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Saleem Haddad: com’è essere gay nel mondo arabo

Autore: Alessio Cicchini
Testata: Gay.it
Data: 17 maggio 2016
URL: http://www.gay.it/cultura/news/saleem-haddad-essere-gay-mondo-arabo

“Quando si sveglia, nell’appartamento che divide con la nonna nel centro affollato e bollente di una metropoli del mondo arabo, il giovane Rasa ha in bocca il sapore acre delle sigarette e della paura. La notte prima, l’anziana donna l’ha sorpreso con il suo amante. E ora un sms lo avverte che un amico con cui ha passato la sera in un bar è scomparso e forse è nelle mani della polizia”.

L’Arena Piemonte al Salone del Libro di Torino è rimasta totalmente rapita dalla lettura dell’incipit di “Ultimo giro al Guapa”, il nuovo romanzo dello scrittore di origine araba Saleem Haddad edito in Italia da e/o. L’incontro, aperto da Rosita Di Peri, si è aperto subito in medias res. Tema: l’omosessualità e il mondo arabo. Chi meglio di Saleem può parlarci di questo tema difficile: madre tedesco-irachena, padre libano-palestinese, ha passato l’infanzia in Kuwait e in Giordania, prima di lavorare per Medici Senza Frontiere e spostarsi in vari paesi oggetto della fantomatica “primavera araba”. Gay e arabo ma con un’educazione occidentale, Haddad ha una visione molto particolare e complessa del suo cosmo.

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“Il mondo arabo non è monolitico e la situazione dei gay varia molto da Paese a Paese. In Libano una legge proibisce la sodomia, ma c’è una scena gay molto viva e attiva. In Giordania non ci sono leggi contro gli omosessuali ma la società è molto conservatrice. Quel che volevo mostrare è che le società arabe sono multiformi e complesse. Molti fattori si incrociano nel determinare il grado di libertà di cui ciascuno può disporre, con la ricchezza a fare spesso da discrimine. Una persona di classe sociale elevata, uomo o donna che sia, avrà una certa percezione di sé, completamente diversa da chi vive in una periferia povera. Credo anche che non si possa risolvere tutto attribuendo la tendenza repressiva a una politica corrotta a o all’Islam. In ballo c’è un concetto più intimo, interiorizzato, che è quello dell’eib, qualcosa che ha a che fare con il pudore e la vergogna. Cresciamo sotto l’ombrello dell’eib, di ciò che è bene fare o non fare in pubblico e nelle relazioni sociali: è un freno ma anche un regolatore sociale molto forte. Chi come me ha studiato in Occidente ha il privilegio di vedere le cose da due prospettive contemporaneamente. È questo doppio sguardo quello che volevo restituire”.

Nel romanzo questa realtà complessa viene osservata dagli occhi di Rasa, il protagonista: tenuto in sospeso dal compagno Taymour, spaventato che si possa scoprire la loro relazione, Rasa accompagna una giornalista americana in un sobborgo malfamato e pericoloso per incontrare un oppositore islamista di cui subisce un fascino perverso, desiderando per un attimo di fare la sua vita e di tornare ad avere come priorità assoluta la religione. Scopre insomma, che il bisogno di sicurezza e la paura dell’eib e della tradizione possono soffocare e obnubilare la vera identità degli individui.

“Quel che Rasa avverte è il conforto di una vita scandita da regole, rituali, certezze. Dove c’è un libro, dove ci sono delle preghiere, ruoli sociali e un set di regole che ti spiega cosa fare e quando, si può sperare di essere meno esposti all’incertezza della vita, in un contesto sociale dove il singolo non ha potere su nulla. Credo che questa sia la molla che porta anche chi è emigrato in Europa o è figlio di emigrati a cercare rifugio nella religione: il desiderio di appartenenza. Rasa, che non viene da un contesto religioso e che per di più è gay, sente il fascino di questa scelta, ma sa che la sua esistenza va in direzione contraria. Sa che ogni sua affiliazione sociale non può che essere provvisoria, e deve fare pace con il fatto che non c’è nulla di così definitivo e certo a cui aggrapparsi e fare riferimento”.

Qui una breve intervista dello scrittore alla manifestazione: