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Linda Ferri, Cecilia

Autore: Alessia Muroni
Testata: Leggendaria
Data: 9 aprile 2009

Una sfida Cecilia. Una sfida per l’autrice, Linda Ferri, che si è proposta un compito al limite dell’impossibile. Prendere una figura canonica, come la santa patrona della musica (per un errore d’interpretazione dei testi), liberarla dell’agiografia, del velo del tempo e della distanza culturale e psicologica, e farne una creatura nuovamente viva, non necessariamente santa. Una ragazza di quindici anni, diciannove secoli fa. E una sfida per i lettori, che siano credenti o no, ascoltare il racconto di un’anima ripercorrere insieme la stessa via. Perché Cecilia pur giovanissima è innanzi tutto una giovane donna, nella precocità richiesta alle ragazze di epoca romana, così diversa ma non meno priva di pericoli della strana precocità richiesta o imposta alle ragazze a noi contemporanee. E questa precocità Cecilia la affronta misurandosi innanzitutto con se stessa, pietra di paragone in un mondo che da lei pretende molto, senza però concedere nulla più della considerazione che si addice a una donna, nulla, che non rientri nell’elogio per aver adempiuto ai compiti istituzionali: figlia ubbidiente, moglie docile, madre pronta al sacrificio.

Certo la giovane aristocratica romana presenta delle particolarità, la prima delle quali è essere , appunto, aristocratica, e non dover quindi condividere la vita di stenti e precarietà della maggior parte dei suoi concittadini. E poi la ragazza ha ricevuto un’istruzione, buoni maestri, attente letture: filosofia con il filosofo Pallante, letteratura greca e latina con il precettore Druso, musica con il pedagogo Telifrone. Muovendosi quindi sul doppio binario della tradizione e dell’eccezione, Cecilia, vive il passaggio dall’adolescenza all’età adulta attraverso il matrimonio con Valeriano. Passa attraverso la vita osservando con crescente attenzione le persone di cui è sempre stata circondata, dall’amatissimo padre Paolo, medico filosofo e magistrato dell’Annona, alla melanconica madre Lucilla, dalla nutrice Carite alle amiche che di momento in momento, sempre più la deludono, dallo scostante Valeriano agli schiavi di casa. E sente serpeggiare, dentro un bisogno nuovo. Qualcosa che soddisfi una sete nuova, che va aumentando mano a mano che Cecilia marca la differenza fra sé e il resto, man mano che ammette di non essere all’altezza delle virtù romane e invece scopre di possedere slanci e curiosità e aperture al mondo. Cecilia scopre di essere diversa, e di coltivare un’inquietudine.

«Piccola anima smarrita e soave, ospite e compagna del corpo» così l’imperatore Adriano percepiva la stessa incertezza all’inizio del secolo. Cecilia intuisce che la vita non è solo quella che si dispiega apparentemente piana nell’esercizio delle arti e di compiti femminili. Davanti a sé ha l’esempio perturbante della madre Lucilla, che cerca sollievo alle proprie ansie nel culto misterico di Iside. Lo rifiuta, certo, armata di quell’esercizio intellettuale che la riporta all’esempio paterno, come rifiuta tutto di una madre che le mostra il fallimento di sé come fallimento implicito nella condizione di tutte le donne. Cecilia non può lasciarsi vivere, non può accettare che il tempo passi vanificando le cose e riducendole al mero dato organico o materiale, non può soprattutto accettare il mistero della morte, che sia quello della tenera sorellina Annia come quella del piccolo schiavo Quinto. E’ il cristianesimo, la risposta alle domande angosciose di Cecilia? Sì e no. Sì. Perché Cecilia trova in quella strana fede orientale, pericolosa, sovversiva e paradossale, un nuovo punto di vista. Come salire su un’altura e vedere una maggiore estensione di terra, e il cielo che si fonde all’orizzonte.

No. Perché la fede, se è annullamento in qualcosa di esterno a noi, è solo questo, e non necessariamente la soluzione. Cecilia scoprirà che vi sono diversi modi di vivere la fede, e che la fede è esercizio e rafforzamento incessante dello spirito. Confrontandosi con gli altri cristiani, toccherà con mano, sulla propria pelle, che abbracciare una religione non è scontata garanzia di buon vivere e corretto agire, ma anzi implica un sfida incessante al miglioramento, all’apertura della mente, all’accoglienza intima degli altri, alla conoscenza senza infingimenti di sé, fino all’unico tipo di accettazione e tolleranza di cui veramente necessitiamo: quella di rivolgere a se stessi, alla complessità logorante dell’essere. Da questo punto di vista, la fede non può essere appannaggio esclusivo di nessuna religione, e nessuno può indicare una via esclusiva alla fede. Anche Cecilia lo capirà, perché è diversa, e deve cercare la propria via. Cecilia vincerà perché accetterà questa diversità, coglierà la sfida di prendersi la propria responsabilità del proprio essere al mondo, sceglierà il martirio perché nel suo specifico momento esistenziale, non è sacrificio e rinuncia ma, al contrario, estrema affermazione. Opinabile o meno, agire la propria libertà significa prendere la propria vita in mano, e sentirla leggera, ospite e compagna. Come scrive Marguerite Yourcenar in Memorie di Adriano: «Cerchiamo di entrare nella morte ad occhi aperti».