo, leggete Sotto un sole diverso, anche se vi piace – come al sottoscritto – la letteratura postmoderna, il flusso di coscienza, lo sperimentalismo. Leggetelo perché è sincero, pur avendo uno scopo extraletterario dichiarato, raccontare un’epoca buia dell’Europa e una fascinazione, quella per il nazismo, che colpì anche persone di per sé non malvagie. Leggetelo perché è doveroso verso una piccola terra presa negli ingranaggi della Storia le cui vicende sono per molti versi paradigmatiche (quelle del Sudtirolo, in verità, sono a lieto fine: oggi gode di una delle più vaste autonomie d’Europa e forse del mondo, pur continuando a far parte dello Stato italiano). Leggetelo anche perché ci racconta come possono essere diversi i destini individuali che in quegli ingranaggi restano impigliati. Lothar – che nel 1949 tornò in Austria per contribuire alla denazificazione anche culturale del Paese, e divenne fra l’altro uno dei responsabili del Festival di Salisburgo – dice in fondo che non c’è alcun determinismo storico. Ognuno il suo percorso se lo costruisce da sé (nel suo caso, con un non piccolo aiuto anche dell’America). Di Ernst Lothar, in lingua inglese, sono stati tradotti molti romanzi (l’autore è forse più noto negli USA che in Europa e nella stessa Austria), fra cui The Vienna Melody, pubblicato originariamente nel 1944, durante l’esilio americano, con il titolo The Angel with the Thrumpet.