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«Noi gay arabi: la riscossa comincia dentro ai bar»

Autore: Viviana Mazza
Testata: Corriere della Sera
Data: 6 maggio 2016

La consapevolezza di essere gay e arabo, per Saleem Haddad, è il risultato di una lotta. «Ho lottato per trovare la mia identità, non mi sentivo rappresentato dalle narrative dominanti sia in inglese che in arabo. Da una parte la rappresentazione degli arabi nel discorso occidentale è pessima, dall’altra i queer sono demonizzati nel mondo arabo».

Haddad, 32 anni, biondo con gli occhi azzurri, è nato in Kuwait da padre palestineselibanese e madre irachena-tedesca. Durante la Guerra del Golfo ha vissuto a Cipro e in Giordania, poi in Canada durante l’11 settembre. Solo in Occidente si è reso conto davvero della sua identità araba e solo una volta tornato in Medio Oriente ha cominciato a esplorare la sua identità sessuale. Il suo romanzo Ultimo giro al Guapa, edizioni e/o, che verrà presentato al Salone (nel focus sul mondo arabo), racconta questi percorsi e dilemmi attraverso la storia di Rasa, ventenne gay che vive in un paese arabo imprecisato.

Tra aspettative familiari e amori, rivoluzione ed estremismo islamico, dittatura e brutalità della polizia, il protagonista sente di poter essere se stesso solo in un posto: il Guapa, un bar «queer» dove incontra gli amici e parla liberamente. Bar come questo, per Haddad, sono «luoghi politici» perché essere se stessi per alcuni è un atto politico. Ed esistono in molti Paesi del Medio Oriente. «In Libano, Giordania, Kuwait, Egitto e anche nel più conservatore Yemen, ho trovato caffé e locali queer che non sono solo posti per gay ma anche, ad esempio, per giovani femministe che possono sedersi in uno spazio pubblico senza essere giudicate», spiega lo scrittore.

Sono spazi temporanei: costretti a chiudere, riaprono altrove. Nella più liberal Beirut ci sono anche tanti club gay. Era famoso Acid, «l’ingresso costava poco, ci trovavi gente d’ogni classe sociale, drag queen, uomini che ballavano con altri uomini, ma i buttafuori passavano a controllare che i clienti non fossero troppo vicini e che non si baciassero, per evitare che il locale fosse chiuso. Anche se poi l’hanno chiuso lo stesso, con la scusa che vi si praticassero atti satanici». Acid era un’eccezione: spesso l’ingresso ai club è costoso. Chi non ha i soldi si rifugia altrove, come nei cinema gay di Beirut, meno protetti e più soggetti all’arresto.

Alcune cose stanno cambiando. Internet ha rivoluzionato la possibilità di incontrarsi, con Grindr e altre app; e oggi ci sono più modelli queer positivi nel mondo arabo. «È cambiato anche il modo di pensare alle icone gay», spiega Haddad. La danzatrice del ventre Sherihan, bellissima e vestita d’oro, «già negli anni Ottanta e Novanta era una sorta di Lady Gaga, ma solo di recente ho capito quanto la sua identità fosse queer».

Altri cambiamenti sono più complessi. Le icone gay ci sono ma la possibilità di fare coming out è un altro discorso. «Sempre che tu voglia farlo. C’è chi dice che devi, perché solo così puoi essere te stesso. C’è chi sceglie una vita privata separata da quella pubblica, come un mio amico gay che ha sposato una ragazza lesbica ma tutti sanno di loro. E poi c’è la via di mezzo: in alcune cerchielodicieinaltreno,èun modo di trovare spazio di espressione quando la tua famiglia è così conservatrice che dirglielo è impossibile».

Oggi il dibattito su cosa significhi essere gay in Medio Oriente e cosa prendere o rifiutare del discorso Lgbt occidentale è vivo più che mai. La comunità intanto continua ad essere presa di mira anche nei paesi più aperti come il Libano, con arresti e denunce in Tv. In altri come l’Egitto la libertà sessuale si è ridotta con quella politica. Ma quando l’anno scorso una presentatrice egiziana accusò gli omosessuali di diffondere l’Aids, Haddad notò che fu criticata dalla gente e da altri media, «non necessariamente perché favorevoli all’omosessualità ma perché contrari all’abuso dei diritti umani. Ed è stata la prima volta». Un cambiamento sottile, ma che fa sperare.