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“Con la nostra scrittura raccontiamo la realtà”

Autore: Piero Ferrante
Testata: Narcomafie
Data: 10 maggio 2016
URL: http://www.narcomafie.it/2016/05/09/non-e-un-caso-come-gli-altri/

Pasquale Ruju, Luca Poldelmengo, qual è stato punto di partenza dei vostri romanzi?

PR: Nel mio caso, un cortometraggio. Un piccolo film da me scritto e girato una decina di anni fa. Aveva tra i protagonisti una mia cara amica, l’attrice Stella Bevilacqua, che oggi purtroppo non c’è più. Il libro, a lei dedicato, sviluppa e amplia una storia che nel corto era ovviamente molto semplificata. In qualche modo quelle situazioni, quei personaggi mi erano rimasti in mente, era come se chiedessero di essere raccontati in modo più approfondito. Da tempo pensavo di tornarci su, magari proprio con un romanzo. La collaborazione con Colomba Rossi e Massimo Carlotto, per la collana Sabot/age delle edizioni E/O, me ne ha fornito l’occasione.

LP: I primi ragionamenti su I pregiudizi di Dio li ho fatti seguendo gli albori del caso Parolisi. Anche nel mio romanzo i protagonisti si trovano a indagare sulla scomparsa e poi sul feroce omicidio di una giovane mamma. Le analogie con la realtà però finiscono qui. Mi aveva stimolato l’idea di mostrare come i dettagli più riservati della vita di un uomo, il marito della vittima, venissero esibiti dai media dipingendolo come martire prima e come mostro poi. Nella scrittura del romanzo questa tematica è rimasta, ma ha cessato di esserne il fulcro. Il diritto alla privacy, di chiunque, è un tema che da sempre mi sta molto a cuore, chi ha letto i miei precedenti romanzi ne è testimone.

I contesti urbani, la malavita di città e di paese, le connessioni sociali alterate al tempo della crisi. Le mafie, piccole e grandi. Le infiltrazioni, piccole e grandi. I silenzi complici, piccoli e grandi. Quanto vero sociale c’è nei vostri romanzi? E quanto vero passa invece oggi dalla letteratura noir?

PR: Come ha detto prima e meglio di me Massimo Carlotto, al giorno d’oggi il noir può trasformarsi in un faro molto potente ed efficace nell’illuminare situazioni opache, inefficienze e illegalità presenti nel nostro paese. Il contesto in cui si muovono i miei personaggi è fortemente ispirato alla realtà, e ha richiesto un lungo periodo di documentazione per poter essere descritto in modo adeguato. Il radicamento delle cosche nel nord Italia, sia a est che a ovest, è ormai un fatto storico, e non sono bastate le grandi inchieste e i processi di quest’ultimo decennio a fermare la loro avanzata. Non è probabilmente vero che lo stato stia vincendo la sua battaglia su questo fronte, ma l’obbiettivo della malavita organizzata ormai non è più solo il nord. Non è neppure l’Italia intesa come nazione. Anche le mafie, come le multinazionali, sono sempre più globalizzate. Oggi guardano all’Europa, e domani forse all’intero pianeta.

LP: Considero il mio un romanzo figlio della realtà, a tutti i livelli. Una realtà visiva, che ho cercato recandomi sui luoghi della storia, fotografandoli, annusandoli, facendoli miei. Una realtà sociale che trasuda dal degrado, dalle macerie del benessere e il prosperare delle cattedrali del gioco d’azzardo che raccontano la crisi meglio di qualsiasi dato Istat. Ma anche dal bello e dal brutto di cui è capace ciascuno di noi, dalla complessità che è propria dell’essere umano. Questa è l’arma segreta del noir, quella che mi consente di spiare il mondo anche attraverso gli occhi più scomodi, perché non mi pongo il problema di giudicare ma solo di osservare.

Luca Poldelmengo Entrambi, anche se in maniera diversa, avete inserito, all’interno della storia, interessanti figure femminili. Entrambi, avete scelto di farlo attraverso delle dicotomie. In Pasquale Ruju, il contrasto tra donne (Annamaria e Silvia), pure alla pari, che hanno scelto di stare su posizioni opposte è evidente seppure vedranno gradualmente ridurre la marcatura del confine che le divide; in Luca Poldelmengo si parte da una donna vittima (Margherita) e si arriva a una donna risolutrice (Francesca). Da che cosa matura questa scelta?

PR: Nel mio caso, cercavo un approccio alla vicenda che non fosse convenzionale, e che potesse in qualche modo costituire una sfida. Scrivere di donne per un uomo non è mai facile, e ancora più difficile è evitare i luoghi comuni. Volevo due punti di vista su una storia di ‘ndrangheta che fossero allo stesso tempo diversi fra di loro e ancora più diversi dal mio. La sfida è stata mantenere una coerenza in questi due personaggi femminili, e allo stesso tempo provare a conferire loro umanità. Ammetto che scrivendo, come capita anche a molti miei colleghi, ho giocato un po’ a innamorarmi delle mie protagoniste, e soprattutto di Annamaria. Questo in parte mi ha aiutato a darle vita nelle pagine del libro.

LP: Le donne del mio romanzo sono tre, Alice è fuggita, Margherita è morta e Francesca combatte non senza difficoltà. Francesca dei tre protagonisti del romanzo è l’unica donna, ma è anche quella che affronta la battaglia più dura, perché il suo avversario è se stessa. Non ho mai messo tanto di personale in un personaggio come mi è capitato di fare con Francesca Ralli. Mentre Margherita è una donna in quanto vittima di un reato orrendo come il femminicidio, e Alice lo è in quanto mamma e moglie, Francesca è Francesca, oltre il gender. Un essere umano complesso, fatto della sua forza, delle sue paure e delle sue ambiguità.

Nelle vostre storie c’è una rielaborazione del concetto oggettivo di giustizia. Fa parte della letteratura di genere, certo. Ma è evidente che, alla base c’è un lungo ripensamento, che si trasforma anche in critica, delle convenzioni sociali intorno al tema della vittima e del carnefice…

PR: Volevo provare a mettere a confronto due idee di giustizia, proprio come nel romanzo sono messe a confronto due donne tanto diverse fra loro, un sostituto procuratore e la vedova di un boss. La legge dello Stato contro quella del cuore di una donna con le spalle al muro. Non è così facile distinguere quale delle due sia la vittima e quale il carnefice. È una storia noir, spetterà poi al lettore trarre le sue conclusioni. E, se lo riterrà, emettere il giudizio.

LP: Questo è il tema centrale del mio romanzo, l’impossibilità di stabilire un bene e un male assoluti. Sono questi I pregiudizi di Dio a cui si riferisce il titolo, preso in prestito da Nietzsche. I miei tre investigatori analizzano il caso con sguardi opposti, e ciascuno è convinto di possedere la verità. Ma quando il colpevole viene individuato senza nessuna incertezza, e ci si aspetterebbe che i loro punti di vista possano convergere, paradossalmente è proprio in quel momento che si trovano separati dalla massima distanza. Perché la dialettica si sposta dal piano giuridico a quello etico. Concetti come il bene e di male, di giusto e lo sbagliato, si dimostrano relativi. Ciascuno di loro risponde a una propria morale, a un proprio senso di giustizia. Non vale forse lo stesso anche per noi?