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Può il mondo arabo accettare l’omosessualità?

Autore: Paolo Armelli
Testata: Wired
Data: 20 maggio 2016
URL: http://www.wired.it/play/libri/2016/05/20/mondo-arabo-omosessualita/

Saleem Haddad è un’attivista e scrittore arabo che fin dall’aspetto manifesta una certa attitudine alla diversità. Nato da madre iracheno-tedesca e padre palestinese-libanese, cresciuto fra Giordania, Canada e Regno Unito, ha esordito da poco con un romanzo molto intenso e per molti versi inedito, Ultimo giro al Guapa (edizioni e/o). Il protagonista è un ragazzo arabo omosessuale che, oltre a vivere le contraddizioni e la vergogna che la società ma anche la famiglia riversano su di lui, deve affrontare un conflitto ancora più ampio e pubblico: quello della Primavera araba.

Haddad, al Salone del libro di Torino, ci ha raccontato l’urgenza e il coraggio con cui è nata questa storia, che narra di come si possa vivere in modo autentico la propria identità in una società oppressiva e come si possa far sentire la propria voce all’interno di una rivoluzione politica.

saleem-haddad

In pochi, prima di questo libro, avevano parlato di omosessualità e mondo arabo, di sicuro nessuno l’aveva fatto in relazioni alle recenti rivoluzioni arabe: come mai questa scelta?

“Ho sempre voluto scrivere un libro che gettasse uno sguardo sulla vita gay in Medio Oriente, di cui non c’è nessuna buona rappresentazione.

Nei media, i gay arabi sono praticamente invisibili. Mi mancava però il contesto giusto, lo scoppio della Primavera araba mi ha permesso di mettere in gioco tutte le dinamiche legate all’identità, alla famiglia e alla società: come una rivoluzione pubblica, cioè, si ripercuote su una rivoluzione privata”.

La conclusione della storia è piuttosto amara.

“Quando scrivevo gli eventi mutavano in continuazione: per me era diventata una specie di ossessione, riscrivevo ogni giorno in base ai cambiamenti della situazione politica. All’inizio avevo questa idea molto ottimistica di come sarebbe finita la storia, a lieto fine, ma poi quando le rivoluzioni si son fatte più violente e complesse, anche la storia d’amore si è fatta complicata”.

Si può dire in qualche modo che la Primavera araba si è risolta con un fallimento?

“In questo momento la situazione è terribile ovunque: l’Egitto è tornato a un regime militare dieci volte più repressivo del precedente, in Yemen e Libia i governi sono collassati, non sto neanche a dire cosa sta succedendo in Siria; perfino in Stati meno toccati dalle rivoluzioni, come Giordania, Libano e Marocco, è tornata la paura. Credo anche che fossimo un po’ ingenui a pensare che, in pochi anni, avremmo rimosso ogni forma di oppressione, ora ce ne stiamo rendendo conto e dobbiamo essere ottimisti per il futuro: forse stiamo costruendo qualcosa per le prossime generazioni.

Nel romanzo si racconta una vita gay underground per certi versi inaspettata per un lettore occidentale: è davvero così?

“Quando cresci in Medio Oriente sai perfettamente come navigare fra la sfera pubblica e quella privata, se fai le tue cose in privato nessuno ti verrà a chiedere niente. C’è una scena gay sotterranea molto attiva, ovviamente, ma a volte anche alla luce del sole: in Libano e in Palestina, per esempio, oggi ci sono movimenti che si battono per i diritti dei gay in modo molto aperto e pubblico. Penso che ci sia una grande diversità nel mondo arabo, anche se i media non la raccontano pienamente”.

Che ruolo gioca la religione islamica in tutto ciò?

“Essendo cresciuto in una famiglia non religiosa, non ho mai sentito l’impatto della religione sulla mia vita. Ma alcuni temi del libro, come la vergogna, hanno a che fare con un giudizio sociale, più che con uno religioso. Ci sono tantissime interpretazioni diverse dell’Islam, alcune molto interessanti che non vedono incompatibilità fra religione e omosessualità, altre che la demonizzano. Ma alla fine secondo me il discorso si riduce a chi detiene il potere e controlla il racconto pubblico”.

Quindi c’è speranza che anche in Medio Oriente si arrivi a superare la discriminazione delle persone gay?

“Penso che sia importante collegare le lotte per l’accettazione e il rispetto delle persone Lgbt con discorsi più ampi riguardanti i diritti delle donne, degli oppositori politici e così via: in molti Paesi non esistono nemmeno i diritti umani individuali. Ottenerli deve essere l’obiettivo principale che farà evolvere la situazione in modo positivo”.

A proposito di diritti umani, cosa pensi di ciò che sta accadendo dopo la morte di Giulio Regeni?

“Il caso di Regeni non è molto differente da quelli di molti altri scrittori, studenti, giornalisti e attivisti che scompaiono ogni giorno. Ma il modo in cui sarà portato avanti questo caso in particolare avrà ripercussioni in generale sulla libertà accademica in Medio Oriente. Penso che la manipolazione della xenofobia abbia avuto un ruolo importante in questi fatti, e solo un senso di partecipazione e solidarietà internazionale può superare tutto questo”.

A questo proposito torna centrale uno dei temi fondamentali del libro, che è quello dell’identità.

“Rasa, il protagonista, va negli Stati Uniti per vivere pienamente la propria omosessualità, ma lì si trova per la prima volta a sentire veramente il suo essere arabo e a essere discriminato per questo. Non volevo concentrarmi solo sulle difficoltà di essere un uomo gay, ci sono tutte queste altre identità da considerare. I problemi affrontati da una persona omosessuale o che non si accetta, poi, sono gli stessi nel mondo arabo così come in Occidente, ed è questa universalità condivisa che mi premeva raccontare”.