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Autore: Andrea Melis
Testata: www.massimocarlotto.it
Data: 11 novembre 2008

Quando ti uccidono la moglie e il figlio nel corso di una rapina, tutto ciò che ti vela gli occhi per sempre è l’oscura immensità della morte. Puoi lasciare, come fa il protagonista del romanzo Silvano Contin, che tutta la tua vecchia vita ti scivoli di dosso, puoi provare a fermare tutto a quel momento maledetto in cui il rapinatore che ti ha distrutto l’esistenza decise di aprire il fuoco contro le persone più care che avevi. Puoi scegliere di mettere via i bei ricordi e i giocattoli di tuo figlio dentro degli scatoloni, nel fondo di un garage, e puoi decidere persino di ricordare i tuoi cari com’erano da morti, stesi sul lettino dell’obitorio. Puoi farti qualunque violenza e puoi lasciare che si accumuli tutta la cenere di questo mondo sul fuoco di quella ferita che ancora pulsa e brucia in fondo all’anima.

Quello che forse non si può fare è spegnerla, quella ferita. Dimenticare l’odio e la sete di vendetta che hai dentro. Significherebbe perdonare l’artefice di ogni tuo dolore, e in questa storia il perdono non sembra certo un valore più alto di qualunque altro calcolo di convenienza. Perché perdonare?

Perché dopo quindici anni Beggiato, il presunto assassino, scopre di avere un tumore che lo ucciderà, e decide di tentare con tutte le sue forze la via della grazia, per morire da uomo libero. D’altronde se si è fatto tutti questi anni con la bocca cucita era proprio perché il suo complice, lì fuori da qualche parte, ha conservato per lui la metà del bottino di quella tragica rapina, costata la morte di un bambino di otto anni e di sua madre.

Cosa divide però una gran bella morte tra donne stupende e champagne a fiumi, da una morte schifosa nel fondo di una cella puzzolente tra atroci sofferenze ? La differenza sta in buona parte nel volere di Silvano Contin, unico familiare, marito e padre delle due vittime innocenti. Colui che il sistema giudiziario italiano pone al centro del processo di grazia con la sua facoltà o meno di concedere il perdono.

E sarà proprio il faccia a faccia, dopo tanto tempo, tra assassino e vittima del crimine, a mandare in cortocircuito il romanzo, creando uno sviluppo di una bellezza senza fronzoli, avvincente in ogni singola riga, magnetica e senza pause.

Ad esempio succede che Contin scopre finalmente chi è il rapinatore complice di Beggiato, colui che avendola fatta franca se l’è spassata fuori dal carcere negli ultimi quindici anni. E per la prima volta decide che anziché correre da Valiani, il commissario grigio di provincia in cui fino ad allora aveva riposto le sue speranze di giustizia, inizierà a fare di testa sua, ad agire in proprio.

Da qui in poi il confine tra il bene e il male, tra il carnefice e la preda, diventa un arabesco intrecciato, che anche la struttura del romanzo tende a rinforzare: le voci di Beggiato e Contin si rimpallano l’intera narrazione della vicenda formalizzando così l’incomunicabilità trai loro due mondi, trai loro due punti di vista. Tutto intorno sfila un’umanità da Nord est meschino e fintamente bigotto, fatta di donne attaccate al denaro e da solitudini rette da superalcolici e scopate, dove la felicità sembra essere costituita unicamente dalla perenne rincorsa del benessere economico.

Eppure, nel vortice di colpi di scena che Carlotto srotola pagina dopo pagina, come lettori si finisce per dubitare della nostra posizione morale rispetto ai protagonisti, e ci si ritrova a combattere ora l’uno ora l’altro punto di vista senza trovare una soluzione possibile.

Se non quella della vendetta cieca e senza ragione. Il che suggerisce come l’umanità, lasciata senza la guida certa della giustizia e delle istituzioni (che escono piuttosto malconce dai ritratti che ci offre questo romanzo) rischia di finire nel baratro della violenza privata, della vendetta, dove solo il velo nero della morte può seppellire le ragioni dei contendenti.