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L'alba di Venezia e il mistero dello speziale

Autore: Nicolò Menniti-Ippolito
Testata: Il Mattino di Padova
Data: 15 marzo 2016

Sceneggiatore di Liliana Cavani e Silvio Soldini, da qualche anno veneziano di adozione, Roberto Tiraboschi ha reinventato nei suoi romanzi storici una Venezia completamente diversa da quella tradizionale. Diversa per toponomastica, priva di ponti e ricca di acquitrini, violenta e pagana, anche se già proiettata verso un futuro più dolce e radioso. Con "La bottega dello speziale" (Edizioni e/ o, pp 352, 18 euro), appena arrivato nelle librerie, Tiraboschi torna a raccontare le vicende dello scriba Edgardo, che nel precedente capitolo, "La pietra degli occhi", aveva abbandonato l'abito del monaco e il mestiere di copista a San Giorgio, dopo aver affrontato l'amore, la violenza, il segreto del vetro trasparente e degli occhiali. In questo secondo capitolo della serie ci si sposta un po' più in là con gli anni. La nuova vicenda è ambientata nel 1118 e la città comincia a prendere il volto che conosciamo. I traffici commerciali si stanno spostando verso Rivoalto (l'odierna Rialto), i buoni uomini che governano la città cominciano a pensare a ponti di barche per collegare le isole della laguna, la stagione dei maremoti che aveva fatto scomparire Metamauco è ormai alle spalle. Eppure è ancora una Venezia cupa, quella raccontata da Tiraboschi, in cui la pioggia cade copiosa, il cielo è spesso nero, la barbarie e l'animalità convivono coi primi segnali di una civiltà ricca e festosa che deve ancora arrivare. Le case di pietra sono poche, il Canal Grande non esiste ancora, è solo uno dei rami del Medoacus, anche se qualche grande palazzo comincia a sorgere in mezzo a case in legno che assomigliano ancora a capanne o poco più. Ma a Murano l'industria del vetro è avviata, i commerci con !'Oriente si sviluppano, l'Arsenale è già in funzione. È l'età di trapasso quella che racconta Tiraboschi e questo è il fascino dei suoi romanzi, in cui la tessitura del giallo è funzionale alla narrazione di un mondo che fa solo intravedere la Venezia che tutti conosciamo. E se nel primo romanzo aveva posto al centro lascoperta del vetro limpido e trasparente e quella degli occhiali, qui protagonista è la medicina, o meglio la tradizione veneziana di speziali avventurosi, capaci di strapparsi ricette ambite come quella della mitica "teriaca" capace di guarire tutti i mali. Ma ancor più della teriaca, era considerata preziosa la polvere di mummia, cui venivano attribuite capacità straordinarie per la cura dell'impotenza, del mal di testa, delle coliche, della tubercolosi. Venezia era il più grande emporio di polvere di mummia dell'Occidente. Fin qui la Storia, di qui in poi il mmanzo, che pure si concentra su fatti che le cronache medioevali attestano, e quindi appaiono verosimili. Edgardo è Lmo strano investigatore, figlio certo di una tradì- zione ormai radicata come quella del monaco medievale che indaga e risolve enignl.i, ma per altri versi personaggio nuovo, perché estremamente tormentato, infelice, traumatizzato da una vita che lo ha escluso e privato della mlica pace faticosruuente conqttistata, quella del convento e della copia di manoscritti. Tiraboschi sa le regole del genere, tiene teso il filo narrativo, ma nello stesso tempo si abbandona al fascino della ricostruzione storica, mappe alla mano, di una città assolutamente unica perché impensabile e impensata. A ricordarci che Venezia esiste e possiamo anche darla per scontata, ma dietro c'è un travaglio senza precedenti, una sfida all'impossibile, ù1credibilmente vinta