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I corpi in questa storia sono importanti.

Autore: Veronica Fantini
Testata: Feedbooks
Data: 14 marzo 2016
URL: http://it.feedbooks.com/interview/550/i-corpi-in-questa-storia-sono-importanti

La provincia italiana, i sessantenni e la rinnovata giovinezza: Katia Ceccarelli ci racconta La bionda del Kontiki.

«Un romanzo sulla seconda giovinezza», questa è la definizione che apre la quarta di copertina del suo libro, La bionda del Kontiki. L’età dei personaggi è davvero il perno attorno a cui ruota tutto il romanzo oppure c’è di più?

Viviamo in un’epoca in cui frequentemente si parla di riconquistata giovinezza, a volte anche a sproposito. Se pensiamo in termini di «cose che si fanno da giovani» ci sono persone che ne hanno avuta più d’una di giovinezza e altre nessuna. Leggendo il libro si capisce che il tema non è solo l’età ma che questa rappresenta una collocazione importante per le azioni e le intenzioni dei personaggi. Nel romanzo si parla anche della provincia italiana che è diventata una sorta di immensa e omogenea periferia di quelle due o tre metropoli che abbiamo. Si parla di famiglia e dei suoi conflitti irrisolti, delle consapevolezza del proprio corpo. I corpi in questa storia sono importanti.

La letteratura, soprattutto negli ultimi anni, ha portato alla ribalta numerosi protagonisti seniors. Il panorama editoriale italiano è piuttosto ricco, senza andare a scomodare autori stranieri: ci sono i vecchietti del BarLume nati dalla penna di Marco Malvaldi, gli ottantenni de La banda degli invisibili di Fabio Bartolomei, Le sultane di Marilù Oliva…Vi è una motivazione particolare per cui al pubblico piace seguire le avventure degli anziani o si tratta semplicemente di puro intrattenimento?

Direi che una possibile motivazione è data dal fatto che buona parte del pubblico dei lettori in Italia, oggi, è costituito da seniors. Credo che apprezzino storie nelle quali immedesimarsi. Confesso però di essere io per prima un’appassionata del BarLume seppur ancora lontana dall’età degli irriducibili vecchietti. Da un certo punto di vista si potrebbe dire che la vecchiaia ha perso quell’aura di ieratica saggezza che aveva nei romanzi del secolo scorso e adesso degli anziani si apprezza di più la sventatezza intesa come indice di vitalità.

Teresa, la protagonista, intrappolata in una vita insoddisfacente e considerata dalla maggior parte della famiglia alla stregua di una cameriera, prende coscienza della sua infelicità e, con una veloce svolta narrativa, abbandona il tetto coniugale. Questa rapida «rottura dell’equilibrio», così come viene chiamato in narrativa, è specchio dell’evoluzione dei rapporti sociali oppure le donne sono ancora lontane dal reagire davvero al momento giusto quando si tratta di legami familiari?

Di donne che rivoluzionano le proprie vite all’improvviso ce ne sono molte più di quante si immagini, anzi, certe volte mi pare che le over sessanta abbiano più coraggio o incoscienza, a seconda dei punti di vista, di certe trentenni o quarantenni. Sempre rimanendo su un discorso generazionale si tratta di donne che spesso sono oppresse da incombenze che arrivano da più fronti. Sono donne che lavorano ma che hanno genitori molto anziani da accudire e figli adulti non ancora economicamente autonomi. Il problema è proprio riferito alla fascia sociale dei sessantenni/settantenni, sono rimasti schiacciati in mezzo a due generazioni che in un modo o nell’altro dipendono da loro. Non c’è da meravigliarsi se qualcuno è preso dalla tentazione di mollare tutto e tutti.

Tra le sue precedenti pubblicazioni vorremmo ricordare Lolite. Storie e visioni di piccole seduttrici, un’inchiesta sociologica sulle adolescenti arricchita da elementi autobiografici. La bionda del Kontiki si colloca, rispetto a questo saggio, completamente all’opposto, pur rimanendo una commedia di costume. Come mai ha optato per questo cambiamento di scenario?

In fondo i tredici anni delle Lolite o i sessanta di Teresa sono entrambi periodi cruciali nella vita di una donna. Essendomi laureata in russo ho molto amato Nabokov e studiato i percorsi che lo avevano portato alla creazione di quel personaggio immenso nella sua caducità. Dopo Lolite l’argomento in Italia era diventato piuttosto inflazionato per il cambiamento dei costumi, l’arrivo dei social e i fatti di cronaca. Ho scelto di proposito di approfondire l’ispirazione che mi arrivava dal lato opposto, passando così dall’età in cui si comincia a essere donne a quella in cui erroneamente si ritiene di non essere più desiderabili. Poi ho ancora tante storie da raccontare, chissà, la prossima volta forse sceglierò una protagonista ottantenne.

Si può dire che la vicenda, in fin dei conti, non renda onore né agli uomini né alle donne, protagonista inclusa. Non ha mai ceduto, durante la stesura, ad eliminare quel gusto amaro che, se si presta attenzione, caratterizza tutta la narrazione?

Io sono una vera estimatrice dell’amarezza. Anche da lettrice ho sempre apprezzato quegli autori che non si limitavano a creare dei caratteri «monocromatici» ma trasmettevano l’idea che più che personaggi positivi o negativi esistono comportamenti corretti o scorretti e che nessuno è immune dalla tentazione di interpretare, anche se per un attimo, il cattivo della situazione. Nella realtà chi può dirsi giusto al cento per cento? Inoltre penso che una quotidiana dose omeopatica di cinismo aiuti a essere più sereni e a sopportare meglio certi errori di valutazione.

Posto che i personaggi sono frutto della sua fantasia, «i luoghi e le voci di una terra ben nota all’autrice sono stati il nutrimento di una storia.»: si tratta unicamente della sua esperienza e dei suoi ricordi che le hanno permesso di creare la scenografia del suo libro o qualche «ricerca» l’ha svolta sul campo, nel corso della scrittura?

L’esperienza e i ricordi sono fondamentali. A meno che non mi dedicassi alla fantascienza, credo che difficilmente saprei scrivere di ciò che non conosco. Ogni volta che mi accingo a delineare una storia devo rievocare tutto il panorama sensoriale del contesto: i rumori, le voci, gli odori, i colori. Scrivere è un po’ una seduta di autoipnosi. In questo mi viene in aiuto l’altra mia grande passione, la fotografia che è poi una specie di seconda lingua nella quale tento di esprimermi. Quando dico che prendo appunti per un’idea potrei avere in mano un taccuino o anche una macchina fotografica. Insomma uno può pensare che io stia fotografando e invece sto scrivendo. Conosco bene i luoghi in cui ho ambientato questo romanzo perché sono i luoghi della mia adolescenza e dove ancora oggi vive la mia famiglia d’origine. In più, a proposito di origini, ho avuto dei nonni e dei genitori che amavano molto raccontare e io ho una buona memoria e mi ricordo tutto a partire dalle storie di briganti, le preferite di mio nonno. Sto sempre bene all’erta quando vado in giro per quei posti e catturo le voci, gli aneddoti, le battute, soprattutto degli anziani. Ho pile di quaderni pieni di appunti e uno scatolone pieno di foto.