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Cecilia di Linda Ferri

Autore: Carla Paulazzo
Testata: mauxa.com
Data: 29 aprile 2009

Cecilia compie quindici anni e un oracolo nefasto le si è manifestato in sogno: il presagio delle nozze. "Addio spensieratezza." La sua amica Lucrezia è sposata solo da qualche mese e già si annoia mortalmente in compagnia del vecchio marito. L'inquietudine s'impossessa di lei, terrorizzata al pensiero che il suo matrimonio possa essere stato combinato proprio in occasione del suo compleanno. Cecilia scruta ansiosa tra gli ospiti invitati al banchetto serale in suo onore: può tirare un sospiro di sollievo, anche se d'ora in poi, il tempo scorrerà fatidico verso quel giorno. Questa consapevolezza segna la stagione dell'attesa tormentata: Cecilia, infatti, non si sente pronta a lasciare gli affetti e la libertà, "l'oasi di pace e serenità", di cui gode nella casa paterna. Sul diario, il quotidiano è raccontato con candore e vivacità: l'amore incondizionato per la nutrice Carite e il padre Paolo, le confidenze delle amiche, ma anche il rapporto profondamente contrastato con la madre, la morte del piccolo servo Quinto. I ricordi destano la caratteriale intemperanza emotiva cocciuta ma sincera, che fatta tacere e mai sopita, ora sospinta da un nuovo e confuso ribollire, risale la superficie prepotente portando a galla un mondo interiore in subbuglio.

Tuttavia il diario è soprattutto anche il luogo di un incontro esclusivo, quello con Annia, l'amata sorellina scomparsa: un dialogo d'amore, fitto e complice, l'unico capace di abbracciare lo sguardo smisurato di Cecilia che impaziente cerca risposte in un mondo ricco e in fermento, e che tuttavia rimane piccolo e sordo. Pavido, chi soffoca il proprio cuore. Così può capitare che nello studio del quarto libro dell'Eneide, Cecilia, disgustata dalla viltà di Enea, butti il rotolo a terra per calpestarlo in presenza del precettore esterrefatto: come può Enea avere un cuore così duro da abbandonare Didone senza mostrare nemmeno un cenno di pietà per il dolore della triste regina? "È proprio sbagliato comportarci come se nulla ci fosse estraneo o indifferente?" È inutile. Queste sono quelle domande sconsiderate e stolte da femminuccia capricciosa, l'unico effetto che sortiscono è quello di gettare nello sconforto i suoi precettori. Molti sono coloro "che tengono ogni parola di donna per vana e oltraggiosa". Meglio rifugiarsi nella poesia, nella musica e nel canto per partecipare a quel "frammento d'eternità" e ristorare l'anima.

Nella seconda parte del libro, ritroviamo una Cecilia sposata che a stento si riconosce nei papiri di un tempo. Il racconto riprende dal punto in cui è stato interrotto: l'incontro con il fidanzato. "In fin dei conti, si tratta solo di questo: di un affare molto importante che, prima o poi, doveva essere concluso". Cecilia, riconciliatasi con il proprio destino, è serena, fredda e distante. Tuttavia il futuro sposo non è vecchio, né grasso e noioso ma giovane, bello e ambizioso. Cecilia se ne innamora appena ne incontra lo sguardo. Eppure il matrimonio è la stagione della solitudine. Cecilia vaga per la grande casa "in preda a un'indolenza irrequieta" nell'attesa che Valeriano, perennemente impegnato in magistrature ed affari, ritorni. L'ardore che brucia in lei e che esige un sentimento totalizzante alla ricerca di quel "frammento d'eternità", si misura con la finitudine e la ragionevolezza di un amore terreno, piccolo e mortale, soggetto all'usura, alla menzogna e al tradimento. "Mentre i corpi impongono le loro pretese, le anime ripiegano nella solitudine e nel disgusto". Cecilia si consuma tra il disprezzo e il desiderio per Valeriano, anche se questo genere di passione, lo sa, non si addice ad una moglie. Nei giorni intorpiditi dall'inerzia, la noia apre una voragine e inghiotte la vivacità intellettuale e la rumorosa allegria di un tempo.

La conversione, nella terza parte del libro, indica una via di luce, il dono di una nuova vita, dove ritrovare "le cose più piccole, le cose più belle", finalmente "vaste ed eterne": nell'abbraccio di Carite, in quello del padre, nella musica, nelle conversazioni con Annia, Cecilia riconosce il presagio della grazia e dell'eternità di Dio. "Non esiste Roma né io per lei". La ricerca appassionata ed infaticabile verso la verità, la ribellione contro quei valori culturali del suo tempo ormai logori e vuoti, non è più fonte di tormento. Libera di perdersi nel mistero infinitamente grande della fede, Cecilia trova pace in Dio. "Una gioia che è anelito e insieme compimento". Il "dolore oscuro" per la morte di Quinto, la melancholia della madre che agisce da monito, la solitudine accanto a Valeriano, la voce dell'anima di Annia: ora tutto ha un senso. Il regno era già dentro di lei. L'esistenza non è più effimera e misera. La statua di Stefano Maderno, il libro di Linda Ferri: la stessa bellezza immortale.